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I Blanche: l’inedito che descrive la felicità di un amore

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Storia. Giovanna Legatti Quando cadevano le bombe. Ricordi di guerra e dello sfollamento.

2FD-foto-bombe-via-Fanti Ancona

Murati vivi

La guerra volgeva al termine, almeno molti pensavano così. Gli americani risalivano la penisola e i tedeschi diventavano sempre più vendicativi. Bruciava in loro il tradimento degli italiani. Gli anglo americani, fino al giorno prima nemici, erano diventati alleati, i tedeschi amici dall’anno dell’entrata in guerra dell’Italia (giugno 1940) diventavano di colpo nemici contro cui combattere. Tutti a casa”, il film interpretato magistralmente da Alberto Sordi nella parte del protagonista è l’icona di questo disorientamento di ogni soldato italiano. I civili non stavano meglio. Era il 1943. Anche Senigallia conobbe nel corso di quell’anno incursioni aeree e cannoneggiamenti dal mare, che obbligarono molti residenti a scappare dalla città e rifugiarsi in campagna. “Era pericoloso continuare a vivere a Senigallia perché i bombardamenti alleati diventavano sempre più frequenti, per cui anche la mia famiglia decise di sfollare. Ci trasferimmo nella casa del nostro contadino, ad un chilometro circa da Senigallia sulla prima collinetta che si incontra, andando verso Ancona. Ci accorgemmo quasi subito e con nostro grande disappunto che eravamo saltati dalla padella alla brace. Un giorno vennero i tedeschi. Aprirono tutte le finestre, requisirono la cucina al centro della quale piazzarono un tre piedi che reggeva un cannocchiale per controllare tutto il territorio verso Scapezzano. Ci intimarono di lasciare la casa entro ventiquattro ore. Al momento rimanemmo tutti interdetti. Lasciare tutte le nostre cose senza sapere dove andare, ci spaventava. Mio papà e il contadino non se la sentirono di abbandonare tutto. Decisero che ci saremmo rintanati nella cantina che comunicava con la cucina attraverso una botola posta in un angolo della stessa. In fretta e furia portammo nel piccolo scantinato un po’ di provviste e le cose indispensabili alla nostra sopravvivenza. Ci calammo tutti nel rifugio scelto e durante la notte un nostro vicino murò la botola ad arte, coprendola con un finto pavimento. Eravamo in dodici persone. Avevamo allungato i materassi sopra le botti. Un giaciglio dove dormire l’avevamo. In un angolo della cantina mettemmo dei bidoni per i bisogni corporali. Il cambio d’aria del locale era garantito da una finestrella che avevamo mascherato all’esterno con fascine e attrezzi agricoli fuori uso. Sentivamo i tedeschi che al piano di sopra bisbocciavano con il nostro vino e mangiavano alcune provviste che avevamo lasciato perché, mangiando e bevendo, non avessero avuto voglia di guardarsi troppo all’intorno. Furono giorni interminabili. Avevamo una gran paura di fare la fine dei topi. Poi, lentamente i rumori cessarono, gli stivali tedeschi smisero di picchiare sopra le nostre teste, il rombo del cannone si allontanò. Il nostro vicino bussò alla porta, dicendoci che i tedeschi se ne erano andati. Ritornammo alla vita e alla libertà. Oggi, quel casolare che avevamo scelto come rifugio è diventato un ristorante, il Rustichello (Anna Maria Pierfederici).

I fichi

“Anche noi di Senigallia abbiamo conosciuto i disagi e le paure causati dalla guerra. Le sirene d’allarme risuonavano di giorno e di notte, annunciando l’arrivo di bombardieri sopra la città. L’inesperienza e la paura ci facevano scappare all’aperto, quando sarebbe stato saggio e più sicuro cercare rifugio nelle cantine. Mio padre e mio fratello, ambedue falegnami, avevano il laboratorio in uno stabile situato al centro della città, per questo bersaglio più facile per aerei e navi; per questo decisero di chiudere bottega e sfollare come già avevano fatto altri senigalliesi. Dopo affannose e non facili ricerche ci sistemammo a Borgo Bicchia in un locale che era poco più di una cantina. Ci ospitò la famiglia Seta i cui componenti divennero in breve per noi cari amici. Passammo insieme diversi mesi con la paura e con la rabbia sofferta soprattutto da mio padre che aveva dovuto lasciare il lavoro che amava e non sapeva come provvedere alle necessità della famiglia.  Per noi ragazzi invece, nonostante la paura, il forzato esilio somigliava ad una vacanza perché non potevamo impiegarlo che stando insieme ai coetanei e giocare con loro. Mia madre, più di tutti, sentiva nostalgia della sua casa che tanto amava e del suo orto che curava con passione e bravura. Parlava spesso della verdura fresca che l’orto ci dava e dei frutti maturi e saporiti che le varie piante ci offrivano. Venuto il tempo dei fichi, mia madre, vincendo la paura, decise di tornare al suo orticello per coglierli. Mio padre non si stancava di ripetere: Milia non andare, è pericoloso, puoi fare dei brutti incontri. Ci può essere un bombardamento. Ti prego, non andare. Ma Milia, che ormai sentiva in bocca il sapore dei suoi fichi maturi, un giorno inforcò la bicicletta e partì, seguendo non la solita strada perché la riteneva più pericolosa ma camminando lungo il letto asciutto del fosso Sant’Angelo che costeggiava la nostra casa. Arrivata finalmente nell’orto tanto amato, riempì un canestro di fichi e riprese la via del ritorno ma, giunta a metà strada, proprio sopra il fosso, arrivarono due aerei che presero a sfidarsi a colpi di mitraglia. Per fortuna mia mamma non fu colpita ma la paura fu tanta che cadde a terra. Con lei cadde il canestro che rovesciandosi, sparpagliò i fichi sui sassi del torrente. Appena gli aerei scomparvero e la paura le permise di alzarsi, non pensò più ai fichi ma solo alla preziosissima bicicletta. L’afferrò subito e da allora non desiderò e non parlò mai più di fichi” (Licia Lucarelli).

Nel rifugio di Gentilini.

“Ero una bimbetta di tre, quattro anni. Vivevo felice con i miei genitori, i nonni paterni e mia zia in una grande casa in affitto, situata in via Andre Costa, a Senigallia. In quegli anni difficili, forse il mille novecento quarantatré o quarantaquattro, non ricordo bene, i miei genitori non erano in casa perché lavoravano. Passavo le giornate con i miei nonni, la zia e i miei amici d’infanzia. Non mi rendevo conto che intorno a me il mondo era sconvolto dalla guerra. I grandi avevano tanti problemi da risolvere. Correre nel rifugio, quando suonava l’allarme, per me era quasi un gioco. Ricordo che mia madre mi faceva ballare, forse per allietare tutta quella gente che era con me nel rifugio o forse per esorcizzare la paura che era nell’aria e che era di tutti. Eppure, quei pasti improvvisati lì sotto, consumati in fretta insieme a tanta gente, avevano il sapore e il profumo dolce della speranza” (Gabriella).

Fame di pane

“La donna della quale parlo, abitava nel rione Portone. Veniva da un paese vicino. Viveva sola e per campare faceva servizi vari nelle case dei benestanti che la impiegavano soprattutto come lavandaia. Non esistevano ancora le lavatrici e i panni, in qualsiasi stagione, venivano lavati al fiume o nei lavatoi pubblici, dove esistevano. Allo scoppio della guerra (1940) e per tutta la durata del conflitto, i generi alimentari furono razionati. Chi aveva denaro poteva acquistarli alla “borsa nera” cioè a un costo molto superiore a quello ufficiale, chi aveva pochi soldi doveva accontentarsi della quantità stabilita dal razionamento in base ai bollini di cui ogni cittadino era fornito. E’ chiaro che chi aveva diritto a pochi bollini, aveva anche pochi alimenti. La donna in questione, essendo sola, si trovava proprio in questa situazione. Cominciò allora per lei il lungo periodo della fame soprattutto per quanto riguardava il pane. Terminata la guerra, i generi alimentari lentamente  potevano essere acquistati liberamente nei negozi. Ogni cittadino potè fornirsi di pane a seconda delle sue necessità. La donna del Portone andò dal fornaio per essere certa che la notizia fosse vera. Alla risposta affermativa, fu presa da una risata irrefrenabile e da quel momento incominciò a comprare pane, sempre pane e solo pane. Le vicine di casa, preoccupate da questo strano atteggiamento, avvisarono il medico. Il dottore, adducendo una scusa plausibile, entrò in casa della donna. Trovò in ogni angolo della casa pane e solo pane, sopra e sotto il letto, sul tavolo e sotto il tavolo. Diagnosticò un’alterazione mentale a carico della donna che fu rinchiusa in manicomio, dove morì poco dopo” (Luigi Olivi).

Pippo l’aereo solitario

Nelle notti di luna piena, sui cieli d’Italia, a nord, a sud o al centro, la cosa era indifferente, perché i bersagli da colpire erano molti, il sonno di chi riusciva a dormire anche per poche ore era interrotto dal rumore di un aereo. “Era un suono solitario come di un apprendista di violino che si esercitasse su una corda sola, una litania di motore a scoppio ora gemente ora rinvigorita, sempre monotona. L’aereo aveva un nomignolo bonario: Pippo. Per ragioni imperscrutabili tutti i cittadini dell’Italia repubblicana battezzarono così l’aereo ricognitore inglese notturno. Che poi fosse sempre lo stesso, è difficile credere, anche perché variava d’umore. Il più delle volte era innocuo, però di quando in quando si imbizzarriva e “scagazzava” uno spezzone incendiario che bucava una soffitta o incendiava un pagliaio. Pippo era ubiquo, si faceva udire alla stessa ora in luoghi molto lontani. Probabilmente si chiamavano Pippo tutti i piloti solitari che raggiungevano l’Italia per disturbare il sonno, per osservare al chiaro di luna o dei bengala gli obiettivi che i bombardieri avrebbero distrutto di giorno, per paracadutare sugli accampamenti partigiani segnalati dai falò, cibi in scatola e medicine” (Gianfranco Vené, Coprifuoco, pp. 172, 173, Milano 1989). Pippo veniva a disturbare i sonni degli Italiani di ogni parte d’Italia e non lasciava in pace nessuno.

Gli sfollati nella letteratura e nella canzone popolare.

Nella Ciociara, romanzo di Alberto Moravia, è possibile leggere la storia di tutto il popolo degli sfollati che, costretti dagli eventi bellici ad abbandonare le città raggiunte dai bombardamenti anglo americani, si riversavano nelle campagne o comunque lontani dagli obiettivi militari.

La loro vicenda contribuì non poco ad avvicinare la città alla campagna, i cittadini ai contadini; questi ultimi davano grano, farina da polenta, riso, latte, uova, carne, generi alimentari che prendevano la strada della città, nella borsa dell’uomo che lavorava in fabbrica e negli uffici e veniva il sabato sera a trovare la famiglia in campagna.

I continui bombardamenti cui fu sottoposta la città di Milano, dall’Ottobre 1942 alla fine del conflitto, riversarono in Brianza tra i sessanta e i settantamila sfollati. I paesi maggiormente investiti da questo esodo furono: Seregno con 6.150 sfollati, Carate Brianza con 600, Besana Brianza con 5.128, Cernusco sul Naviglio con 4.705, Giussano con 2.520 unità. A questa popolazione si aggiungeva quella dei profughi delle terre invase, che un documento del 12 marzo 1944, rinvenuta nell’archivio comunale, faceva ammontare a 207 persone, provenienti dall’Abruzzo (sei), dalla Calabria (quattro), dalla Campania (cinquantuno), dalla Puglia (sessantacinque), dalla Sardegna (quindici), dalla Sicilia (sessantasei), tutte dimoranti a Giussano.

E’ curioso notare come chi proveniva dalle regioni liberate dagli anglo americani, polacchi del secondo corpo d’Armata del generale Wladyslaw Anders, partigiani della Brigata Majella guidati dal leggendario Ettore Troilo, futuro prefetto di Milano dopo la guerra, e dal Corpo Italiano di Liberazione (CIL) che rappresentava in nuce il ricostituito esercito italiano, era considerato come profugo delle terre invase. Nell’Italia settentrionale l’occupazione nazi fascista durò, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, due lunghi inverni e una rossa primavera.

Il capitolo degli sfollati a Civitanova Marche trovò nella penna di Pietruccio Cerquetti un interprete davvero eccezionale. La cittadina della costa, in provincia di Macerata, sede di un’importante industria metalmeccanica e siderurgica, la SACMC (Società Costruzioni Meccaniche Adriano Cecchetti) che produceva materiale bellico: Spolette per le bombe, proiettili, mitragliatrici, e nodo ferroviario tra il Nord e il Sud Italia, venne investita massicciamente dai bombardamenti alleati. Pietruccio, sfollato assieme ad altri, presa carta e penna, scrisse di getto, in dialetto civitanovese,  La Canzone degli sfollati.

“Llajò lo porto co’ lo primo mitrajamendo

tutti se dà a la fuga prondi a lo sfollamento.

Chj se vutta in cambagna, chj drendo Citanò,

chj su ‘pe le mondagne, o verso Montecò.

 

Nuaddre ce ‘ttroemo vicino a Tallei:

su ‘n letto de du posti  dormemo in cingue o in sei.

Ce semo rrifugiati a la mejo che se po’,

l’urdemi che ‘rvà a casa, ha da durmì de fò.

 

‘Na casa de du’ vani: vendi ne semo troppi,

un pochi gna che vaca, a durmì sopre li coppi

perché tutti ‘llà drendo non ce se po’ boccà,

armeno chi va sopre li dendi po’ ngiocca.

 

Chj dorme su le vrande, e chi sopre le rete,

l’acqua ce sta londano, tocc’a suffrì la sete,

se anghe li vicinati te la fa caccià.

o ‘gna che bei poco, o non po’ più cucinà

 

Più bbuffa adè la sera, quann’è l’ora de la cena,

a ‘posto de la luce ci sta la citilena,

tegne tutte le frosce se ‘ngomincia a fumà,

ce mmascheremo tutti come che Carnuà.

 

Ma se ‘sta vita dura angor quarghe semestre

ce torna mejo a mette su ‘n circolo equestre,

la spesa più grossa sarria de fa ‘n tennò,

armeno stemo drendo, non ‘stemo più de fò.

 

Statemo tra Tallej e la Villa Pijapochi.

Pare che semo quelli che jemo a fa li jochi,

e sse non ge ‘berghesse ‘llo poro de Quattrì,

saressimo ridutti come li vorattì.

 

‘Na spece de nuà adè la famija Sacchi,

se ‘rizza a la matina adè tutti rutti e stracchi,

dorme tutti – nzéme, drendo un cammerò,

chi ritti e chi sta ciumi ‘dé venisei perzò!

 

Quisti d’è li regali che cià fatto lo duce

Senz’acqua, senza casa e angora senza luce

Proprio immezzo la strada cià vuto vedé

Pigliesse un corbo a isso e lo latro de lo ré.

 

Pietruccio Cerquetti, sfollatissimo

Ho voluto riportare la canzone degli sfollati di Pietruccio Cerquetti anche per dare più completezza ai racconti dell’Unitre di Senigallia, curati da Giovanna Legatti e raccolti in una busta. Nel testo della canzone ci sono alcuni riferimenti a luoghi di fortuna trovati casualmente dagli sfollati e messi a disposizione da alcune famiglie del posto: Tallei, la villa Pigliapochi, Quattrini. Le case di queste famiglie erano tutte fuori l’abitato di Porto Civitanova, in collina, tra la città alta e Montecosaro. Pietruccio Cerquetti per l’ultima strofa fu condannato a venti giorni di carcere che scontò nella caserma di Morrovalle e fu anche bastonato dai fascisti. E’ stato un’icona della lotta al nazifascismo. Operaio presso la fabbrica SACMAC, chiamata familiarmente la “Cecchetti” di Civitanova Marche, è autore di altre famose canzoni che la locale sezione del Partito Comunista ha provveduto molti anni fa a raccogliere in un libro. La canzone degli sfollati è possibile ascoltarla anche su Youtube (Lucanero Meo).

Raimondo Giustozzi

 

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