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Cultura. Eldo Marchetti, personalità eclettica, originale e complessa

Morrovalle foto R. Giustozzi

Attraverso la poesia ha rivisitato monumenti, storia, angoli e scorci di Morrovalle come pochi altri.

Eldo Marchetti (1894 – 1954) nacque e morì a Morrovalle. Era figlio di Pietro Marchetti e di Piera Cencioni, insegnante. Dal matrimonio con Maria Luisa Cesanelli nacque il figlio Pirro. Abitava in un antico convento dei monaci Silvestrini e in alcune stanze allestì una biblioteca ricca di testi. Era un uomo di notevole cultura e amico di molti. Pervaso da grande religiosità, appartenne, come laico, all’ordine terziario francescano. Il figlio Pirro, sposatosi con Dory Mattei, gli diede l’unica nipote Elda che vive a Sarnano, suo paese di adozione (Cfr. Archeoclub d’Italia – Morrovalle, collana monografica di storia morrovallese, Ricordando un poeta, Eldo Marchetti, testi di Mario Latini, documentazione fotografica a cra di Pierluigi Cerquetti, settembre 2004). Il libro è in dotazione della biblioteca comunale Silvio Zavatti di Civitanova Marche.

porta_san_bernardino_morrovalle1 da InternetLa produzione letteraria di Eldo Marchetti è ampia e tocca gli argomenti più diversi. “L’immonda tragedia” è un componimento di trecento trenta versi endecasillabi. Il testo, pubblicato nel 1941, è una fiera condanna della seconda guerra mondiale allora in corso. In questa presa di posizione vi è tutto Eldo Marchetti, voce fuori dal coro negli anni dell’ubriacatura fascista. Passò anche alcuni giorni di confino nel vicino paese di Montecosaro, dove per altro poteva contare su amicizie consolidate. Fu accusato di disfattismo per delle scritte che aveva vergato di suo pugno sui muri delle latrine pubbliche contro la corruzione e la dittatura.

Nel lungo componimento chiama i governanti del proprio tempo “Scotennatori pingui e menzogneri / ben degni figlioli di Caino / Criminali dai cerebri anormali”. Davanti al patriottismo tanto osannato, e predicato, il poeta si augura che “Tra nazioni e nazioni siano infrante / le frontiere, ridicole anticaglie, / di menzogne convenzionali cada / la congerie ciclopica, dinanzi / a Dio sfrondi l’allor della superbia / l’omo e libero in fratellanza viva: / trionfino la pace e il lavoro / Ciò che ci dà natura a tutti basta. / Perché la distinzione delle razze / se hanno gli uomini un cor, un’alma eguali? / L’intera umanità vive d’inganni / da legioni di ladri governata”.

La gioventù è inviata sui diversi fronti di guerra come carne da macello da governanti privi di scrupoli: “La gioventù alla guerra si trascina, / dopo averla impazzita e affamata. / A compenso si dona una medaglia / di marmo un blocco inciso alla memoria. / A simbolo s’innalza un gagliardetto, / straccio ideato dai pirati osceni”.  Il fascismo voleva che si incrementassero le nascite: “Si vuole l’incremento famigliare / per allevar la carne da macello. / De’ genitori quali son le gioie? / Veder sul fior degli anni ucciso il figlio, / strappato al focolare con la forza”.

Il poeta si scaglia contro la dichiarazione di guerra alla Francia già sconfitta dalle armate tedesche: “Pugnalata / venne a le spalle la sorella Francia, / della latinità lumiera pura, / sotto il beffardo teutone già morta, /  quella Francia che l’inno sempiterno, Il più sublime ch’abbia scritto l’uomo, / lanciò bel divampar d’una riscossa / a terror travolgente de’ tiranni”. L’Italia del proprio tempo, dice ancora Eldo Marchetti, è piena di seguaci che vanno in cerca di denaro, aggrediscono gli onesti e non i ladri e continua: “E tutto un carneval di camorristi, / di puttane, creato da quel segno/ che stringe intorno all’ascia le canaglie, / Ovunque impazza indecoroso e vile”. L’alleanza scellerata con la Germania è bollata con veemenza: “D’Ariovisto sorridono gli eredi / che fan di noi sgabello per salire”. Pura follia sono tutte le guerre del nazi fascismo, per cui il poeta si schiera con i Belgi, i Polacchi, gli Olandesi, i Norvegesi invasi dalle truppe del Terzo Reich. Non ultima, ricorda la Grecia: “Di te che dire, vittima novella, / eroica Grecia, senza la dottrina / tua, che la Roma ingentilì selvaggia, / Virgilio, Ovidio, Cicerone, Orazio / nomi ignoti sarian per sempre stati”. Gli italiani sono diventati senza cuore. Dimenticano Sfacteria località, dove morì (1825) Santorre di Santa Rosa, patriota piemontese in esilio. L’invettiva contro l’uomo di Predappio, Benito Mussolini, è esplicita: “Vi oltraggia il nepotista predappiese, / innalzato dall’itala codardia, / nata da un manganello e da una purga, / mentre la Romania figlia latina, / che di Plewna gli allori ha calpestato, / pervertita e venduta, sotto il giogo / tedesco giace lieta de’ massacri”.

Tutto questo grande bagno di sangue finirà con la sconfitta di chi ha generato tanto macello: “Compiango la mia patria e non ricordo / che son poeta e cittadin del mondo. / E’ mio santo dovere, innanzi al Cielo,  la fratellanza umana propugnare”. Il finale del canto è tutto un inno alla pace non come la dà il mondo ma come ci viene data da Dio: “Contempliamo di Dio le meraviglie / E l’alma sentirà  del Ben l’impulso / Della virtù per l’erta, che sublima, / marciamo con tenacia e vinceremo. / La Religione a meditar chiama / sul nobile destin del nostro spirto / perché intessere dunque un labirinto / di frontiere tra i popoli se a tutti / d’insegnar disse Cristo il suo Vangelo? Piangi uomo avviluppato nei tuoi beni / che di caducità vestono i germi. / Se Dio è con noi ed il Verbo suo ci guida / là dov’è morte fiorirà la vita”.

Eldo Marchetti, prima di dare alle stampe il testo, lo fece ascoltare, alla fine del 1940, quando l’Italia era già in guerra, a un gruppo di amici che aveva convocato nella propria casa (Cfr. Archeoclub d’Italia – Morrovalle, collana monografica di storia morrovallese, Ricordando un poeta, Eldo Marchetti, testi di Mario Latini, documentazione fotografica a cra di Pierluigi Cerquetti, settembre 2004). Il testo di cui ho proposto solo alcune parti è di facile lettura da un lato, quando il poeta scaglia le proprie invettive contro la politica guerrafondaia del proprio tempo. E’ di non facile lettura da un altro lato, quando fa riferimento alla mitologia greca e romana e a pagine di storia. In questi versi il linguaggio diventa aulico e ricco di erudizione.

La produzione poetica di Eldo Marchetti raggiunge l’apice in tutti quei componimenti nei quali gli oggetti della propria ispirazione sono alcuni angoli caratteristici del proprio paese, la campagna attorno a Morrovalle e quadretti di vita quotidiana. L’amico Aurelio Ciarrocchi, di Civitanova Alta, che condivideva con lui l’antifascismo e il tono scanzonato, gli stampò nella propria tipografia diciotto sonetti raccolti sotto il titolo “Viticci d’Edera”. Dal Colle Bellavista, nel punto più alto della collina dove si adagia Morrovalle, lo sguardo spazia verso i Monti Sibillini, il Mare Adriatico e la sottostante vallata del Chienti a Sud: “Tra il canto de le Driadi e l’Ondine, / risonante su l’ali zeferine, / in vetta un colle florido e ferace / Morrovalle s’aderge, asil di pace, / qual scolta su la valle ove del Chiento / l’onda va e passa in flebile lamento, / E guarda quinci il mare e quindi il monte / offrendo a l’occhio splendido orizzonte”. Nell’antica Grecia, le Driadi e le Ondine erano giovani ninfe che custodivano la forza e il vigore di ogni albero. Le ali zeferine rimandano al nome Zefiro, il venticello di primavera. Il Chiento è il fiume Chienti, Cluentum per i Latini e Flusor per i Greci. “Quinci il mar da lungi e quindi il monte” è un chiaro verso leopardiano. Non c’è colle, dove è appollaiato qualsiasi paese poco lontano dalla costa che non abbia lo scorcio dei monti e del mare.

La celebrazione della propria terra è tutta nella poesia Valmurena: “Cara valle natia, che dal tuo seno / Di gioia un raggio su ‘l mio core spandi / Qual su torbida nube aureo baleno, / E di pace perenne t’inghirlandi; / Tu come un golfo viride e sereno / Accogli i baci di due fiumi blandi, / E in guardarti, lo spirto io rassereno / Seguendo il volto de’ miei sogni grandi, / E’ lontana da te l’aspra maremma… / Vaporan dai tuoi grani onde d’incenso, / E tutta avvampi come un’urna d’or; / E innanzi al mare di berillo, immenso, / Passa, regale nell’antica flemma, / il bove conscio del suo buon lavoro” (Eldo Marchetti, Valmurena). I due fiumi che scorrono blandi sono il Chienti a sud di Morrovalle e il Potenza, a nord del paese, caro quest’ultimo al Leopardi: “E chiaro nella valle il fiume appare” (G. Leopardi, la quiete dopo la tempesta). Il Mare Adriatico si tinge per il poeta di un colore verde azzurro, qual è possibile vedere spesso nella bella stagione. Il bove inserito nell’ultimo verso richiama il “T’amo mio bove; e mite un sentimento / Di vigore e di pace al cor m’infondi…” ( Giosuè Carducci, il bove). Peccato che nelle nostre campagne non ci siano più né contadini, né buoi né aratri lasciati in mezzo alla maggese.

Questi sono i versi di Eldo Marchetti, che l’amministrazione comunale di Morrovalle ha voluto riportare, scolpiti sulla pietra di marmo all’inizio e al termine del viale del Pincio, restaurato: “Qui ne’ placidi tramonti. / Sotto i tigli profumati. / Cielo, mare, valli e monti / E’ pur bello rimirare” (Eldo Marchetti, La canzone dei campi). Un tempo, Morrovalle, “Dentro la cerchia delle antiche mura”, era un paese densamente popolato, non come oggi. Non era raro incontrare mendicanti che bussavano alle porte di antichi palazzi: “Lungo la via nevosa un poverello / Stende la scarna mano al passeggero/ Ma ciascun frettoloso nel mantello / Avvolto, passa tacito ed altero. / Il rejetto cammina… ad un cancello / si ferma… e di miseria messaggero / Con la tremula mano il campanello / Preme… il suono si perde nel mistero / Giunge la notte fredda, tenebrosa… / E privo di conforto e di pietà, / Affranto ei cade su la via nevosa… / Ahi, l’aurora il mendico non vedrà! … / Invan chiamando un’anima pietosa, / E l’assiste Sorella Povertà” ( Eldo Marchetti, Il mendico). Oggi, si possono incontrare gli extra comunitari all’ingresso del super mercato, della chiesa, dell’ufficio postale. Hanno imparato, dove incontrare la gente. L’assistenza a chi è nel bisogno viene fatta poi dalla caritas parrocchiale e dall’istituzione pubblica.

Eldo Marchetti era anche storico. S’interessò del Convento dei Frati Minori, dei morrovallesi illustri, di Morrovalle nel Risorgimento, della storia picena, di tradizioni e di miti. La sete di conoscere lo portò a spaziare su molti aspetti dello scibile umano. Ma mise sempre in versi l’amore per gli angoli e i monumenti del proprio paese. Alcune cartoline del secolo scorso, che ritraevano la monumentalità architettonica di Morrovalle, riportavano anche alcuni versi del Marchetti, per dare maggiore rilievo all’immagine ritratta. La cartolina che riproduceva la Porta di San Bernardino, riportava questi versi che il poeta le aveva dedicato: “Dal tramonto nel gioire / Questa porta medievale / Al viandante sembra dire: / Vidi il Santo Bernardino / Le milizie aragonesi / E il furore ghibellino… / Sono un rudere di storia / Son di Morro antica gloria”. Porta San Bernardino si chiama così perché la tradizione vuole che San Bernardino da Siena avesse attaccato qui il proprio asinello, mentre lui si recava in visita al Monte di Pietà, fondato proprio in quell’anno di grazia 1428, quando il Santo venne a Morrovalle per portare anche la scomunica per i troppi misfatti compiuti da gente malvagia. Alcuni male intenzionati, nel frattempo, gli avevano rubato l’asinello. Il santo si accorse del furto quando, ritornando alla porta suddetta, non trovò l’animale. La Porta viene conosciuta anche come “Porta delle Fonti” per la vicinanza delle Fonti Giannino.

Tra tutti i monumenti, che Morrovalle annovera, svetta la torre campanaria di San Bartolomeo, la collegiata di Morrovalle, chiusa dai giorni del terremoto. Ecco come viene celebrata dal nostro: “Caro è guardare a notte il campanile / Bizantino dell’agile sacrato, / Dalla nitida sagoma sottile / Sulla conca dell’aere stellato… / Tornar tu senti l’anima infantile, / in un solco di lacrime, e il commiato, / Ultimo addio, d’un’anima gentile, / Giungerti come un grido sconsolato… / Tace l’eco de’ bronzi riposanti, / Che suonar l’agonia d’amato estinto… / Tacciono intorno a te le gioie e i pianti, / ma di magiche porpore recinto / Ogni pietra di te conserva tanti / Ricordi, quanti di crucciati hai visto” (Eldo Marchetti, alla torre della collegiata in Morrovalle). La piazzetta di San Bartolomeo, il vecchio convento agostiniano, residenza di Lalla Vicoli Nada, il vicino palazzo della marchesa Roberti, il vicolo Roberti, la casa e il belvedere del pittore Elis Romagnoli costituiscono uno scrigno di bellezza unica, concentrata in pochi metri quadrati. La piazza Vittorio Emanuele II, attorno alla quale si aprono: il palazzo Lazzarini, quello del podestà, legato alla vecchia sede del Monte di pietà, il palazzo comunale con il porticato, la torre civica con i merli ghibellini, la chiesa di Sant’Agostino costituiscono un altro valore aggiunto. Ricordo che feci vedere quest’angolo di Morrovalle ad alcuni amici brianzoli che erano venuti a trovarmi nei primi anni del mio ritorno nelle Marche. Mi ringraziarono per aver fatto vedere loro tanta bellezza. Lassù, in Brianza, la furia del Barbarossa cancellò letteralmente interi paesi medievali, distruggendo mura, porte e centri storici.

Ecco come Eldo Marchetti vedeva la piazzetta di San Bartolomeo: “Di San Bartolomeo ne la piazzetta / Sto solo a notte, allor che la civetta / Usa col gufo la tediosa voce / Accordar ne silenzio, su la croce / De la chiesa dormente sotto il raggio / Lunare, quale bianco eremitaggio… / Vigile l’occhio scruta il firmamento / Ed a strani rumor l’orecchio è intento, / E percepir mi sembra una favella / Che dall’ignoto venga d’una stella: / – Tutti finisce e muor vano mortale, /  Beati quelli che non fecer male. / Fremo, mi scuoto e dopo aver pregato / Pe’ defunti che stan sotto il selciato, / Nel cupo ossario privo di facelle, / Ma baciato dal raggio delle stelle… / Volgo un’ultima occhiata a l’infinito / E il gran voler di Dio veggo scolpito” (Eldo Marchetti, a notte nella piazzetta della chiesa di D. Bartolomeo in Morrovalle).

Altre poesie e canti di Eldo Marchetti sono nelle raccolte: “Ali di tenebra” (sonetti), “Ombre in azzurro”, “Inter nubila Phoebus” (Il sole tra le nuvole – canto), “Fronde” (versi giovanili), “Aegypto” (canto). Il maestro Pasquale Tocchetto, così descrive le raccolte più importanti: “Tragedia immonda, massacri, rovine, / pene deplora dell’orrida guerra; / sogna d’abbatter l’estremo confine / per aver pace su trepida terra // Viticci d’edera: scelti sonetti / da sentimento profondo dettati, / volano in alto, tra spiriti eletti / e le bellezze di luoghi fatati. // Ombre in azzurro contiene canzoni, / odi, poemetti con varie strutture; / di fanciullezza avvilenti illusioni, / albe, tramonti, stimate figure. // C’è inter nubila Phoebus che avanza / e squarcia il velo di nembi furenti: così la grazia che infonde speranza / e rende tutti sul male vincenti. // Ali di tenebre: pallido serto / d’evanescenti corolla variate; / stelle cadenti dall’etere aperto / son misteriosi richiami d’un vate. // la civiltà millenaria d’Aegypto, / magistralmente poetando illustrata, / dei Faraoni, piramidi ha scritto, / degli ideogrammi e Sfinge ammirata” (Pasquale Tocchetto, Eldo Marchetti, in Spiragli di luce, pag. 157- 158, Fermo, luglio 2016).

Eldo Marchetti e Pasquale Tocchetto sono due personalità lontane nel tempo e diverse per formazione ma innamorate della poesia e del paese, dove sono nati. Il primo più classicheggiante ha vissuto la propria maturità artistica nella prima metà del secolo scorso, il secondo più didascalico come si addice a un maestro, con i suoi novantatré anni, non smette mai di stupire.

Raimondo Giustozzi

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