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Un proiettore per Cinelinguaggi

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Porto Recanati. Quadretti nostrani di Lino Palanca

Nemesio Castellani - foto Portorecanatesi.it

Nemesio Castellani – foto Portorecanatesi.it

di lino palanca

 

Zi’ Nemezio il Trentino

Le sue ultime estati le ha passate in tournée. Come altro si possono chiamare le esibizioni di zì Nemesio Castellani, detto il Trentino, nei vicoli e negli slarghi del paese? Zì Nemesio si scalmanava in balli e danze che conosceva solo lui, accompagnato da Gujè (Guglielmo Cittadini) a sua volta detto Occhibelli, armato di organetto e con una voce ormai rotta dagli anni, come lo erano le movenze del Trentino. Il quale non mancava però di vantare di essere figlio d’arte richiamando alla memoria degli astanti la discendenza classicheggiante da una madre greca e ballerina. Bah, chissà. Del resto, laggiù sotto l’equatore, tutto era possibile *.

Infatti era nato a Lourenço Marques, oggi Maputo, in Mozambico, nel 1899 o nel 1900, e questa origine esotica la custodiva come una leggenda. C’è da dire che è riuscito, anche adesso che è morto da un bel po’, a circondare con un filo di mistero la sua vita. Almeno l’inizio, perché il resto lo conosciamo abbastanza bene.

Alla moglie Nannina la Quadrata, la nascita di Nemesio dalla spuma dell’Oceano Indiano importava punto o poco, preoccupata com’era di riuscire a coniugare il pranzo e la cena, prosaiche necessità alle quali lui sembrava pensare in modo piuttosto poetico ed episodico. Storiche le loro cagnare, con i giovinastri dell’epoca in agguato nei dintorni per rubare gesti e parole da replicare, poi, davanti a un pubblico di coetanei entusiasti.

Eccelleva su tutti e lo ha dimostrato in tante riviste di Carnevale al teatro Salesiano, Remo Scocco; nessuno, come lui, (e chissà se mai ce ne sarà un altro) può dirsi capace di restituire alla nostra memoria il modo di parlare e di muoversi di zì Nemesio.

Il quale non è certo stato uno stinco di santo, come tanti altri. Però da quando se ne è andato, lui come Gujè, non possiamo far finta che l’anima dei vicoli abbia conservato il colore di prima.

 

* In realtà la madre di Nemesio era inglese e si chiamava Emily Bromwell, danzatrice a Maputo quando partorì il figlio. Questo l’ho scoperto durante una ricerca sui portorecanatesi che andavano alle stagioni di pesca in Mozambico tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Nessuno gli credeva, al Trentino, quando lo diceva. Approfitto anche di questa occasione per porgergli le mie sentite scuse. Ultimo: c’è qualcuno che sa dirmi il perché del suo soprannome?

 

Mino Feliciotti - foto Portorecanatesi.it

Mino Feliciotti – foto Portorecanatesi.it

Il folletto Mino Feliciotti

 

Mino Feliciotti era un folletto ingovernabile. Si materializzava dai vicoli con l’eterna sigaretta in mano, tenuta sulle unghie fino all’ultimo filo di tabacco, il sorriso buono e la battuta pronta a fulminarti. Lo conoscevamo tutti e tutti gli volevamo bene. Anche perché il suo accostarsi per attaccare discorso con la gente non dava mai noia. Con lui il cervello dovevi tenerlo piuttosto sveglio. Una volta venne a mostrare un disegno della torre chiedendo che cosa mancasse. Mah, il pennone della bandiera? No, c’era. La finestrella lato mare? Macché! L’orologio? Era lì che segnava l’ora: mancava un quarto alle sette e… porca miseria!, ci aveva fregati. Un’altra volta raccontò di un gran rumore di passi che l’aveva tenuto sveglio per tutta la notte. Però, guarda di qua, guarda di là, in giro non c’era nessuno. Alla fine, ci disse, si era reso conto che si trattava dei suoi vestiti che passavano di moda. A raccontare Mino e le sue imprese ci vorrebbe un libro. Metà solo per la gentilezza e la tenerezza stampate nel gesto di regalare rose alle donne che conosceva nel giorno del loro compleanno.

 

 

Ovi, Didó e la scienza al chiaro di luna

 

Nei vicoli del centro vivevano due persone tra le più note al Porto. Una era Nicola Giri, detto Ovi (ma questa è tutta un’altra storia); la seconda si chiamava Ferruccio Mancinelli, a sua volta soprannominato Didó, e anche per questo bisognerebbe consultare gli archivi della memoria popolare. Erano entrambi già celebri, ma raggiunsero l’apice della fama con una discussione approfondita, svoltasi a notte inoltrata sul tema della bomba atomica, appena fuori la cantina di Primo, l’osteria all’angolo tra le vie san Giovanni Bosco e Adriatico. Al dibattito assistettero, dopo averlo canagliescamente provocato, alcuni testimoni tra i quali mi pare di ricordare Pino Calendi, ‘Talià Monaldi, Remo Scocco, Luigino Bugiolacchi e chissà chi altri. Il giorno dopo, radio-vicolo riportò che tra i due non si era raggiunto l’accordo circa la struttura dell’atomo, il che destò qualche preoccupazione nell’ambiente scientifico. Nicò si chiamava il realtà Raimondo, ma non potevi rivolgerti a lui con quel nome: non voleva proprio; insomma, si incazzava. Aveva lavorato all’estero, in Francia e Germania: qui da noi faceva lo sciabbegotto e viveva con la vecchia madre, Lisa, in via Amendola, trenta metri di strada in tutto che sboccano in piazza Brancondi all’altezza dello spaccio di Gastone Sessa. Ferruccio Mancinelli, tutt’altro carattere perché persona assai meno suscettibile, abitava in una casetta di via san Giovanni Bosco con la sorella Afra e faceva lo sciabbegotto anche lui. Però, il suo mestiere vero era il cercatore d’oro. Dopo ogni mareggiata, Didó ispezionava la battigia e, quando poco quando un po’ di più, trovava quasi sempre qualche cosa.

Parecchi anni fa, Ermete Grifoni, della Rai di Ancona, istigato da Rodolfo Monarca, confezionò uno splendido servizio su “Didó dell’oro”, proprio su di lui.

Oggi i suoi colleghi cercano i regali del mare con il metal detector. Vuol dire che Ferruccio Didó è stato l’ultimo uomo della frontiera.

 

 

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