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Libri. Memoriale, Paolo Volponi

Paolo_volponi

Memoriale è il primo romanzo di Paolo Volponi (Urbino, 6 febbraio 1924 – Ancona, 23 agosto 1994). Il tema dominante non è solo quello della vita in fabbrica di Albino Saluggia, l’io narrante del racconto ma anche la sua esperienza della guerra da cui ritorna malato di tubercolosi e come spaesato, incapace quasi di avere rapporti sereni con i propri compagni nella nuova veste di operaio in una grande industria del nord. L’autore non identifica con un proprio nome la fabbrica perché “Non vuole che, con la pretesa di riconoscere una città o una fabbrica, si giunga quasi ad attribuire soltanto a questa le vicende narrate”. I personaggi e i fatti riportati sono immaginari, inquadrati dentro una cornice storica. Si parla del referendum per la scelta della Monarchia o della Repubblica (1946), delle elezioni politiche (1948) e di altre date storiche. I luoghi e i paesi esistono. Sono quelli di Candia Canavese, il paese, dove il protagonista vive con sua madre, Torino, dove Albino Saluggia si reca ogni giorno in treno e in pullman per lavoro e di altri paesi e città del Piemonte. Il titolo dato al romanzo “Memoriale” rimanda proprio alle memorie del protagonista fissate in una sorta di autobiografia, le cui vicende riguardano gli anni del secondo dopo guerra, dal Natale del 1945 fino al suo ingresso in fabbrica e l’acuirsi del suo male proprio in quest’ambiente. Il protagonista non è sposato e non intende farlo. Soffre di un forte complesso di Edipo. Ha verso la madre un atteggiamento filiale ma anche di contrasto.

Copertina del romanzo

La casa, il lago di Candia, descritto ampiamente in ogni stagione dell’anno, rappresentano per lui il porto rifugio dove ritirarsi, in compagnia dell’adorata campagna. Il lavoro in fabbrica, il rapporto con i medici che l’hanno in cura, con i compagni di reparto con i quali condivide il lavoro sono fonti di conflitto e di allarmi continui. C’è nel racconto tutto uno scavo psicologico che il protagonista fa di se stesso. Alcuni critici, proprio per questo, hanno classificato il testo romanzo di formazione ma dire questo è riduttivo. Paolo Volponi, vicino al mondo dell’industria per avervi lavorato come dirigente, ha voluto tenere presenti molte componenti della persona che vive con difficoltà la sfera del privato e quella del pubblico. Siamo poi negli anni dell’industrializzazione che porta con sé un benessere tanto sperato ma con un prezzo molto alto da pagare: lo spopolamento delle campagne, il lavoro alienante alla catena di montaggio nella grande industria. Dopo una serie di ricoveri, dovuti all’acuirsi della tubercolosi, e di declassamenti nella fabbrica, Albino Saluggia cade vittima della nevrosi e si convince che la sua condizione sia il risultato di una congiura ordita ai suoi danni dai medici dell’azienda. Albino, infine, sarà licenziato per uno sciopero. La fabbrica, che pur aveva tollerato la sua diversità, lo rifiuta perché non può accettare la sua aperta ribellione.

Memoriale s’inserisce nel filone letterario chiamato “letteratura e industria”, che si è affermato in Italia fra gli anni Cinquanta e Sessanta e che ha visto fra i suoi autori più interessanti, oltre allo stesso Volponi, Ottiero Ottieri e Lucio Mastronardi. Nell’ultimo decennio c’è stata una ripresa di questa tendenza, rivolta più al mondo degli uffici e del terziario che a quello della fabbrica, con autori quali Giorgio Falco (1967) e Michela Murgia (1972).

Incipit del romanzo.

 “I miei mali sono cominciati tutti alcuni mesi dopo il mio ritorno dalla prigionia in Germania, quasi che la terra materna, dopo tanto e così crudele distacco, mi rigettasse. Io sono nato il 12 marzo 1919 ad Avignone, in Francia; ma sono italiano e di genitori italiani, padre piemontese e madre veneta, nata nella campagna fra Padova e Treviso, in luoghi assai belli, ella mi ha sempre detto, che io non conosco. Oggi che scrivo ho già compiuto trentasei anni e i miei mali sono arrivati a un punto tale che non posso fare a meno di denunciarli. Scrivo, stando a casa mia, a Candia nel Canavese, in provincia di Torino. Questa casa è fuori del paese, verso il piccolo lago di Candia; ma un poco spostata a sinistra, tra paese e lago, verso la collina; è una casa di campagna con un poco di orto, la sua loggia di mattoni rossi, il fienile e la stalla abbandonati, dove vivono in disordine alcune galline, due galli e una famiglia di conigli, quasi selvatici. Io non curo la terra né gli animali da cortile. Perché sono un operaio di una fabbrica in città; di una fabbrica grande più della stessa città. I miei mali sono cominciati alla fine del 1945, poco prima di Nata per sentirmi con più agio finalmente a casa mia; per sentirmi confortato dalla nascita del bambino Gesù e di nuovo accolto nella famiglia cristiana, avuti i sacramenti e cominciato l’inverno in pace, con qualche soldo dal Distretto militare, qualche provvista in casa e la speranza di tutto l’avvenire” (P. Volponi, memoriale, pag. 7, Garzanti, 1962, Milano ).

Le confessioni del protagonista.

Nelle prime pagine del romanzo, il protagonista si presenta e dà libero sfogo a ciò che lo tormenta più di tutto. Il lavoro tanto atteso si rivela ingrato. Con i compagni del reparto dove lavora, ha rapporti difficili. Non va meglio con i medici della fabbrica, con la mamma e con se stesso: “Ho ancora oggi un lavoro, pur dopo tante sventure e i cattivi disegni dei medici. Un lavoro che mi pesa molto ma che mi dà da mangiare. Certe sere, specie d’inverno, esco solo dalla fabbrica già semispenta, dopo tutti gli altri. Mi illudo di essere contento di uscire, e immagino di sentire il caldo delle case di tutti e di essere aspettato nelle mille case della città o dei paesi vicini. A casa mia sono anche più solo, perché mia madre ogni giorno si allontana di più da me ed aumenta le sue lunghe pause di silenzio”. Albino Saluggia ricorda gli episodi del propri che l’o passato, soffermandosi in particolare sull’infanzia trascorsa in Francia con i propri genitori. Il papà piemontese, la mamma veneta si erano trasferiti nel paese transalpino per lavoro. Il padre fa il muratore. I guai iniziano quando questi decide di ritornare in Italia, al proprio paese. L’avvento del Fascismo gli sembra favorevole per alimentare nuove speranze. Costruisce con le proprie mani la casa, dove Albino abita tuttora con la mamma. Il padre muore pochi anni dopo il suo ritorno in Italia. “Mio padre diceva di sentirsi stanco e anche malato e di non avere nessuna sicurezza in terra straniera. Diceva che l’Italia era cambiata e che con il fascismo era diventata un paese ricco, pieno di possibilità per un lavoratore e più ancora per l’avvenire di un ragazzo. Tutto questo servì soltanto a rendermi più angosciosi gli ultimi giorni di permanenza ad Avignone ed a svuotarmi d’ogni pensiero e ricordo dell’infanzia trascorsa sino a quel momento” (pag. 26).

Un altro periodo di sofferenza per il protagonista è rappresentato dalla vita militare. Negli anni della naia è oggetto di scherno da parte di commilitoni e di un sergente: “I compagni del battaglione erano poveri soldati, senza vere parole e con  molta ignoranza. Sapevano solo essere prepotenti e fare scherzi: molti scherzi a Saluggia, quando la sera non si sapeva dove andare a Dormire. Saluggia, dicevano, dormiresti con una ragazza? Saluggia, coglione chi te l’ha fatto fare a tornare dalla Francia? Io resistevo cercando di mantenermi sempre cosciente di quanto mi capitava; di farmi un giudizio sulle cose e sulla gente e di comportarmi come un uomo per quanto questo potesse essere sopportato dalla disciplina. Rischiai due volte di finire sotto processo militare: la seconda mi tolsero dalle mani di un sergente che mi stava massacrando. Fui accusato di insubordinazione. Quando il sergente, di nome Vattimo, mi urlava contro, agitandomi per un braccio, io guardandolo fisso negli occhia avevo pregato: Padre mio, perdona loro che non sanno quello che fanno. Questo aveva scatenato la belva Vattimo, che voleva distruggermi. Ma io resistevo; quando i colpi e l’ignoranza infierivano maggiormente, mi allontanavo un poco dagli altri, e, se era possibile, mi sedevo a pensare. Pensavo alla Francia, alle strade di Avignone dove correvo da ragazzo. O pensavo alla scuola d’avviamento (Albino aveva frequentato l’avviamento industriale dai Salesiani ma senza portare a termine gli studi per la morte del padre), al bene che mi voleva padre Caligaris che sovente mi invitava nella sua stanza e che una volta mi regalò delle pere che venivano dal suo paese del Monferrato” (pag. 33).

Nel primo ricovero presso un sanatorio, reparto infettivi, Saluggia entra in contatto con la realtà ospedaliera. Se ne sta sempre in camera o nel giardino, evitando i contatti con i compagni o con certe donnine che pur non potendo, scavalcano i cornicioni del nosocomio, per andare nelle stanze degli uomini: “Sentii il passo strisciare sul cornicione e poi la mano sulla finestra. Sentii battere le nocche forte e la voce: Apri vigliacco, vuoi farmi cadere? Apri e accendi la luce del comodino. Non potevo più resistere e accesi la luce. Apri, vigliaccone, apri, e non spingere le persiane. Scesi dal letto e feci tutto come la donna diceva. Tornai verso il letto e dovetti stringere le coperte per non urlare mentre vedevo la figura della donna apparire contro il vano della finestra. Scavalcò il davanzale con la vestaglia aperta ed appoggiò un piede sul pavimento della mia stanza. Ancora non le avevo visto il volto, che per entrare teneva basso. Lo vidi quando s’appoggiò, ormai dentro la stanza. Respirava e mi guardava. Era una donna molto alta, vestita a quel modo del sanatorio fino ai piedi. Era pallidissima, con i capelli bianchi e neri, gli occhi nerissimi e le labbra nere. Aveva un neo sulla guancia e una mano fasciata, con la quale teneva una sigaretta. Mi metteva paura, una paura così debole contro il suo coraggio che non mi spingeva a fare nulla. Non si muoveva, non avanzava nella stanza; guardò un attimo fuori, muovendo solo la testa e con una mano accostò le persiane. Non c’è un amico – disse guardando verso la porta. No. Perché hai tanta paura, qui dobbiamo aiutarci. Sì. Allora chiama un amico se tu non vuoi. Non c’è nessuno. Fammi venire nel tuo letto. Ho freddo. Feci per scendere e lei disse: Non così, salame. Perché sei in isolamento, continuò. Non lo so, sto meglio. Tu sei forse quello che piangeva sempre nel dormitorio e che hanno dovuto rimettere nell’isolamento? No, sono sempre stato qui. Ah sei quello! Adesso capisco tutto. Povero salame” (pag. 111). Albino Saluggia sa che non è permesso avere rapporti con donne nella struttura ospedaliera. Se gli altri uomini lo fanno, a lui poco interessa, lo facciano pure, a costo di passare per stupido e imbranato.

Catturato dai tedeschi, viene rinchiuso in un campo di concentramento. Una volta liberato, ritorna a casa e sogna di poter ricominciare una vita degna di questo nome. Attende con fiduciosa speranza di essere chiamato a lavorare in una grande fabbrica. Viene assunto quasi per pietà, il medico dell’infermeria constata infatti le sue pessime condizioni di salute. Sul lavoro si applica dando il meglio di se stesso, a differenza dei propri compagni che non si affaticano affatto. Ritengono che non ne valga la pena poiché lavorano per un padrone. Inizia a lavorare alla fresatrice, guidato dal caporeparto Michele Grosset con il quale ha subito buoni rapporti che si deteriorano però nel tempo.

“Il giorno in cui cominciai a lavorare da solo alla fresatrice, più del padrone, odiavo tutti i compagni. Speravo che le loro macchine s’inceppassero e tagliassero malamente i pezzi. Questo odio m’aiutava a lavorare e mi dava l’ambizione di riuscire a fare meglio degli altri. Prendevo il grezzo dalla cassetta come fosse un nemico da sgominare e lo riponevo finito che ormai gli ero affezionato come a una parte di me stesso. Il rumore della fresatrice mi tirava nella lotta e più la sentivo mordere più m’infervoravo nel lavoro. Il suo rumore, i suoi tagli, mi convincevano aspramente di saper lavorare; davano alle mie mani una forza che non avevano mai avuto, anche se mi ero accorto che le mie mani più che guidarla erano trascinate dalla macchina. Grosset si avvicinava spesso al mio posto. Un giorno mi guardò per qualche secondo e poi passandomi una mano sulla spalla, mi disse: – Vai calmo, Saluggia. – Lui capiva la condizione in cui mi trovavo.

– Non prendere il lavoro come un nemico, – soggiunse, – o non durerai a lungo. E non farne nemmeno l’unica ragione della tua vita. Siccome la sua benevolenza andava oltre la sua confidenza, per non sentirmi troppo in debito, dissi anch’io: – Si lavora per un padrone. . – Per più d’uno, – rispose Grosset, – ma siccome il lavoro è per forza una parte della tua vita, cerca di non rovinartela.. – E se ne andò, senza guardare nella cassetta la qualità dei pezzi finiti. Ancora non lavoravo a cottimo ma certamente in quei giorni superavo il cento per cento”.

 

Passano i mesi e Albino accetta di lavorare a cottimo, un lento e diabolico suicidio che stronca anche il fisico più robusto, figuriamoci quello di Albino che è minato dalla tubercolosi. Nonostante tutto, testardo e voglioso di mettersi in mostra, Albino ingaggia con i propri compagni di lavoro una sorta di sfida. Vuole dimostrare a tutti di essere il più bravo. Col tempo impara a sue spese che in fabbrica, nonostante si mangi assieme agli altri operai nella mensa dell’azienda e si lavori nello stesso reparto, non può nascere nessuna amicizia con gli altri compagni di lavoro. Pinna, un operaio che lavora con lui, lo invita ad iscriversi al Partito Socialista e alla Cgil (Confederazione Generale Italiana Lavoratori)  per poter strappare un salario più alto e migliori condizioni di vita in fabbrica. Albino Saluggia rifiuta l’invito di Pinna, condizionato com’è dalla propria cultura cattolica, un misto di sottomissione incondizionata ai potenti di turno perché la vera vita non è in questo mondo ma in un altro. Albino rimane sempre più solo. Lavora da stacanovista, mangia alla mensa della fabbrica, viene chiamato più volte all’infermeria dove i medici gli confermano il suo cattivo stato di salute. La diagnosi è sempre impietosa: tubercolosi. Per guarire viene anche internato in diversi sanatori, l’ultimo in Lombardia.

 

Così risponde al proprio compagno di lavoro: “Io non ho niente da spartire con nessuno. Ma Pinna aveva riso, facendo saltare la sua gamba più del solito: – Vedrai che aiuto ti daranno i preti. Tutto sommato, compresa la mia solitudine o meglio la mia differenza dagli altri, i primi giorni di lavoro non furono brutti giorni; anzi molte cose mi piacevano e mi confortavano: così la mensa, gli spogliatoi, le docce, i grandi corridoi, le luci al neon dentro e fuori, il veder passare alti e silenziosi tanti ingegneri e dirigenti che mi facevano sentire al sicuro, in una fabbrica ben governata. Pensavo con piacere, anche se con il timore di non esserne degno, di far parte di un’industria così forte e bella e che la sua forza e la sua bellezza fossero in parte mie e pronte ad aiutarmi, così come la fabbrica mi scaldava e mi dava luce. Amavo a poco a poco la fabbrica, sempre di più man mano che m’interessava meno la gente che vi lavorava. Mi sembrava che tutti gli operai avessero poco a che fare con la fabbrica, che fossero o degli abusivi o dei nemici, che non si rendessero conto della sua sovrumana bellezza e che proprio per questo, lavorando con più fracasso del necessario, parlando e ridendo, la offendessero deliberatamente. Mi sembrava che si divertissero a guastarla e a sporcarla, a voltarle le spalle ogni momento. La fabbrica mi appariva sempre più bella e mi sembrava che si rivolgesse direttamente a me, come se fossi l’unico o uno dei pochi in grado e ben disposto a capirla”.

 

Il lavoro nella grande fabbrica del Nord piace ad Albino Saluggia. Quando taglia i pezzi con la fresatrice, è come se avesse in mano un aratro con il quale dissodare la terra e prepararla per la semina. Nel romanzo ci sono continui riferimenti alla terra vista come la madre che non tradisce mai. Sono i primi anni dell’industrializzazione e il passaggio dalla campagna alla fabbrica non è indolore. E’ un altro tema sviluppato nel romanzo con continue descrizioni della campagna distribuita attorno al lago di Candia, dove Albino ritorna ogni sera.

 

L’amore per la campagna e l’odio verso la città

 

Nonostante attenda con ansia il lavoro in fabbrica, per dare una svolta alla propria vita, una volta ottenuto, Albino Saluggia non ha più verso la fabbrica e la città quell’amore che invece nutre per la campagna di cui è circondata la propria casa poco lontana dal lago di Candia Canavese: “Io non potrei vivere in città, pensavo, dove mi sento solo e dove vedo benissimo che la gente è cattiva, troppo furba e interessata. In città c’è da stare attenti con chi si parla, perché può sempre capitare l’incontro con un ladro, un pazzo, un assassino, una donnaccia o con truffatori e maghi.  L’aria stessa della città mi stanca e mi fa sudare, soprattutto la schiena, i piedi e le mani. In città possono vivere le ragazze che hanno da passeggiare e possono lavorare nei negozi, dietro i banchi e le vetrine, meglio che nelle fabbriche o nei campi; e poi, come dicevo, ladri e altri malvagi oltre agli studenti e agli operai condannati, oltre a carceri, ospedali e medici, caserme e carabinieri e molti caffè e cinema per i ladri, le loro donne e i poveri derelitti. Trovare una strada è una fatica e così sapere dove andare. Io amo la campagna che dice prima, con strade e viottoli, che cosa si deve fare e che si fa vedere tutta, onestamente. Amo la campagna più ancora del mio stesso paese; ma non l’amo come un contadino perché il contadino ha, di fronte alla campagna, un formicolare interessato e zappa e taglia ogni giorno come certi animali che rovinano il legno. Se la campagna fosse lasciata rigogliosa e sola oltre ad essere più bella darebbe anche più frutti, da raccogliere con giudizio. Non vorrei, io, nemmeno possedere terra perché uno finisce per sentirla propria e vorrebbe poi custodirla e difenderla e tagliarla dal resto del paese e vorrebbe governare i mutamenti del tempo sui suoi alberi e campi e magari scacciare i corvi e gli altri animali. La terra è forte e non può essere dominata da nessuno, e ripara da se stessa ai suoi mali.  Così pensavo nel treno, mentre il viaggio finiva verso gli alberi del lago di Candia ed io fumavo la sigaretta dell’operaio, una delle prime della mia vita”(pagg. 13, 14).

Quando la fabbrica chiude i cancelli per le festività, Albino Saluggia si rifugia nella campagna canavese: “Arrivarono i giorni dei Santi e dei Morti e ancora dall’infermeria non venivo chiamato, Capitava che il primo novembre, festa, fosse in quell’anno di venerdì; lavorativo il sabato, il 3 novembre domenica festa, il 4 novembre festa ancora. La fabbrica fece il ponte, cioè fece festa anche il sabato. In quei quattro giorni dopo tanto bel tempo cominciò a piovere e piovve sempre più forte. Io sotto la pioggia davo una sistemata all’orto, perché si riprendesse bene. Scrollavo gli alberelli, i pomidori, le erbe dalle pieghe dell’estate, e li alzavo perché prendessero bene la prima acqua e mentre lavoravo e pensavo sempre alle mie faccende e a quelle della fabbrica. E’ sempre capitato che in fabbrica io mi dimenticassi di casa mia e perfino di mia madre e mai che a casa io potessi dimenticarmi della fabbrica e del dottor Tortora” (pag. 147).

Tornando a casa, dopo l’ennesima convocazione presso l’assistente sociale che voleva avere informazioni sulla sua famiglia, Albino Saluggia, ritrova la serenità che tutti: la fabbrica, i compagni di lavoro, i dottori e la stessa assistente sociale non sapevano dargli: “Tornando a casa vedevo per la campagna e intorno al lago un bellissimo autunno. La stagione non sembrava alla fine e il sole ancora forte e un’aria dolce facevano pensare che nelle vigne ci fossero ancora i grappoli. Le vigne erano folte di pampini colorati, specie intorno e verso il lago, e nel cielo fischiavano ancora fringuelli, molti, e senza paura che in genere a quel tempo accompagnava i voli di quelli rimasti, molti di meno di quell’anno. Mi prese una grande voglia di stare in campagna, di accudire all’orto, di passeggiare per le strade nascoste, di cercare funghi, di andare poi felice a Torino alla partita e al cinema. La fabbrica mi sembrava lontanissima, addirittura inesistente sopra una terra come quella che andavo ammirando, e solo il dolore che seguiva il pensarla anche per un attimo mi restituiva la sua presenza e la sua minaccia contro la mia vita. Erano il lavoro e poi gli uomini, Manzino, Tortora, le squadre sconosciute, la folla, che mi davano quel senso di dolore e non la fabbrica vera, la sua faccia di vetro, le porte” (pag. 170).

Il lavoro alla catena gli sembra sempre più un carcere. I suoi compagni di lavoro non amano affatto la fabbrica: “Perché tutti non amavano questo lavoro, e molti addirittura lavoravano e vivevano nella fabbrica dimenticando questo frutto del loro lavoro, dimenticando l’esistenza dell’ultima porta della fabbrica? Se avessi una risposta a questa domanda potrei sapere anche perché alcuni malvagi hanno sempre agito contro di me, ribelli ad ogni legge morale, colpendo me forse per colpire la legge ordinata della fabbrica, dove prosperavano; proprio come le malattie si rivoltano contro il corpo che le ha nutrite”.

Le speranze di un cambiamento, che il lavoro in fabbrica gli avrebbe dato, si rivelano fallaci: “Passati quasi due mesi di lavoro nella fabbrica mi accorsi però di non aver guadagnato o perduto niente. Voglio dire che m’accorsi di essere la stessa persona di cinquanta giorni prima, la stessa da tanto tempo, e che niente era cambiato dentro o fuori di me nelle cose importanti della mia vita, che cioè la mia vita era rimasta uguale, senza nemmeno mostrare i segni di una prossima trasformazione. Lasciavo ogni giorno casa mia, viaggiavo, lavoravo, andavo alla mensa, incontravo migliaia di persone, imparavo a lavorare, tornavo a casa; ma dentro di me dopo due mesi non era cambiato niente”.

Ricoverato presso un sanatorio, in Lombardia, dà sfogo ai propri sentimenti, riversandoli in poesia. “Il sanatorio era in Lombardia, sotto le Alpi. Mi ci condussero con una macchina pochi giorni dopo la visita. La ditta mi diede anche un pacco di pigiami, maglie e biancheria; molto grande, per farmi capire che avrei dovuto rimanere lì per molto tempo. Sono rimasto in sanatorio più di due anni. Non mi è accaduto mai niente. Sono stato quasi sempre solo. Pensavo molto a casa mia, al lago, alla campagna e non riuscivo nemmeno a guardare il giardino d’intorno e il parco e il paesaggio. Pensavo alla campagna con dolore e nostalgia e non guardavo quello che avevo intorno come se i suoi campi e i suoi alberi fossero diversi. Anche le stagioni non mi incuriosivano e passavo soltanto le giornate singole, in quel sanatorio. Ogni giorno un mortorio, in quel laboratorio di morte! In quell’ostensorio di morte! In quell’aspersorio di morte” (pag. 258).

 

Albino Saluggia, il protagonista del romanzo

L’ispirazione per il protagonista del romanzo Albino Saluggia gli viene durante il suo lavoro alla fabbrica Olivetti. Volponi legge una lettera di un operaio malato di tubercolosi che si rivolge ad Adriano Olivetti chiedendogli di occuparsi della situazione; l’operaio asseriva di non essere malato e accusava i medici di volerlo allontanare dalla fabbrica. Esattamente ciò che accade al protagonista del romanzo, contadino reduce della seconda guerra mondiale assunto in una grande fabbrica del Nord. Albino Saluggia paranoico è affetto da manie di persecuzione crede che tutti siano d’accordo ad organizzare una congiura contro di lui. I referti medici falsificati servirebbero solo ad allontanarlo dalla fabbrica per poi licenziarlo. In fabbrica, Albino accusa una leggera perdita di sangue al naso. Va in infermeria. Inizia per lui la conoscenza del dott. Tortora e del prof. Bompiero, i due medici della ditta. Le lastre non lasciano scampo: “Tubercolosi in tutti e due i polmoni. Tubercolosi grave, aperta, contagiosa” (pag. 84). Albino Saluggia individua nei medici i suoi carnefici. “I medici mi dichiaravano malato perché sapevano quanto io soffrissi e come certe volte, ogni giorno, facessi fatica a resistere, ad andare avanti. E loro invece di aiutarmi a prevalere sui miei mali, li rafforzavano per sgominarmi del tutto. Io potevo vincerli, se li tenevo dentro di me, anche ignorandoli; ma se gli altri li mettevano fuori di me e contro di me, non avrei più potuto dominarli e batterli” (pag. 88). Alterna mesi di lavoro alla ditta dove conosce il capo del reparto fresatrici, Michele Grosset, un operaio specializzato che gli promette di interessarsi personalmente per una promozione. Questa non arriverà mai. Si reca anche a casa di Grosset. Questi ha con lui una conversazione franca e aperta: “Nella fabbrica non devi cercare tutto; solo il lavoro e il salario. Migliorare l’uno e l’altro. Gli parlai allora del paese. I contadini stanno peggio di te: Gli dissi che intendevo tutto il paese. E che cosa vuol dire? Tu parli sempre in generale e invece io credo che i tuoi mali siano proprio personali. Il paese, la fabbrica, il lavoro; pensa a te stesso davanti a queste cose. Lo so che la fabbrica è cattiva; ma non si deve morire per questo; si cerca di governarsi dentro e fuori, lavorando pulitamente, andando al sindacato, divertendosi la domenica, leggendo. Anch’io sto male e allora? Non dovrei prendere le medicine?  Tu sei cattolico. Va’ alla messa, confessati, iscriviti ai sindacati bianchi. Gli dissi che ero solo” (pag. 224). Grosset muore di lì a poco per un cancro all’intestino. Albino rimane sempre più solo.

Come tutti i personaggi della letteratura che osservano la realtà da un punto di vista obliquo, Albino percepisce l’oppressione e l’alienazione del lavoro in fabbrica mascherato dalla facciata razionale e democratica della grande rivoluzione economica. La sua follia persecutoria lo rende più sensibile a certi meccanismi e, vive a pieno e con maggiore violenza la prigionia del sistema di produzione: “Che cosa vuol dire fiducia nella fabbrica’ Come può un cristiano, un figlio di Duio, un uomo prezioso di carne e di sangue, rimettersi alle decisioni della fabbrica, cioè di un organismo dove nemmeno il lavoro viene rispettato? La fabbrica è chiusa, di ferro: dentro passa il tempo dalle sette alle diciannove; ma tutto è fermo come tutto è di ferro. La fabbrica costruita per la velocità, per battere il tempo, è invece sempre ferma perché il tempo degli uomini batte qualsiasi artificiale velocità. La fabbrica in quel posto è costruita e in quello stesso posto resterà; non entrerà mai nel paese, non avrà mai un mercato davanti, una fiera, dei crocchi di persone, i fiori, le fontane, un porticato. Davanti non si fermerà nessuno, solo chi starà male o chi lavorerà o non avrà lavoro. Ma ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Quindi i medici”( pag. 238). Nel grande panorama dell’industria italiana e no ci sono comunque delle fabbriche – villaggio, edificate da capi d’industria lungimiranti. Si pensi ad Adriano Olivetti e alla sua fabbrica di Ivrea, al villaggio operaio di Crespi D’Adda, creato e voluto da Benigno Crespi, che è rimasto come esempio della comunità – villaggio fornita da tutti i servizi per la gente che vi abitava: scuola, ambulatorio, case, ippodromo, orti, lavatoio, piazza, spaccio.

Il benessere, il boom economico, l’emancipazione, le libertà, la possibilità di riscatto rappresentate della fabbrica, la “terra promessa” sono surrogati di una realtà totalmente diversa: gli operai non sono altro che pure appendici della macchine. I “mali” di Albino compaiono tutti alla fine della guerra e, nonostante sia proprio la guerra a farli emergere vengono in realtà da più lontano, dalla sua infanzia e dal suo rapporto con la madre. Un legame di odio e amore, un complesso edipico prepotente e irrisolto che influenza il suo carattere, le sue scelte e i suoi modi di vivere.

La fabbrica è dunque la madre, grande e incompreso organismo che protegge e tormenta, che cura e maltratta, che tratta i suoi operai come fossero figli, lodandoli e rimproverandoli. Il motivo della paranoia di Albino è da ricercare proprio nell’identificazione con la madre fabbrica. Albino proietta sulla fabbrica tutti i suoi conflitti irrisolti, le tensioni, le incomprensioni e le insicurezze che dominano la sua esistenza a causa della madre. Nella fabbrica il protagonista rivive con modalità e forme differenti parte dei suoi conflitti e incapace di affrontarli, trova nella persecuzione un modo per difendersi. Ma i suoi conflitti si intrecciano anche con un’altra ideologia, il cattolicesimo. La religione rappresenta infatti un altro contenitore di suggestioni e divieti che ben si coniugano con la personalità di Albino. Il cattolicesimo vissuto come un miscuglio di repressione sessuale e smisurata fiducia nel clero diventa una figura paterna aleatoria, imperiosa e minacciosa, persecutoria come tutto il resto; un’ideologia che attrae e che pure bisogna fuggire. Basterà poco infatti a convincere Albino che i preti e padroni sono alleati. Il cerchio si chiude dunque. Madre, padre, figlio. Un mondo ristretto capace di tutte le combinazioni possibili.

Non è un caso allora se la forma scelta dal protagonista per raccontare la sua storia, è il memoriale. Albino finito in sanatorio perché la malattia lo colpisce davvero, decide di affidare il racconto della sua vita alla memoria. La memoria è l’unica custode delle sue esperienze e ricordare è il solo modo che ha per affrontare i suoi fantasmi.  Eppure forse alla fine non riuscirà a prendere coscienza dei “suoi mali”; la frase finale “a quel punto ho capito che nessuno può arrivare in mio aiuto” lascia emergere la disperazione e la resa del personaggio; una sconfitta che forse non ha caratteri universali ma che certamente possiamo attribuire a un ribelle che non riesce a compiere a pieno la sua rivolta. “Memoriale” non è solo un romanzo sul mondo indifferente e preordinato della fabbrica e sull’alienazione della società capitalista, è soprattutto un romanzo d’introspezione e riflessione, un romanzo sull’uomo e sui fantasmi che ognuno di noi si porta dentro, racconto che si distacca dal realismo tanto in voga in quell’epoca.

Raimondo Giustozzi

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