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I Blanche: l’inedito che descrive la felicità di un amore

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Cultura. “Le undici di notte e l’aria oscura..”, Stornelli sotto una finestra

Copertina del libro "Le undici di notte e l'aria oscura.." di Lino Palanca

Copertina del libro “Le undici di notte e l’aria oscura..” di Lino Palanca

di Lino Palanca

Lo stornello è un canto popolare, tre versi,  composto da un quinario seguito da due endecasillabi (rima A – B – A). Questo lo schema classico, che poi nell’uso popolare non è sempre stato rispettato. Spesso l’incipit è fornito dall’evocazione di un fiore. Questa semplice lirica è di chiara origine campagnola ma non mancano stornelli che lumeggiano usi e situazioni tipicamente cittadine o marinare. L’argomento dello stornello è quasi sempre amoroso: che l’amore trionfi o perisca, che si tratti di una manifestazione di tenerezza o di un vero e proprio insulto … tutti li miei penser parlan d’Amore (Dante, Vita Nova, XIII).

Da premettere alla lettura: i cantori (contadini, marinai, artigiani, operai) si sforzavano di rincorrere l’italiano corretto, il più delle volte ne consegue un minestrone tra lingua nazionale e dialetto che va lasciato tal quale ci è giunto perché è da considerare un elemento caratterizzante.

 

foto sito pepenero.org

foto sito pepenero.org

L’amore mia se chiama Renatu,

per lu’ lu passarìa el maru a notu

Stornello, incompleto, con un sterminata parentela in giro per la penisola. A Roma: E lo mio amore se chiama Pietruccio – me l’ha legato er core cor un laccio – me l’ha ferito cor un cortelluccio. In Toscana: Beppino amato – per voi lo passerei lo mare a nuoto – dappoi che m’avete innamorato. Sempre in Toscana ritorna Renato, con un paio di ironiche notazioni: Il mio amore si chiama Renato – per lui mi butterei nel mare voto – e sotto il treno quando è già passato. Il treno è citato anche dal portorecanatese Luigi Sorgentini: Me buttarla ‘nt’el trenu già passatu. A Venezia: El mio amore se chiama Piero – quello delle tre rose sul capello; – una per mi, una anca per elo, – una per la beleza del capelo. Una versione del maceratese: Lu mio amore se chiama Peppe – lu capu giugatore de le carte – se giocheria la mamma se potesse – la moje e la fija se l’avesse.

 

La scena più propria a uno stornello è un giardino sul quale dà la finestra dell’amata, il tutto illuminato dalla solitaria regina della notte, la luna.

‘ffàccete a la fenestra, se ce sai;

damme un becchieru d’acqua se ce l’hai;

se nun me lu vòi dare, padrona sai …

Vedi Leopardi, “Zibaldone”:

Nina, una goccia d’acqua se ce l’hai:

se non me la vòi dà padrona sei.

Identico contenuto, con lievi varianti, si trova nei “Canti popolari osimani” raccolti da Leonello Spada:

Nena, ‘na goccia d’acqua si ce l’haj,

si nun me la vòli dà

padrona saj.

Si veda anche il saltarello monteluponese dove la richiesta del bicchiere d’acqua è singolarmente connessa al tema dei denari:

Dammene un becchiè d’acqua, cara, se ce l’hai,

se non me la vò’ dare, padrona sei,

olà per in su, olà per ignó, per in qua, per in là.

E se non piji, non cuci né ‘mpresti,

li denari chi te li dà?

Se non me la voi dare, cara Ninella,

core de mamma, padrona sei (inciso dal gruppo folk “Cantina 90” di Montelupone).

La capigliatura della dama si profila come un albero chiomato.

‘ffàccete a la fenestra o ricciulona,

dei tua capéj dammene ‘na rama,

li metterò a l’urloggiu pe’ catena.

Lo stornello è ripreso senza varianti dal loretano Augusto Castellani:

‘ffaccete a la finestra o ricciulona,

de ssì capej tua ne vo’ ‘na rama

Compare anche, a conferma della sua vasta diffusione, nel saltarello monteluponese:

Dei tua capelli ne vorrei ‘na rama

pe’ mette all’orologio ‘na catena;

‘na catena, olà la rriva la bella,

la mamma lo sa.

E se la mamma lo coje

la fija joppe la ripa la fa caminà.

Pe’ mette a l’orologio, cara Ninella,

core de mamma ‘na catena.

Infine, uno stornello che richiama alla memoria niente meno che Torquato Tasso:

‘ffaccete dal balcone o bella bimba,

pe’ fa’ l’amore al sole cu’ la tenda

ce ‘urebbe el mantu de Grulinda.

La “Grulinda” di cui è evocato il manto è, secondo alcuni, la strega nordica Grolinda; va ricordato che nell’immaginario popolare il mantello delle streghe conferiva poteri magici. A me pare, però, che sia più veritiera l’ipotesi che porta su Clorinda, l’eroina della “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso. Lo proverebbe lo stornello toscano raccolto da Giuseppe Tigri:

Facciati a la finestra, o bella bimba,

e per pararci il sol ci vol la tenda,

vi ci vorrebbe il manto di Clorinda.

Nel libro VI del suo poema Tasso fa dire a Erminia, con riferimento a Clorinda: A lei non tarda i passi il lungo manto e qui si parla di un manto che, per riparare dal sole, dev’essere ben ampio.

 

* Riferimenti bibliografici principali:

Giuseppe Tigri – Canti popolari toscani, Firenze, barbera-Bianchi e & 1856.

Leonello Spada – Canti contadineschi osimani (inedito)

Antonio Gianandrea – Canti popolari marchigiani, Torino, Loescher 1875.

Luigi Sorgentini – ‘Uria ‘rturnà’ ggió ‘l Portu a ‘ede i foghi, Roma, ed. del Colle, 1971

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