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Piergiorgio Viti

Dialoghi in corso. Coronavirus, le illusioni consolatorie

di Daniela Scotto di Fasano

Daniela Scotto di Fasano è psicoanalista, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytic Association, svolge attività formativa in Italia e all’estero, ha fatto parte della rivista della Psiche e della redazione SPI Web. Ha rappresentato il Centro Psicoanalitico di Pavia nella Commissione Nazionale Bambini e Adolescenti della SPI. Numerose pubblicazioni in Italia e all’estero.

 

Fonte internet

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Queste note mi sono state ispirate dalla lettura dell’articolo di Massimo Recalcati apparso su La Repubblica sabato 14 marzo. È – come spesso quelli di Recalcati – un discorso insidiosamente pericoloso il suo, già a partire dal titolo, La nuova fratellanza. Dico insidiosamente pericoloso, oltre che superficiale e intrinsecamente sbagliato, perché lusinga il lettore, facendolo sentire buono e ‘fratello’ senza fare fatica. La fatica che in trincea (e trincea è anche aver paura da una certa età in poi) fanno solidalmente operatori sociali, sanitari, della pubblica sicurezza…. Recalcati deve gran parte del suo successo mediatico proprio al fatto che quasi sempre scrive esattamente quello che il lettore medio desidera sentirsi dire, offrendo uno specchio benevolo, in collusione con chi lo legge, facendolo sentire intelligente, ispirato, ‘alto’ senza fare sforzo né essere mai messo in discussione. E’, quasi ogni suo scritto, la conferma del già noto, del banale rivestito di panni pomposi. Facendo esattamente il contrario di quello che dovrebbe fare e fa un vero psicoanalista: contrastare le illusioni, inquietare e mettere in discussione se stessi, svelare lo scontato, far riconoscere i pre-giudizi. Tra paroloni e ‘citazioni alla google’, non solo è perduta, ma (anzi!) è per scelta elusa la dimensione dell’inconscio.

Compito della psicoanalisi infatti è restare e far restare con i piedi per terra, imparare e insegnare a rinunciare alle illusioni, continuare a pensare anche quando le ondate di panico ci fanno traballare, continuare a sostenere ragionevoli speranze e non maniacali dinieghi delle eventuali amarezze del reale. E dico insidiosamente pericoloso perché, in questi giorni contrassegnati dalla paura, dal sospetto (che chi mi passa accanto per strada senza mascherina, chi ha aperto la porta della farmacia o del negozio di alimentari prima di me, chi prende l’ascensore, e così via, mi possa infettare), dalla tensione che inevitabilmente la limitazione della libertà comporta e la coabitazione forzata rende anche più pesante e faticosa da tollerare (infatti è stato registrato un aumento della violenza domestica), come si può parlare (se non si trattasse dell’influencer Recalcati direi addirittura ingenuamente) di nuova fratellanza?

Abbiamo tutti negli occhi le scene di assalto ai supermercati trasmesse dalla televisione, abbiamo tutti assistito all’assalto ai treni di chi non voleva vedersi impossibilitato a lasciare Milano, divenuta improvvisamente luogo insidioso di diffusione massiccia del virus. Per non parlare delle centinaia di medici e infermieri dell’ospedale Cardarelli di Napoli che si sono dati malati (lo denuncia il direttore delle Emergenze Ciro Mauro) o degli americani in fila per acquistare un’arma. Homo homini virus, parafrasando l’espressione latina di Plauto lupus est homo homini (Asinaria , a.II, sc.IV, v.495), è il titolo del romanzo di Ilaria Palomba (Meridiano Zero, 2015) che esplora l’individualismo e il bisogno di protagonismo e di ogni possibile profitto che, come un virus, caratterizza una fetta consistente delle società contemporanee.

Come può, se non a mio parere per credere – e farci credere – in una illusione consolatoria, affermare Recalcati che “grazie a questo Covid-19 nasce la necessità di edificare confini e barriere protettive. Non però quelle a cui ci ha abituati il sovranismo identitario, ma come un gesto di solidarietà e fratellanza”. Solidarietà e fratellanza? Siamo dovuti arrivare a un decreto ministeriale che prevede sanzioni penali per stare finalmente chiusi in casa, per smettere di affollare bar, pizzerie e ristoranti. Se le vie di Milano, i Navigli, la Darsena, le spiagge della Liguria e della Toscana, erano intasate di gente che si godeva il sole gli uni appiccicati agli altri come in un bellissimo e normale giorno di primavera. Sono dovute intervenire le forze dell’ordine che, con pattuglie e megafoni, ci ‘ordinano’, finalmente, di stare a casa.

Un gesto di solidarietà e fratellanza quello del premier britannico Boris Johnson che invoca come mezzo per fronteggiare il coronavirus l’immunità del gregge e informa i cittadini che devono prepararsi a perdere i loro cari? Non a caso, a mio parere, Recalcati apre il suo articolo così: “I nazisti ci hanno insegnato la libertà, ha scritto una volta Jean Paul Sartre all’indomani della liberazione dell’Europa da nazifascismo”. Terribile. Non so come Sartre abbia potuto scrivere qualcosa di tanto aberrante. Non è vero che avevamo bisogno di Hitler per imparare la libertà! Siamo matti? Crediamo davvero che a Primo Levi, per non fare che un esempio, sia stato Hitler a ‘insegnare’ la libertà? E crediamo davvero che il Coronavirus ci stia insegnando la fratellanza? Come ci hanno mostrato i supermercati assaltati? La gente inferocita sui treni? O l’invocazione all’immunità del gregge? Siamo così certi che senza il decreto e le sanzioni penali saremmo fratello uno agli altri, tutti per generosità chiusi in casa? Recalcati fa omelie, non fa discorsi né scientifici né tantomeno meno morali. E figuriamoci se, almeno in questo caso, psicoanalitici.

Camus, ne L’uomo in rivolta (1951), parla della libertà come di un concetto intrinsecamente relativo. L’individuo, scrive, deve accettare l’esistenza dei limiti, della moderazione. Proprio quello che ahimè abbiamo capito di non aver saputo fare. Il conflitto tra giustizia e libertà richiede un equilibrio costante, l’accettazione di quanto ci limita di più: la nostra libertà, oggi, al tempo del coronavirus. Sartre, guarda un po’, lesse L’Uomo in rivolta con disgusto. Recalcati, dribblando con la sua consueta abilità, le problematiche connesse al fatto che l’essere umano, italiano quanto spagnolo quanto cinese, e così via, non ha ‘fraternamente’ scelto la reclusione, la nostra non è affatto stata purtroppo una scelta. Abbiamo dovuto aver paura paradossalmente più delle sanzioni disciplinari che del virus…

E qui entra in campo la psicoanalisi, che ci insegna da Freud e Melanie Klein in poi, che nelle aree più arcaiche della nostra mente dominano l’aggressività, il bisogno di accaparrarci alle spese dell’altro quanto più possiamo. Senza pensare alle conseguenze dei nostri atti predatori. Perché questo atteggiamento cannibalico, cainesco? Perché abbiamo paura. Prezioso l’insegnamento di Freud, secondo il quale la percezione dell’esistenza dell’altro nasce nell’odio in quanto l’altro viene vissuto (ed è!) come limite del Sé. Perché abbiamo paura di aver paura. Ecco perché è importante, crescendo, imparare a elaborare un senso interno di persecuzione considerato inconsciamente come irrimediabile con i mezzi del lavoro psichico. Che ci mette nelle condizioni di proteggere noi stessi proteggendo l’altro da ciò che di male gli potremmo fare. Perché mediante la sopravvivenza dell’altro potrò paradossalmente garantire la mia. E non per o mediante la paura della punizione. Come ci ha mostrato Piaget, fondando la differenza tra pensiero concreto e pensiero astratto o morale.

La frase di un paziente, che mi aveva profondamente colpito, il male è l’ombra del nostro passo, mi è tornata alla mente in questi giorni di coronavirus. ‘Se gioventù sapesse’ è il titolo di un romanzo del 1983 di Doris Lessing. Ecco. Non siamo coscienti, da giovani, del fatto che il male – cioè la nostra vulnerabilità – è l’ombra del nostro passo. Grazie ad una scissione per così dire ‘protettiva’, camminiamo baldanzosi e, per quel che ne sappiamo, per come ci percepiamo, invulnerabili. Ma se qualcosa irrompe nella nostra vita alterandone i confini certi, incrinandone le sicurezze, si concretizza la scoperta scioccante della vulnerabilità. La nostra. Di coloro che amiamo. È di Shakespeare, richiamato da Freud ne L’interpretazione dei sogni, la riflessione sul fatto che nascendo diventiamo debitori alla natura di una morte: la nostra. E il coronavirus ce l’ha bruscamente ricordato.

Recalcati al grande pubblico parla da psicoanalista. Ma la psicoanalisi sta in questi giorni dolorosamente lavorando per fare in modo che il contatto traumatico con la nostra finitezza sia tollerato e affrontato nel modo più umanamente utile a noi tutti. E non, come nell’articolo di Recalcati, buonisticamente ridotto a qualcosa che ci porterà a una nuova fratellanza. No. Il suo è un diniego maniacale che cerca di rendere concreto qualcosa di terribilmente inquietante perché ciò che nella pandemia ci minaccia non si vede. Prototipo della paura è nella nostra esperienza qualcosa da cui ci possiamo difendere perché si tocca, si vede, si sente. Ma oggi il coronavirus ci costringe ad avere a che fare con una invasione diffusa dei costituenti il pericolo, vi è, come scrive un altro psicoanalista, Francesconi, una sensazione diffusa di non riconoscibilità di ciò che caratterizza il nemico, che rende il pericolo una forma invasiva, metastatica e pervasiva di malattia portatrice di morte.

Siamo nell’orizzonte di quello che lo psicoanalista Bion chiama il terrore senza nome. Ecco quindi l’insidia del discorso di Recalcati: non riusciamo a capire dov’è e come ci attacca il nemico, non possiamo proteggerci perché non lo vediamo, ma possiamo rifugiarci psichicamente nell’illusione di una fratellanza per di più nuova. Ben diversa da quella scoperta e vissuta sul campo, in trincea, da chi – per scelta e per professione – non può fare altro. Una solidarietà che impara obtorto collo a accettare di essere depressi e impauriti: è sano, afferma un altro psicoanalista, Bolognini. Imparando a tollerare la paura senza scatenare guerre – massacrando un anziano cinese incontrato per strada, facendo come in Francia le ‘pizze corona’, scrivendo sui social messaggi offensivi e insultanti la nostra Costituzione da parte di chi per di più riveste il ruolo ufficiale di consigliere comunale – ma neanche ricorrendo a omelie e pompose dichiarazioni che di psicoanalitico hanno davvero poco o niente.

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