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I Blanche: l’inedito che descrive la felicità di un amore

Un proiettore per Cinelinguaggi

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Talk. La musica é morta, ma c’é chi resiste. Sabato 16 ore 17,00 Circolo di Lettura e Conversazione

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Il musicologo Cresti “martella” il panorama attuale: un’analisi impietosa sull’omologazione e sul deserto delle idee. Che nasconde un vuoto. Politico

intervista di Alessio Mannino

La musica sta scomparendo? Pare di sì. Questa è almeno l’opinione, riccamente argomentata, del musicista e musicologo Antonello Cresti che assieme a Renzo Cresti (omonimo, non parente) e coi contributi di altri autori, ha firmato un libro che s’intitola proprio così: “La scomparsa della musica. Musicologia col martello”, NovaEuropa, 2019 (e il martello, riprendendo il Nietzsche del “Crepuscolo degli idoli”, é la demistificazione che rivela quanto siano, o meglio quanto non siano solide le certezze comuni). Cresti, fiorentino dell”80, critico su Rockerilla e collaboratore culturale per il Manifesto, ha all’attivo un’ampia opera saggistica culminata in “Solchi sperimentali”, tre volumi dedicati all’underground sperimentale inglese, italiano e tedesco, da cui germinerà una vera e propria rete sul tema, con un canale Youtube, una rubrica web, un’etichetta discografica e una webradio. Chiacchierando con lui, noi dilettanti di musica una cosa l’abbiamo capita: che se la vita senza di essa sarebbe un errore, sempre per citare il filosofo dionisiaco, non riflettere su cosa sia e su dove stia andando la musica oggi, sarebbe imperdonabile.

Antonello, la scomparsa della musica fa venire in mente la morte dell’arte diagnosticata da Hegel già all’inizio dell’Ottocento. Che non vuol dire morte in senso assoluto, ovviamente. Così la musica: quale musica é scomparsa, oggi?

Abbiamo scelto un titolo provocatorio e paradossale (la musica non è mai stata dappertutto come oggi…), per indicare un fenomeno più specifico, ma non meno rilevante, ossia l’assoluta impalpabilità sociale della musica di oggi, il suo scollamento da qualsiasi movimento culturale, politico, giovanile, il suo essere divenuta oramai un semplice soprammobile decorativo senza più anima né energia. In ultima analisi è la pura rappresentazione in suoni e parole della società che viviamo e dell’ideologia totalitaria e antiumanistica che la permea in ogni angolo, il neoliberismo. Se vogliamo liberarci da questa impalcatura opprimente dobbiamo renderci conto che nulla è casuale e che solo intervenendo sul microcosmo si possono spostare gli equilibri del macrocosmo.

Antonello Cresti Internet

Antonello Cresti Internet

Cioè?

In altre parole, anche imparando a riascoltare e a vivere la musica in una maniera attiva, restituendo il nostro ruolo di creatori di senso, può aiutarci a recuperare una forma di protagonismo in questa società che ci vuole apatici, precari e depressi.

Il sottotitolo “Musicologia col martello” suggerisce che non ci vai giù leggero, nella trattazione. Che significa analizzare la musica “col martello”?

Fare “musicologia col martello” significa appunto abbandonare il cesello della pura valutazione estetica (questo è valido, questo non è valido…), andando ad analizzare e disinnescare le ragioni profonde che rendono la musica odierna così arida emozionalmente, così ripetitiva. Così avulsa, se mi consenti, dall’umano. Una musicologia dunque pienamente “politica”, perché questo occorre al momento. Su questo punto tutti i contributori del testo, da Renzo Cresti a Stefano Sissa a Enrica Perucchietti a Donella Del Monaco a tutti gli altri, credo si siano situati su una linea di pensiero molto coerente. Mi fa piacere poiché altrove prevale la logica dell’inoffensivo e del ripiegato su se stesso. Speriamo di poter offrire lo spunto per una scossa.

Pensare il fatto musicale in chiave politica, quindi. Tutti però si dannano per le conseguenze di internet sulla fruizione quotidiana. A livello mainstream, quanto ha contato Spotify e in generale il web nella fruizione e quindi nella considerazione quotidiana della musica nella vita dell’uomo medio, rispetto alla radio, mezzo più tradizionale che ancora tuttavia domina, nella formazioni dei gusti di massa?

La virtualità della dimensione digitale ha avuto un impatto devastante semplicemente perché gli ascoltatori erano stati adeguatamente preparati dai meccanismi disumanizzanti del Capitale Assoluto, ovverosia di quella forma di Capitalismo post-1989 dominata da una finanza senza volto e non più atto a gestire lo scambio/vendita di merci materiali. In questo snodo storico il modello mercatistico cessa di essere un mero meccanismo economico e si impone come “unico dei mondi possibili”, plasmando l’immaginario collettivo nel suo insieme. In questo senso, anche l’avvento del digitale, con la sua possibilità di un accesso più “orizzontale”, non comporterebbe infatti l’abbandono di quella ricerca che è sempre stata il segno del proprio rapporto con la creatività. Si crede che avere tutto e subito sia un bene, ma l’unico effetto è che è sparita ogni curiosità e figuriamoci ogni ricompensa. Sono tempi da osservare con pena, ripeto, soprattutto osservando i più giovani.

A proposito di osservare: la musica live, suonata nei locali si divide in due grandi insiemi, le cover e tribute band e i gruppi che producono, di regola con fatica, canzoni proprie, originali. E’ un’impressione, o sono nicchie che entrambe stanno declinando paurosamente negli ultimi anni, in proporzione specialmente la seconda?

Come abbiamo analizzato nel testo declina la cultura del live, poiché è una dimensione alternativa alla pura virtualità alla quale ci siamo consegnati – i giovani in primis. Il concerto ha aspetti comunitari, financo ritualistici che ci evincono per differenza, un concetto questo oggi rifuggito come la peste. Da questo punto di vista l’effimero successo delle cover bands ha rappresentato un punto intermedio (la riproposizione anestetizzata di ciò che già si conosce per non andare incontro allo stupore del non conosciuto e padroneggiato), ma come correttamente siamo già oltre.

Oltre in che senso?

Siamo alla scomparsa del pubblico, pubblico che ricompare esclusivamente per i grandissimi eventi in cui la regola è “esserci”, mostrando la propria presenza con un diluvio di dirette facebook e selfies. La musica è un pretesto e la dimensione comunitaria è inesistente, poiché ci troviamo qui di fronte auna marea di monadi radunate in uno stesso luogo eppure isolate.

Qual è l’aspetto o la parte del panorama musicale attuale che secondo te é pesantemente sottovalutato a livello commerciale, e che invece meriterebbe più attenzione?

Io mi occupo di tutte quelle “musiche altre” che mantengano un rapporto di ricerca, sperimentazione su più livelli. Da questo punto di vista, come testimonia il mio lavoro con “Solchi Sperimentali” posso affermare che ancora oggi, nel silenzio dei media, è un brulichio di proposte musicali che potrebbero dare un senso ai tempi che viviamo, nell’ottica da me precedentemente descritta. Un sottomondo parallelo che però, ci tengo sempre ad affermarlo, nella barbarica spinta uniformante di oggi, potrebbe ritagliarsi spazi vitali significativi. L’esigenza di un’aria più pura è divenuta oggi davvero ineludibile…

 

“Fenomeno” trap: è lo spirito dei tempi, il nichilismo applicato in musica, come qualcuno pensa?

Fenomeno da non trattare con sufficienza, la trap rappresenta una vera e propria avanguardia dei disvalori promulgati dal Capitale Assoluto, subdolamente dipinti come “trasgressione”. Un corto circuito di senso pericoloso che meriterebbe di essere disinnescato con forza. Anche qui servirebbe un bel martello…

Il futuro come lo vedi? Un variare e rivariare generi e stili già visti, perché ormai non s’inventa più nulla?

Fin dove esiste una personalità individuale e collettiva non è poi così necessario “inventare” dal nulla qualcosa. Credo sia ancora più urgente ribellarsi alla omologazione dei linguaggi imposta dai Mercati globali e provare a far ritornare la musica una sorta di laboratorio delle differenze. In essa possono esprimersi gli istinti dell’individuo e quelle della sua comunità di riferimento. Esistono oggi musiche, come il black metal ad esempio, che rappresentano anche una resistenza glocalista. Una resistenza da supportare senza alcun dubbio.

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