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Diaologhi in corso. Stefano Bartezzaghi: “Salvini ha reso il razzismo accettabile. I social network? Nuovi protagonisti della banalità”

 

immagini.quotidiano.net

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By Nicola Mirenzi

A volte, la normalità è un’arma tremenda: “Salvini ha reso il razzismo accettabile. Non dichiaratamente, perché nessuno si proclama razzista in Italia, ma banalizzando: cioè, lasciando passare per naturali associazioni mostruose. Per esempio, quella tra i neri e i comportamenti criminali. È così che il razzismo è diventato, di fatto, più possibile di prima”. Del suo maestro, Umberto Eco, Stefano Bartezzaghi ha custodito la passione per i luoghi affollati, i posti in cui più facilmente gli individui si radunano numerosi per disperdersi nella massa: “La tv, che Eco ha analizzato a fondo, è diventata iper banale. Oggi sono i social network i nuovi protagonisti della banalità, il luogo privilegiato per studiarla”.

Docente di Semiotica e teorie della creatività all’università Iulm di Milano, Bartezzaghi ha appena pubblicato un libro avventuroso, Banalità. Luoghi comuni, semiotica, social network (Bompiani), un’immersione nel mare di segni che producono Facebook, Twitter e Instagram, che propone un argomento spiazzante: cercare l’originalità è lo sforzo più banale che ci sia: “Già Leopardi nell’Ottocento – dice all’HuffPost – scriveva che la cosa più rara da trovare nella società è un uomo che non sia originale. I social network non hanno fatto altro che portare al parossismo la smania, tipica della società borghese, di sfuggire ai luoghi comuni. Ma che cos’è, in fondo, la banalità? Banale è qualcosa che sanno tutti. La parola stessa, banale, viene dal francese medievale ban e indica ciò che è comune a ogni abitante del villaggio. È il giornalismo, agli albori della diffusione dei mass media, che trasforma ciò che è risaputo da tutti in un nemico da combattere. Poiché i giornali devono pubblicare, ogni giorno, qualcosa di nuovo. Il già noto è banale. Ciò non toglie che ricordare che la terra non è piatta, per quanto poco originale sia, è comunque vero”.

Dicendo che la banalità non è banale, non sta cercando anche lei di fare l’originale?

Può vederla così, se vuole. Però la mia intenzione principale è osservare la banalità senza giudizio, un puro oggetto di studio. Non per esaltarla, ma per non demonizzarla.

Cos’ha di così speciale, la banalità?

Per la mia formazione enigmistica, fin da bambino, ho nutrito un interesse per i luoghi comuni. L’enigmistica è l’unico àmbito al mondo in cui coniare “frasi fatte” è un pregio. Poiché, più la frase risolutiva di un rebus è banale, migliore è il gioco. Ecco perché visto da vicino, nulla è davvero banale.

Lei diffida dei social network?

Diffido della diffidenza dei social network.

Perché?

Perché la diffidenza è diventata eccessiva. Non è come negli anni settanta, quando Umberto Eco invitava a valutare criticamente il messaggio della televisione, che calava dall’alto. Oggi, se Roberto Burioni dice “vaccinatevi”, non si dubita dell’enunciato, ma dell’enunciatore: “Perché lo dici, sei pagato da Big Pharma?”. È diventato inevitabile diffidare della diffidenza.

Anche quando è politica?

David Foster Wallace, una volta, scrisse che l’ironia si era trasformata – da strumento contro il potere – in uno strumento del potere. È successa la stessa cosa alla diffidenza. Pensi a Donald Trump che accusa i giornali di diffondere fake news.

Dovremmo, dunque, tornare a credere?

Tengo troppo alla mia laicità per invitare alla fede. Scommetterei, piuttosto, sulla conoscenza. L’unico strumento capace di svelare i trucchi della nuova comunicazione, aiutandoci a selezionare le cose a cui dare credibilità.

Perché Salvini è credibile?

Salvini ha fatto compiere un passo in avanti al populismo mediatico. Grazie ai social network, si traveste da uomo comune. E non è più come Berlusconi, che proclamava di essere un “presidente operaio”. Salvini rappresenta continuamente se stesso per quello che non è. E lo fa direttamente, camuffandosi.

Però il cuore del racconto salviniano è l’immigrazione.

Salvini è riuscito a scalfire la mentalità di un paese, il nostro, che è tradizionalmente un popolo di migranti, accogliente. Ha compiuto un movimento tipico di ogni smentita al politicamente corretto. L’invito a lasciar perdere i luoghi comuni (per esempio l’idea, banale, che gli uomini sono tutti uguali, indipendentemente dal colore della pelle che hanno) fa precipitare in un pregiudizio ancora anteriore (l’uomo nero che fa paura).

Il suo obiettivo non sono gli immigrati in sé?

No, i suoi bersagli sono più spettacolari: sono l’immigrazione nera e i rom (ma, soprattutto, i neri). Adottando la logica dei social network, è riuscito a far passare l’idea che la sua sia un’operazione verità. Dà l’assalto alla banalità: “Basta con il buonismo”, afferma. Poi, enuncia il suo messaggio fuori dal coro: “L’immigrazione è la causa della criminalità, l’origine dell’impoverimento dei lavoratori italiani”. Non importa che la realtà smentisca la sua tesi.

Come ci è riuscito a imporsi?

Facendo passare per buon senso anche l’azione più atroce. La legittima difesa? “È normale che se uno mi entra in casa io sparo”, dice, rendendo più vicina possibile al linguaggio comune una legge devastante. Al contrario, ogni critica diventa bizzarra, strana, lontana dalla gente, roba da “professoroni” che vogliono negare alla gente la serenità di dormire con un fucile carico accanto al letto.

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