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Cultura. Sassoferrato, città d’arte e di poesia. Omaggio a Raul Lunardi, 1905-2004.

Raul-lunardidi Stefano Bardi

Sassoferrato, piccolo paese dell’entroterra anconetano di appena 7.177 abitanti sorto nel 295 a. C. Paese questo immerso nell’arte religiosa e civile, come è dimostrato dalla Chiesa di San Francesco, dalla Chiesa di Santa Chiara, dall’Abbazia di Santa Croce, dal Palazzo Comunale, dal Palazzo Oliva e da tanti altri monumenti. Un paese ricco di arte, di storia e anche di letteratura, poiché questo piccolo paese ha dato i natali e la sepoltura al poeta, scrittore, giornalista e insegnante Raul Lunardi (Sassoferrato, 1905-Sassoferrato, 2004).

Un intellettuale, lo scrittore sassoferratese, che è ricordato più come romanziere grazie alle opere Diario di un soldato semplice del 1952 e Un eroe qualunque del 2000, che, come poeta. Eppure sia come romanziere sia come poeta, ancora oggi dopo quindici anni dalla sua morte poco o niente è stato scritto a livello critico ed editoriale, se non alcuni brevi interventi critici di Carlo Bo[1] e Teresa Ferri[2]. Un autore, lo scrittore e poeta sassoferratese, che sarà da me ricordato non come romanziere, ma come poeta attraverso la lettura diretta delle sue due uniche opere giunte sino a noi.

 

Una produzione poetica quella di Raul Lunardi, che può essere divisa in due parti. La prima parte è rappresentata dalle poesie che vanno dal 1920 al 1983, che sono raccolte nell’opera antologica Poesie (1923-1983) del 1998, mentre invece la seconda parte è costituita dall’opera Preghiera del centenario: poesie del 2003, che raccoglie le liriche che vanno dagli anni ’90 ai primi anni del Duemila. Un’opera quella del 1998, in cui secondo il mio umile e semplice parere letterario, il poeta sassoferratese non è riuscito a creare grandi liriche a differenza dell’opera del 2003, seppur comunque alcuni temi sono degni di nota e attenzione critico-letterario. Un primo tema riguarda la Politica che è intesa da Raul Lunardi, come una creatura dalle mani eternamente sporche di sangue e di letame, con le quali i suoi figli, ovvero i deputati seduti nel Parlamento non fanno altro che inculare la società degli Uomini, sottomettere con l’arma dell’ignoranza la razza umana e infine, trasformare lo Stato nella loro casa, ovvero nell’Inferno. Un secondo tema riguarda i versi poetici che sono intesi dal poeta come i flussi sanguigni, poiché come quest’ultimi, anche i versi lirici sono strutture linguistico-grammaticali frenetiche, palpitanti, trasgressive e filosofico-meditative. Un terzo tema riguarda le Marche da Lui considerate come una Regione elisiaca, dall’eterna giovinezza, dalla viva campagna e dalle reminiscenziali primavere. Un quarto e ultima tema è l’omaggio alle grotte di Frasassi, che sono intese e concepite da Raul Lunardi come l’Eden mistico dal quale Adamo ed Eva diedero inizio alla vita umana, attraverso l’intervento di Dio[3].

 

Un’opera quella del 2003, che è volutamente costruita dallo scrittore sassoferratese come una moderna Divina Commedia dantesca e come essa, anche l’opera lunardiana è divisa in tre gironi che sono: Poesie al Neutrone (= Inferno), Dolce Colore D’Oriental Zaffiro (= Purgatorio) e Dalle Stalle alle Stelle (= Paradiso). Un girone infernale quello del poeta sassoferratese, in cui possiamo vedere spiriti privi di anima che sono qui collocati, poiché da vivi hanno sostituito l’amore, la passione erotico-sentimentale, la gioia e la compassione con la falsa, perversa e satanica tecnologia figlia a sua volta della demoniaca Globalizzazione[4]. Anime queste eternamente condannate a non amare più, poiché quando erano in vita non hanno saputo continuare ad amare le loro dolci compagne, dopo che la morte le hanno portate via da esse[5]. Anime senza amore carnale e spirituale, ma anche e soprattutto profondamente emarginate nell’animo, poiché da vive hanno percorso la strada delle estremità e delle perversioni etico-sociali. Un Inferno quello del poeta sassoferratese, che è animato da più anime dannate, che saranno da me analizzate nelle loro principali figure. Una prima schiera è costituita dalle oscure ombre di Uomini violenti e brutali, che, nella loro vita terrena hanno avuto comportamenti maneschi, usato parole brutali e creato leggi per passare negli sguardi degli altri, come dei santi e degli innocenti, ma pronti in verità a morire durante la loro terrena esistenza per ogni giudizio etico colmo di verità[6]. Una seconda schiera è costituita dalle anime che durante la loro vita terrena, sono state sempre avide verso i loro fratelli e le loro sorelle pensando solo alla cura della propria immagine socio-esistenziale, da essi considerata come l’unica e vera immagine da usare nella vita di tutti i giorni[7]. Una terza schiera è costituita dagli Uomini cyborg, che sono paragonati agli orologi perché al pari di essi compiono sempre le stesse cose non vivendo però, essendo solo e unicamente intenti a consumare i giorni della loro vita. Uomini ma anche Donne meretrici si possono trovare, in questo inferno lunardiano. Puttane, che nella loro vita terrena hanno illuso i loro amanti donandogli solo un finto amore e una falsa passione erotica, perché in verità solo lacrime e dolore hanno saputo regalare[8]. Dannati a dolori fisici sono le anime lunardiane, ma, sono anche costrette a lasciare nella vita terrena il loro viso nel cuore di coloro che le hanno amate, senza riuscire a dare risposte a questi spettrali visi che albergano nel loro spirito[9]. Accanto a tutte queste tipologie di anime dannate, trovano spazio anche le impersonificazioni dell’Europa e della Poesia. Per quanto riguarda la prima, la possiamo vedere come una creatura ambigua e  dalle carni incomplete, che ha regnato solo con la politica della schiavitù e dello sfruttamento etnico, mentre invece la Poesia è vista come una creatura priva della luce spirituale, della dolce compassione etico-umana e dei passionali istinti erotico-sessuali, ma solo colma di silenzi spirituali, di cadaveriche musiche e di brumosi pensieri.

Un Purgatorio quello lunardiano, dove vediamo anime che espiano colpe per la conquista del Paradiso Celeste attraverso il ricordo di arcani sapori e di ubriacanti odori spirituali, che sanno di carne rosolata nel camino, di streganti profumi invernali, di carnali verginità, di lussuriose carni da divorare e soprattutto attraverso il ricordo di reminiscenze colme di affetti famigliari e di ombre  paesane fatte di strade, di case, di vie e tanto altro ancora. Espiazione questa, che, secondo lo scrittore sassoferratese si deve basare sulla riscoperta della fola e sul cammino nel dolore. Un girone questo, in cui c’è spazio anche per l’Uomo moderno e la sua vita colma di super tecnologia, con la quale è fortemente convinto di potersi sostituire alla vita creaturale creata da Dio e ancor più grave, crede di poter prendere il posto di Dio medesimo. Un Dio che è concepito da Raul Lunardi, come un geniale e grandissimo direttore d’orchestra  che dona all’Uomo i suoi occhi per farlo camminare su una luminosa strada, le sue orecchie per educarlo e ubriacarlo con dolci melodie, i suoi pedi per farlo camminare nella compassione e infine, il suo cuore per fargli diffondere amore, pace, compassione e fratellanza[10].

Un Inferno e un Purgatorio assai simili ai gironi danteschi, ma, per quanto riguarda il Paradiso questo non li si può affermare, poiché a differenza del girone dantesco in cui vige solo la luminosità e la beatitudine spirituale delle anime ivi presenti, nel Paradiso lunardiano vediamo anime luminose affiancate da anime luminose e oscure allo stesso tempo. Anime dai profondi crucci e problemi, che sono paragonati alle onde del mare che imprigionano nello loro grinfie le reminiscenze luminose, per lasciare lo spazio alle lacrime e alle infezioni[11]. Nuovamente ritorna il tema della Globalizzazione intesa come una oscura sovrana, che ha costretto l’Uomo ad abusare della tecnologia per il soddisfacimento delle sue ingordigie, lussurie e perversioni più sfrenate. Globalizzazione dalla quale però secondo il poeta sassoferratese, l’Uomo se ne libererà rituffandosi nel brodo mistico dell’Alba Tempi, dal quale rinascerà e ricomincerà una nuova vita nel segno della purezza e della beatitudine spirituale. Un Paradiso quello lunardiano, che è anche abitato da angeliche creature dal brumoso anelito luminoso, dalle rosee e marmoree membra simili a quelle della dea Afrodite e infine, dalle divine e abbaglianti chiome come quelle di Berenice. Accanto a queste creature angeliche c’è spazio anche per la Donna, che è qui rappresentata da Raul Lunardi attraverso un intimo ricordo che c’è la mostra come una creatura dalla dorata capigliatura, dallo spirito garbato e infine nuovamente, dalla capigliatura che simboleggia le sue pulsioni erotico-sessuali[12]. In conclusione, una donna quella liricizzata dal poeta sassoferratese intesa come un angelo che riscalda l’uomo e la sua famiglia intera, come una creatura sessualmente libera e infine, come una regina che tira i fili dell’Universo a suo piacimento.

 

 

 

 

 

 

[1]           C. Bo, Autobiografia secondo Lunardi, in “Corriere della Sera”, 8 ottobre 1952; ora in Id., Città dell’anima. Scritti sulle Marche e i marchigiani, Ancona, Il lavoro editoriale, 2000, pp. 67-69.

[2]           T. Ferri, Un eroe senza nome, ovvero il fare letterario come identità, in Raul Lunardi, Un eroe qualunque, a cura e introduzione di T. Ferri, Ancona, Il lavoro editoriale, 2000, pp. 5-22; T. Ferri, Le poesie di Raul Lunardi tra miele e assenzio: scrivere per la vita, Giornata di studio in onore di Raul Lunardi, Urbino, 3 maggio 2000, in “Studi Urbinati”, 2001, pp. 491-511.

[3]              R. Lunardi, Poesie (1923-1983), Sassoferrato, Istituto Internazionale Studi Piceni – Biblioteca Comunale Sassoferrato, 1998, p. 57 (“[…] Luogo / v’è nell’interno della montagna / in quella dimenticata / regione delle Marche / dove il nome forato / conserva / gelosamente nascosto / il tempio che la natura / costruisce gelosamente, / il tempio nascosto del mondo. / Uomini neri vi camminano / in fila in silenzio / dentro religiosamente, / hanno scoperto / il tempio del mondo / celato. / Nell’interno / di quella montagna delle Marche / uomini neri / camminano in silenzio, / vi ritrovano / quello a cui avevano sempre creduto: / il tempio nascosto del mondo. […] ”)

[4]           R. Lunardi, Preghiera del centenario: poesie, Ancona, Il lavoro editoriale, 2003, p. 20 (“Siamo mondi chiusi / che non comunichiamo più / se non attraverso le macchine. […]”)

[5]           R. Lunardi, Preghiera del centenario: poesie, Ancona, Il lavoro editoriale, 2003, p. 21 (“Rileggo e quindi risento: / certo è difficile trovare / per una persona morta / poesie più belle di quelle, / di quelle, che ti ho dedicato. […]”)

[6]           R. Lunardi, Preghiera del centenario: poesie, Ancona, Il lavoro editoriale, 2003, p. 25 (“Il mondo violento / la società violenta / l’uomo violento / la poesia violenta / tutto qui / tutto qui in pratica / e senza legge /  e certezze nel comportamento / e di ciò che è bene e male ancora, / la città li nasconde / la provincia li rivela, / moralismi di ogni tipo, / ancora per poco, / li assolvono e li nascondono e / poi esplodono. […]”)

[7]           R. Lunardi, Preghiera del centenario: poesie, Ancona, Il lavoro editoriale, 2003, p. 29 (“[…] sembra quasi che le loro parole / girino senza senso / in un universo vuoto / e il loro viso / contempli soltanto il loro viso; […]”)

[8]           R. Lunardi, Preghiera del centenario: poesie, Ancona, Il lavoro editoriale, 2003, p. 81 (“[…] non trovi il piacere / trovi il dolore / soltanto / trovi il dolore.”)

[9]           R. Lunardi, Preghiera del centenario: poesie, Ancona, Il lavoro editoriale, 2003, p. 95 (“[…] Ma che cosa possono volere i morti / se sono morti? / Ecco: è perché non muoiono con loro / anche i loro visi / le loro sembianze.”)

[10]            R. Lunardi, Preghiera del centenario: poesie, Ancona, Il lavoro editoriale, 2003, p. 162 (“[…] da se stesso viene fatto per vedere / da se stesso viene fatto per udire / da se stesso viene fatto per camminare / da se stesso viene fatto per essere / nel grande concerto del momento / questa grande orchestra / suonata da un essere meraviglioso, […]”)

[11]         R. Lunardi, Preghiera del centenario: poesie, Ancona, Il lavoro editoriale, 2003, p. 196 (“[…] è come l’andirivieni delle onde sulla spiaggia, / il mare porta via, con sé, / ogni ricordo / e riporta sulla riva, all’uomo, / i suoi rifiuti e i suoi veleni.”)

[12]            R. Lunardi, Preghiera del centenario: poesie, Ancona, Il lavoro editoriale, 2003, p. 222 (“[…] “Erano i capéi d’oro all’aura sparsi” / “Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quand’ella altrui saluta”, / intravisti nella loro piccola / rotondità sul pozzo aperto. / E quelli di mia moglie ben pieni / ma sempre segretamente celati, / quindi più desiderati, nell’amore, […]”)

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