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Libri. Cinque storie ferraresi, Giorgio Bassani

giorgio-bassani

 

Il libro, vincitore al Premio Strega nel 1956, costituisce il Romanzo di Ferrara, città cara a Giorgio Bassani, molto lontana da quella mitica di Carducci o di D’Annunzio. “Da Ferrara, lasciava intendere Bassani nei suoi romanzi, non era possibile uscire mai. Dalla sua città ci si redimeva soltanto attraverso la passione, oppure separandosene, oppure morendo, oppure scrivendone”. Il passato diventa presente attraverso il filo della memoria. “Alla ricerca del tempo perduto” è il tema proprio di un grande autore francese, Marcel Proust. Bassani è chiamato, per quest’accostamento all’autore transalpino, il Proust emiliano romagnolo. Gli altri cinque romanzi che formano il Romanzo di Ferrara sono: Gli occhiali d’oro, Il giardino dei Finzi Contini, Dietro la porta, L’airone e L’odore del fieno. Il romanzo “Cinque storie ferraresi” ebbe una elaborazione lentissima, se si considera che il primo abbozzo di Lida Mantovani, il racconto d’apertura, risale addirittura al 1937, quando l’autore aveva appena ventuno anni. “Per la prima volta, dopo gli anni della Resistenza, una prosa mirabilmente equilibrata tra emozione e distacco, tra angoscia e precisione, ci restituiva, come dilatato da una lente, un inferno italiano dai grigi, opprimenti, feroci connotati sociali. Il luogo è quello degli esclusi, degli offesi che potevano finalmente assumere volti umani: Lida Mantovani, Gemma e Auxilia Brondi, Geo Josz, Clelia Trotti, Pino Barilari. Gli ebrei ferraresi medesimi, prima che per essi suonasse l’ora delle persecuzioni, oppure subito dopo che le persecuzioni fossero cessate, non apparivano diversi dagli altri borghesi cittadini ai quelli la Storia li aveva assimilati: David Camaioli, Elia Corcos, lo stesso Daniele Josz, incapaci di capire e sordi anche essi ai sentimenti”.

 

Lida Mantovani

Lida Mantovani è una giovane ragazza che ha appena partorito un bambino di nome Ireneo. L’incipit della storia di lida Mantovani è di una non rara efficacia: “Riandando agli anni lontani della giovinezza, sempre finché visse, Lida Mantovani ricordò con emozione l’evento del parto e, in specie, i giorni che l’avevano immediatamente preceduto. Ogni qualvolta ci ripensava, si commuoveva. A lungo, per oltre un mese, era vissuta stesa su un letto, in fondo a un corridoio: e per tutto quel tempo non aveva fatto altro che fissare attraverso la finestra di contro, in genere spalancata, le foglie della grande magnolia secolare che sorgeva giusto nel mezzo del giardino sottostante. Poi verso la fine, qualche giorno prima che le cominciassero i dolori, i quali, per altro, erano arrivati con molto ritardo, d’un tratto aveva perduto interesse anche per le foglie nere e lustre, come unte, della magnolia. Aveva smesso perfino di mangiare. Una cosa, ecco quello che si era ridotta a essere: una specie di cosa molto gonfia e insensibile (benché fosse soltanto aprile, faceva già caldo), abbandonata laggiù, al termine di una corsia d’ospedale. Non mangiava quasi più niente. Ma il professor Bargellesi, allora direttore primario della Maternità, ripeteva che era meglio così” (Giorgio Bassani, Cinque Storie Ferraresi, pag. 5, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1974).

Lida Mantovani, quando di lì a poco capisce che il padre, David, se n’è andato abbandonandola per sempre, Lida lascia la stanza nella quale aveva vissuto con lui per tornare dalla madre Maria, che abita in una piccola casa in via Salinguerra, vicino alle mura di Ferrara. “La stanzaccia, dal pavimento di legno polveroso e dai due letti di ferro affiancati, è la stessa in cui Lida aveva trascorso l’infanzia, l’adolescenza, e la prima giovinezza (pag. 7). “Via Salinguerra è una stradetta secondaria dall’andamento irregolare e dal ciottolato mezzo ricoperto d’erba, che comincia da un vasto piazzale sbilenco, frutto di una antica demolizione, e che termina ai piedi dei bastioni comunali, non molto lontano da Porta San Giorgio” (pag. 13).

Dopo qualche anno Lida attira l’attenzione di Oreste Benetti, un uomo di mestiere rilegatore un po’ più anziano di lei: egli prende l’abitudine di recarsi ogni sera alla stessa ora in visita alle due donne, conversando con loro di vari argomenti, soprattutto di religione (Oreste è un cattolico praticante), di politica e di Ireneo, al quale l’uomo si affeziona come fosse un figlio. Riesce a farlo iscrivere come internista presso il seminario di Ferrara, dove il piccolo frequenta le tre classi ginnasiali, terminate le quali si pone il problema quali classi fargli frequentare dopo. Per questo si reca da don Bonora, il prefetto succeduto ormai da vent’anni al povero don Castelli di sua vecchia conoscenza. Al nuovo prefetto, Oreste chiede di Ireneo: “Cosa vuole che le dica, si era limitato a rispondere da principio don Bonora. Siamo appena agli inizi: all’analisi logica e a quella del periodo. Il latino vero e proprio dobbiamo ancora affrontarlo. Lui, allora, aveva provato a domandargli che cosa pensasse di Ireneo come carattere. Al che il sacerdote, seppure continuando ad esprimersi con grande prudenza e delicatezza, aveva replicato che sì, effettivamente, il carattere del ragazzo gli dava alquanto da pensare. Era presto, si capisce – aveva aggiunto – per poter formulare su di lui un giudizio definitivo. Che si trattasse ad ogni modo di una natura un po’ fiacca, un po’ svogliata: su questo, purtroppo, non gli pareva che ci fosse da dubitare” (pag. 37).

Affezionato al bambino come se fosse suo figlio, dopo le tre classi ginnasiali, lo prende con sé in bottega: “Quando, con la licenza media inferiore in tasca, Ireneo era uscito dal Seminario, lui lo aveva immediatamente preso con sé, in bottega, dove tra la macchina rifilatrice e la porta a vetri, gli aveva sistemato un piccolo banco. Gli aveva voluto insegnare il suo mestiere” (pag. 58).

Ben presto Oreste capisce di avere una passione per Lida, ma inizialmente non osa chiederle di sposarlo. Tuttavia col passare del tempo Oreste si prende sempre più cura delle due donne e, dopo la morte di Maria Mantovani, si fidanza con Lida, che poi sposa. Oreste fa del matrimonio lo scopo della propria vita: “Parlò quindi del matrimonio, di ciò che il matrimonio rappresentava per lui. Disse che lo considerava lo scopo supremo della sua vita: al punto che soltanto dopo essersi sposato, non prima, avrebbe forse trovato quel minimo di coraggio che gli permettesse di invocare sopra di loro la protezione della divina Provvidenza. Certo – ammise, annuendo gravemente – fino allora lui non le aveva mai fatto fretta. Ma come avrebbe potuto fargliene, lui, di fretta, sentendo, come sentiva, di non poter contare che sulle proprie forze? Lida ascoltava, senza guardarlo. Non capiva. Le bastò tuttavia, a un dato momento, alzare gli occhi, e di colpo si rese conto: Oresta temeva ancora di perderla! Subito, protendendosi attraverso il tavolo, posò una mano su quelle di lui, strette più che mai insieme nel solito groppo spasmodico; e un attimo più tardi, per la prima volta, si trovava fra le sue braccia” (pag. 55).

I due vivono felici e senza particolari problemi fino alla morte di Oreste, avvenuta prematuramente nove anni dopo le nozze. Il ricordo di Oreste si trasforma in tenerezza quando gli sembrava ancora di vederlo, mentre da dietro il banco grande della legatoria, covava con occhi ardenti di zelo 6la minima cosa che succedesse fuori, nel piazzale antistante. Lida si accorgeva in ogni istante che Oreste desiderava avere da lai un figlio tutto suo: “Oreste non aveva mai cessato di sperare. Per esserne certa, non aveva che da rammentare l’occhiata che lui le rivolgeva ogni qualvolta la vedesse entrare in bottega: un’occhiata interrogativa ma tranquilla, piena di una fiducia incrollabile. Se non adesso, così diceva il suo sguardo, lei gli sarebbe venuta incontro con la grande notizia. Gli avrebbe dato un figlio, sicuro che fosse proprio suo, del suo sangue, e diverso, perciò nel fisico e nel carattere, da quell’altro, il figlio da lei avuto prima di sposarsi, il quale, sebbene lui gli avesse dato il suo cognome, sebbene gli venisse insegnando il suo mestiere con tutta la passione di cui era capace, ciò nondimeno non aveva mai voluto chiamarlo altro che zio Oreste. Un figlio sul serio suo – pensava Lida – questa la cosa che gli era mancata, questa l’unica ombra che avesse turbato la serenità della loro vita coniugale” (pag. 60).

A questo punto, però, Lida capisce che forse Oreste non è mai stato veramente felice con lei: non hanno avuto quel figlio che egli tanto desiderava, ma forse la morte ha evitato che la sua speranza di diventare padre si trasformasse in disperazione: “Era chiaro però, con altrettanta evidenza, che la morte, cogliendolo di sorpresa, aveva prevenuto l’insorgere in lui di qualsiasi principio di disperazione” (pag. 60).

 Cinque storie ferraresi copertina

La passeggiata prima di cena

La storia è tratta da una vecchia cartolina che ritrae Corso Giovecca, a Ferrara, in “quel tratto del giorno che precede l’ora della cena”: tra le persone che passeggiano lungo il corso, il narratore si sofferma su una ragazza dall’aspetto modesto, di nome Gemma Brondi, un’apprendista infermiera all’Ospedale Comunale, che vive con i suoi genitori, i tre fratelli e la sorella Ausilia in una semplice casa nei pressi dei bastioni della città. Pur non avendo “una bellezza capace di farsi notare, nell’ora della maggiore animazione, in una strada di qualche importanza”, di lei s’innamora il dott. Elia Corcos. Questi è un medico ebreo che, partendo da umili origini, è riuscito ad ottenere il rispetto dell’alta borghesia cittadina grazie alle proprie capacità, che gli consentiranno di diventare Primario dell’ospedale di Ferrara nonché medico personale della ricca duchessa Costabili. Gemma e il dott. Corcos si fidanzano (1888), si sposano ed hanno subito un bambino, Jacopo, seguito poi da Ruben che però morirà nel 1902, a otto anni, per meningite. Si trasferiscono in una casa di via Ghiara, considerata da Elia il suo buen retiro, dove raramente ricevono visite dei parenti: tra questi, la più assidua è senz’altro la sorella di Gemma, Ausilia, che rimarrà zitella e continuerà a frequentare quella casa, sentendosi legata al cognato da un sentimento segreto; lei sarà anche riconoscente verso il padre di quest’ultimo, Salomone Corcos, per le sue doti di affabilità e gentilezza. Dopo la morte di Gemma, nel 1926 Ausilia si trasferirà nella casa di Elia e del figlio Jacopo, con l’incarico di governante di casa, dove sarebbe rimasta a vivere anche dopo l’autunno del 1943, data in cui il noto medico israelita e il figlio sarebbero stati deportati in Germania.

Tutto il racconto è inquadrato nella Ferrara degli anni trenta, anno ottavo dell’era fascista. Dolores Brondi è la mamma delle due ragazze. Ausilia la informa della relazione che Gemma ha con il famoso dottore ebreo Elia Corcos e in un’occasione è occasionale spettatrice dell’incontro tra i due. Mirabile la descrizione dell’idillio d’amore: “L’estate si avvicinava. I pipistrelli vorticavano attorno alla mole bruna, controluce, dell’abside di Sant’Andrea, con strida sempre più acute. E a mano a mano che il tempo passava, l’immagine del corteggiatore di Gemma si arricchiva di nuovi particolari: una magnifica giacca azzurra, a coda di rondine, scintillanti occhiali d’argento, un grosso orologio forse d’oro che lui, una volta, sul punto di accomiatarsi, aveva estratto da un taschino del gilè, e poi, via via, una cravatta di seta bianca, una mazzetta dal pomo d’avorio, e un’aria, una certa aria. Una sera, provocando il vivo ritrarsi di Ausilia, la coppia, anziché giù in strada, era apparsa là sopra, ferma tra gli alberi dei bastioni quasi all’altezza della finestra: da far supporre che Gemma e l’uomo potessero essere rimasti sdraiati fino allora nell’erba folta di un prato, a stringersi e a baciarsi. Un’altra sera ancora, sempre sul punto di accomiatarsi, lui si era levato il cappello, si era inchinato cerimoniosamente, forse le aveva persino baciato la mano. La sue intenzioni erano troppo chiare! – concludeva Ausilia, rapita e indignata insieme, riferendo questi ultimo particolari- Possibile che Gemma non si accorgesse del pericolo che correva?” (pag. 71). I due innamorati si sposano e vanno ad abitare presso Salomone Corcos, il padre di Elia, vecchio mercante, in via Vittoria, nel cuore di quello che molto tempo avanti era stato il ghetto. Dal matrimonio nascono prima Jacopo, poi Ruben. “Dovette trascorrere una dozzina d’anni prima che la dimora di via Ghiara, parva sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed parta meo – come soleva dire Elia, i cui baffi e le cui tempie si erano venuti frattanto spruzzando leggermente di bianco – potesse essere acquisita” (pag. 81). Il dottore Elia Corcos con la citazione in Latino si riferisce alla scritta che Ludovico Ariosto aveva fatto scrivere sopra il portale della propria casa che comprò a Ferrara, nel 1525, quando era ritornato dalla Garfagnana dove era stato mandato quale governatore dagli Estensi, signori di Ferrara. Facile la traduzione: Piccola, ma adatta a me, su cui nessuno può vantare diritti, decorosa e comprata con denaro mio”. Il dottore Elia Corcos ci tiene a far sapere che era una persona colta.  Ausilia va a convivere con Elia, dopo la morte della sorella Gemma nella nuova casa e vi rimane anche dopo la deportazione di Elia e di Salomone in Germania: “Tornava puntualmente a provare la sensazione che il povero signor Salomone ci fosse anche lui, fra quelle quattro mura, presente in carne ed ossa. Tale e quale come se, ancora al mondo e respirando in silenzio, le sedesse accanto” (pag. 94).

Una lapide in via Mazzini

Nell’agosto del 1945 fa ritorno a Ferrara Geo Josz, deportato nel 1943 a Buchenwald dai tedeschi insieme ad altri 182 membri della Comunità israelitica, molti li “consideravano da un pezzo non senza ragione sterminati nelle camere a gas”. Fu per questo preparata una lapide commemorativa con i 183 nomi, ma proprio mentre un operaio la sta fissando Tempio israelitico di via Mazzini, Geo Josz si fa avanti, unico sopravvissuto tra i membri della Comunità deportati, basso e grasso da sembrare gonfio d’acqua, indossando un kolbake dei panni stracciati. Nessuno lo riconosce: “Nell’uomo di età indefinibile, grasso al punto che sembrava gonfio, con un colbacco di pelo d’agnello sul capo rapato, e rivestito di una sorta di campionario di tutte le divise militari del momento, chi avrebbe potuto riconoscere il gracile fanciullo di sette anni avanti, oppure il nervoso, magro, smarrito adolescente del ’43? E se un Geo Josz era mai nato e esistito; se anche lui, a quanto asseriva, aveva fatto parte di quella schiera di cento ottantatré larve inghiottite da Buchenwald, Auschwitz, Mauthausen, Dachau, eccetera: possibile che lui solo, solo lui, se ne tornasse adesso di là, e si presentasse bizzarramente vestito, è vero, però ben vivo, a raccontare di sé e degli altri che non erano tornati, né sarebbero certo tornati mai più’ Dopo tanto tempo, dopo tante sofferenze toccate un po’ a tutti, e senza distinzione di fede politica, di censo, di religione, di razza, costui, proprio ora, che cosa voleva?” (pag. 102).

Molti si fermano a guardare la lapide di via Mazzini, leggendo i nomi degli scomparsi, tutti ebrei. Tanti dei curiosi vogliono tenersi anche alla larga di ciò che stanno osservando: “Cento ottantatré ebrei deportati in Germania, e là tutti morti, nelle solite maniere, su quattrocento che ne vivevano a Ferrara, prima della guerra. Tutto chiaro. Però un momento. Siccome quei cento ottantatré, ai tedeschi dovevano essere stati consegnati dai fascisti di Salò, nel caso che loro i tupìn, un giorno o l’altro fossero tornati a comandare (aspettando la rivincita, niente di più facile che stessero già da ora girando per le strade, magari con tanto di fazzoletto rosso al collo!  Non era meglio che uno cosa fossero gli ebrei, facesse finta di non saperlo neanche? Eh, i tupìn! Figuriamoci se al momento buono, altrettanto svelti di come, all’arrivo degli americani, avevano trovato le fogne dove rintanarsi, non sarebbero saltati subito fuori, di nuovo con le loro divise del colore delle pantegane, con le loro teste di morto sui fez e i gagliardetti!” ( pag. 105). Tutti pensavano ai fatti propri, come il ragazzo che stava lavorando alla messa in opera della lapide.

Riunitosi con lo zio Daniele, incontrato proprio sotto la lapide, Geo riprende pian piano possesso del palazzo di via Campofranco, che prima della guerra era stata casa Josz e che è stata poi occupata dalla Sezione provinciale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia); dapprima va a vivere nella torretta, ma, grazie alla sua insistenza e ad una sorta di soggezione che gli occupanti provano da quando è tornato, Geo ottiene che la Sezione sgombri lo stabile: “Quella casa – diceva il suo sguardo che, spostatosi nel frattempo dalla parte della dattilografa, era diventata d’un tratto minaccioso: al punto che la ragazza, trasalendo, aveva subito smesso di battere sui tasti-, quella casa dove loro, i rossi, al pari degli altri, i neri, prima di loro si erano insediati, era sua, se ne ricordavano? In base a quale diritto se ne erano impossessati? Stessero perciò attenti a come parlavano, adesso, tanto lei, la graziosa segretaria, quanto lui, il simpatico e aitante capo partigiano, così deciso, bontà sua, a voler rinnovare il mondo”( pag. 117).

E’ deciso a riaprire l’attività del padre Angelo, che commerciava tessuti, e all’apparenza è anche disposto a reintegrarsi nella società, un fatto cambia però le cose: una sera, Geo schiaffeggia pubblicamente in via Mazzini il conte Lionello Scocca, già spia per OVRA (organizzazione Volontaria Repressione Antifascista), senza un apparente motivo, se non forse, come sostengono alcuni testimoni, alcune domande sulla sua famiglia che il conte gli avrebbe fatto.

Colpisce nella descrizione la meccanicità del comportamento di Geo più simile a un automa che a un essere umano: “La sua esitazione ad ogni modo era stata minima. Quanto basta per aggrottare le ciglia, stringere le labbra, serrare convulsamente i pugni, borbottare qualcosa di mozzo e di incoerente. Dopodiché, come spinto da una molla, egli era letteralmente volato addosso al povero conte”. Da allora inizia a farsi vedere nei luoghi più frequentati di Ferrara sempre coperto di quei panni che indossava il giorno del suo ritorno, ogni giorno sempre più magro; non appena cerca di iniziare una conversazione, tutti lo evitano come se fosse un appestato. Infine, nel 1948 Geo scompare. Ha riavuto interamente il suo palazzo di via Campofranco, può ridare impulso all’attività paterna, può “ingranare di nuovo insomma — perché era questo, stringi stringi, il suo problema”; invece, in seguito a quegli schiaffi, di Geo non si sa più nulla.

film La lunga notte del '43

 

Tutti a Ferrara smaniavano dal buttarsi alle spalle il triste passato della guerra, tanto che si sentiva spesso ripetere: “Che pazzo. Scuotevano il capo bonari, stringevano le labbra in silenzio, levavano gli occhi al cielo. Se avesse avuto un po’ di pazienza – aggiungevano sospirando ed erano di nuovo sinceri, di nuovo addolorati. Dicevano poi che il tempo, che aggiusta ogni cosa di questo mondo, e grazie al quale Ferrara stessa, per fortuna, stava risorgendo dalle sue rovine uguale identica a come era in passato, il tempo avrebbe calmato alla fine anche lui, aiutandolo a restituirsi ad una vita normale, insomma a reinserirsi” (pag. 151).

 

Geo Josz e altri personaggi del romanzo, si pensi a Pino Barilari del racconto “Una notte del ’43”, stanno a ricordare, alla gente di Ferrara e non solo, che il passato non può essere dimenticato. Solo chi non ha la coscienza pulita può camuffarlo o ritenere che non conti più proprio perché è passato. Contro chi crede che la storia sia un’oggettiva ricostruzione di un passato in sé concluso e dunque solo come passato, J. Dewey scrive: “Se il passato fosse veramente finito o morto, vi sarebbe un solo atteggiamento verso di esso, lasciate che i morti sotterrino i loro morti. Ma la conoscenza del passato è la chiave per capire il presente.  Gli avvenimenti passati non possono essere separati dal presente vivo senza perdere il loro significato. Il vero punto di partenza della storia è sempre qualche situazione attuale con i suoi problemi” (J. Dewey, Democrazia ed Educazione, pag. 275). D’accordo con il pensiero del Dewey è Attisani: “La storiografia e cioè l’historia rerum gestarum consiste nell’intelligenza del passato, anzi di un certo passato ridestato da un interesse del presente”. Catalfamo, pedagogista cattolico scrive: “I valori conseguiti nel passato e affidati alla tradizione, sono il lievito della realtà presente”. Oggi, molti sostengono che le ideologie del Novecento non servono più per capire il nostro presente. Ma le nuove ideologie “Suprematiste dove affondano le proprie radici se non nella teoria della razza del secolo passato?

Il prezzo che Geo paga è alto. Vive ma è come se non vivesse. E’ solo un sopravvissuto. E’ un altro Mattia Pascal, morto per chi lo conosceva, anche se continua a vivere. L’identità di ognuno è data dalle relazioni che ha con chi gli è attorno. Se la percezione che gli altri hanno di noi non è la stessa che noi abbiamo di noi stessi, allora nascono i problemi e si vive nell’alienazione. Geo vive due volte ma è al confine della vita. E’ un sopravvissuto al baratro. Quello di Geo Josz “E’ un enigma, già. Eppure, quando in mancanza di indicazioni più sicure ci si fosse richiamati a quel senso di assurdo, e insieme di verità rivelata, che nella sera imminente può suscitare in noi qualsiasi incontro, proprio l’episodio del conte Scocca non avrebbe offerto nulla di enigma! La luce diurna è noia, duro sonno dello spirito, noiosa ilarità – come dice il poeta -. Ma fate che scenda alla fine l’ora del crepuscolo, l’ora ugualmente intrisa d’ombra e di luce di un calmo crepuscolo di maggio: ed ecco che cose e persone, che dianzi vi erano apparse del tutto normali, indifferenti, può succedere che a un tratto vi mostrino per quelle che sono veramente, può succedere che a un tratto vi parlino – e sarà a quel punto, come se foste colpiti dalla folgore – per la prima volta di se stesse e di voi. Che cosa faccio, io, qui con costui? Chi è costui? E io, rispondo alle sue domande, e intanto mi presto al suo gioco, io chi sono?” (pag. 153).

Dietro Geo Josz si nasconde Eugenio Ravenna (1920- 1977), cugino di secondo grado di Giorgio Bassani. Anche lui ritornò dall’inferno del lager e riuscì in qualche modo ad integrarsi nella Ferrara del dopo guerra. Mise al centro della propria vita la famiglia, il lavoro, il tennis e il bridge. L’inferno di Auschwitz gli rimase dentro fino alla notte del 1977 quando il cuore provato  cessò di battere all’improvviso.

Gli ultimi anni di Clelia Trotti

La seconda guerra mondiale è finita da un anno. Siamo nel 1946. A Ferrara, in piazza, si sta svolgendo un funerale laico, con tanto di bandiere rosse e drappello di autorità. Gli oratori si alternano sul palco. Viene traslata la salma di Clelia Trotti, morta nel 1943 in carcere a poco più di sessanta anni. Alla vecchia maestra socialista vengono tributati quegli onori che non ebbe in vita. Un motoscooter, una Vespa per la precisione, guidata da una giovane fa un rumore assordante nel corso del comizio. Il giovane e la ragazza che gli sta accanto non sanno nulla di Clelia Trotti. Lui ha in mano una racchetta da tennis e rimprovera la ragazza di averlo fatto aspettare per tanto tempo. I due sono del tutto estranei a ciò che si sta celebrando. Le memorie del passato se non vengono coltivate vengono avvolte dall’oblio.

Centinaia di facce scandalizzate invitano la ragazza a spegnere il motore: “La ragazza non intese, o non volle intendere. Sebbene avesse ormai raggiunto il luogo della piazza verso cui era diretta… non solo non credette opportuno spegnere il motore, ma anzi, di tanto in tanto, quantunque già ferma, continuava imperterrita nel suo gioco di brusche, clamorose accelerazioni” (pag. 167. L’onorevole Nino Bottecchiari sbotta all’improvviso gridando di farla smettere. L’avvocato Nino Bottecchiari, Bruno Lattes, Clelia Trotti, il ciabattino Cesare Rovigatti sono i personaggi principali attorno ai quali ruota tutto il racconto.

Nino Bottecchiari è l’indomito avvocato socialista, non più giovane ma nemmeno vecchio. Aveva conosciuto in gioventù Clelia Trotti e non pochi sussurravano sotto voce che avesse avuto un qualche legame sentimentale con lei. Bottecchiari è un vecchio antifascista “uno che in apparenza non aveva mai chinato il capo ma era strano che accettasse, non importa se per scherzo o per civetteria, la grinta melensa e crudele del gregge conformista che occupava arrogante le strade, i caffè, i cinema, le sale da ballo, i campi sportivi, le botteghe di barbiere, perfino le case di tolleranza, escludendone d’imperio chiunque fosse o sembrasse diverso. La verità era che nemmeno l’onorevole Bottecchiari ce l’aveva fatta a passare senza danno, senza corrompere il suo carattere, la sua  dritta e fiera gioventù, sotto il torchio di quei decenni, dal ’15 al ’39, che avevano veduto, a Ferrara come dappertutto in Italia, la degenerazione progressiva di ogni valore” (pag. 176). Nostalgia e bisogno di ricordare pervadono tutto il racconto.

Bruno Lattes, il giovane letterato ebreo, avviato a una brillante carriera universitaria, è presente anche lui al funerale. E’ appartato e lontano dal palco. Riconosce vicino all’onorevole Bottecchiari il ciabattino Cesare Rovigatti, l’uomo che gli aveva fatto conoscere tempo addietro Clelia Trotti. E’ ritornato apposta dall’America dove vive e lavora. Aveva conosciuto Clelia Trotti prima di lasciare l’Italia ed evitare così la deportazione e la morte, al contrario dei genitori “che mai avevano creduto di fuggire, mai avevano accettato di fornirsi di carte false e erano stati portati via dai tedeschi. I loro nomi adesso figuravano insieme con quasi duecento altri nella lapide che la Comunità israelitica aveva fatto porre sulla facciata del Tempio, in via Mazzini” (pag. 170).

Nel 1939 in Europa soffiano già i venti di guerra. L’Italia entra nell’immane secondo conflitto mondiale l’anno successivo. Nel 1938 erano già state promulgate le leggi razziali. Il giovane Bruno Lattes, figlio di un avvocato, studioso e intelligente, ma che vive in uno stato di sconforto e di isolamento sociale dal quale tenta di uscire, è spinto da un’intensa curiosità culturale. Vuole conoscere Clelia Trotti, vecchia maestra, rivoluzionaria socialista che aveva visto con i suoi occhi Anna Kuliscioff e Andrea Costa. Dapprincipio, conoscerla non è semplice. Prima ottiene l’indirizzo incompleto dall’onorevole Nino Bottecchiari, poi quello completo da un ciabattino, Cesare Rovigatti, intimo amico della maestra. Bruno Lattes viene respinto dalla sorella di Clelia Trotti, Giovanna Codecà, nel timore che la casa fosse sorvegliata dall’OVRA (Organizzazione Volontaria Repressione Antifascista). I due iniziano però ad incontrarsi frequentemente, a casa dell’anziana maestra e in quella del giovane universitario. Per qualche tempo Bruno sembra condividere la fede della vecchia maestra nella libertà e nella rinascita del socialismo. A far luce sul complicato e controverso rapporto instauratosi tra i due c’è l’epigrafe ad inizio del racconto, ripresa da Italo Svevo: “Le persone di cui si conquista l’affetto con l’imbroglio non si amano mai sinceramente…”.

Cesare Rovigatti è il ciabattino che ha la bottega in piazza Santa Maria in Vado, di fianco alla chiesa. Bruno, guardandolo presente ai funerali di Clelia, non lo trova affatto invecchiato. D’improvviso i ricordi irrompono come un fiume in piena. Bruno Lattes aveva trovato Cesare Rovigatti chino sul suo umile deschetto, intento ad arrotolare gli spaghi attorno ai palmi della mano. “Una scarpa scalcagnata diventava sempre qualcosa di vivo, in mano sua. Dal modo come un cliente aveva sbucciato una punta, consumato un tacco, deformato una tomaia, Rovigatti sapeva risalire con intuito infallibile al carattere di quel tale. Prima di accingersi a riparare una calzatura, era solito soppesarla al lume ravvicinato della lampada che pendeva bassa sul deschetto col sorriso indulgente dell’artista il quale, nell’atto di mettere al mondo un suo personaggio, si dispone, purché risulti sul serio esistente, a vederlo comporre le più grosse ribalderie” (pag. 184- 185).  Anche lui, da giovane, aveva militato assieme a Nino Bottecchiari aveva militato tra le file del partito socialista, aveva conosciuto Filippo Turati e Anna Kuliscioff e nel ’24 aveva subito un’aggressione fascista. S’interessava di politica e leggeva molto, tra tanti autori, preferiva Victor Hugo e i suoi romanzi: Il Novantatré, i Miserabili, L’uomo che ride, I lavoratori del male. Dell’Ottocento salvava solo Domenico Guerrazzi, tutti gli altri avevano scritto per un’élite. Dante era per lui “il più grande poeta del mondo”. Trovava nei Promessi Sposi un odore di sacrestia e troppa reazione. Andava fiero del suo lavoro. “Grazie ad esso, non soltanto aveva potuto sbarcare decorosamente il lunario fin da ragazzo, ma resistere senza mai piegare la schiena attraverso tutti gli anni della dittatura” (pag. 184).

Bruno Lattes ricorda il primo incontro con Clelia Trotti nella sua casa di via Fondo Banchetto, circondata dal silenzio, nella periferia della città Era venuta lei stessa ad aprirgli. “La vecchia rivoluzionaria aveva veduto con i propri occhi Anna Kuliscioff e Andrea Costa, aveva discusso di socialismo con Filippo Turati e aveva avuto una parte non secondaria bella famosa settimana rossa di Romagna, del ’14, ridotta a parlare a voce soffocata, appena intelligibile” (pag. 190). E’ controllata dalla sorella e dal cognato che temono sempre di essere spiati dall’OVRA. “Clelia Trotti non si era mai piegata al fascismo, aveva sempre serbato purissima la propria anima; l’onorevole Bottecchiari, al contrario, sebbene non avesse mai accettato la tessera del Fascio, si era inserito pienamente nella società dei suoi anni maturi, arrivando addirittura a far parte del consiglio d’Amministrazione della Cassa Agricola, e ciò senza che nessuno se ne lamentasse o scandalizzasse” (pag. 191).

Bruno non è la persona immaginata da Clelia. Egli, infatti, abbandona improvvisamente Ferrara nel 1943 e si trasferisce in America per insegnare letteratura italiana. I suggerimenti della donna di avviare contatti con i principali esponenti dell’antifascismo cittadino: repubblicani storici, liberali, cattolici, comunisti cadono tutti nel vuoto. L’ultimo loro incontro era avvenuto nei pressi del cimitero di Ferrara, sul prato di piazza Certosa, nello stesso posto in cui ora è la salma di Clelia Trotti. Ormai avviato alla carriera universitaria e sul punto di diventare cittadino americano, Bruno Lattes ritorna nella sua città natale, sentendosi un estraneo.

Ancora una volta è la memoria a entrare in scena insieme a quel passato misto di dolcezza e sensi di colpa. Bruno Lattes è ritornato nel piccolo e vecchio mondo provinciale, dove pare che il tempo si sia fermato, nonostante gli eventi funesti. Lui ormai è avviato alla carriera universitaria in America, ma la figura di Clelia Trotti riappare nitida: è stata un’idealista sognatrice, coerente con se stessa, ma ne era valsa la pena, se poi il tempo corrode tutto? “E che cosa era venuto a fare, lui, sopraggiungendo talmente tardi, se non appunto per rendersi conto che il mondo migliore, la società giusta e civile di cui Clelia Trotti rappresentava insieme la prova vivente e il relitto, non sarebbero tornati mai più? La guardava, la patetica perseguitata antifascista, la pietosa prigioniera, e non gli riusciva di staccare gli occhi dalla riga scura, chiaramente visibile che le segnava torno torno, poco più giù dei bianchi capelli raccolti in un nodo sulla nuca, l’esile collo rugoso” (pag. 191).

Una notte del 43

Il racconto venne pubblicato per la prima volta nel 1955, ed è il più aderente, fra tutte le cinque storie ferraresi, alla ricostruzione storica. L’interesse di Bassani per le vicende della sua città non è quella di uno storico, tuttavia i fatti narrati risultano molto utili per capire il clima che regnava a Ferrara nel periodo finale della dittatura fascista: “Chi non ricorda, a Ferrara, la notte del 15 dicembre 1943? Chi potrà mai dimenticare, finché avrà vita, le lentissime ore di quella notte? Fu una veglia angosciosa, interminabile per tutti: con gli occhi che luccicavano fissi a scrutare attraverso le fessure delle persiane le vie immerse nel buio dell’oscuramento, col cuore che ogni minuto sobbalzava al crepitio delle mitragliatrici o al passaggio repentino, anche più fragoroso, del camion carichi d’uomini armati” (pag. 242).

Ispirandosi all’episodio reale dell’uccisione del federale fascista Igino Ghisellini, qui diventato il console Bolognesi, egli posticipò leggermente la vicenda, da novembre a dicembre 1943, e all’interno del contesto storico creò una storia privata, frutto della sua ispirazione. Pino Barilari è un farmacista che, da quando è stato colpito da una malattia sessualmente trasmissibile, trascorre le giornate seduto in una carrozzella, risolvendo enigmi e parole crociate affacciato alla finestra della propria casa in Corso Roma a Ferrara, proprio sopra la farmacia ereditata dal padre Francesco Barilari, morto nel 1936. Pino Barilari di cui molti a Ferrara mettono in dubbio che si sia mai laureato, sposa nel 1937 Anna Repetto “bionda figlia diciassettenne d’un maresciallo dei carabinieri oriundo di Chiavari, e da qualche anno di stanza a Ferrara con la famiglia” (pag. 229). La ragazza era piuttosto sfrenata, “perennemente a zonzo in bicicletta o a ballare nei Circoli Rionali, e sempre seguita, oltre che da nutriti codazzi di coetanei, dagli sguardi di parecchi non coetanei fissi ad ammirarne di lontano le evoluzioni: una ragazza troppo in vista e vistosa, diciamolo pure, perché a vedersela soffiare sotto il naso da uno come Pino Barilari non si sentissero defraudati, traditi un po’ tutti” (pag. 229).

Dopo due anni di matrimonio, Pino Barilari viene colpito da un’improvvisa paralisi alle gambe, malattia che lo immobilizza completamente: “La sifilide, che per tanti anni aveva sonnecchiato subdolamente nel suo sangue, e infine era insorta, di colpo, a stroncargli le gambe, a trasformare la sua scialba vita in qualcosa di chiaro, di comprensibile a lui stesso, insomma di esistente” (pag. 232). Pino Barilari aveva contratto la sifilide nei giorni della marcia su Roma, nel 1922, quando era un ragazzo appena diciassettenne. A ricordarlo è lo stesso Carlo Aretusi. C’era anche lui sulla tradotta che aveva portato i fascisti di Ferrara e dintorni a Roma e li aveva riportati a casa il giorno dopo. La marcia si era rivelata una pagliacciata. Non avevano nemmeno visto Mussolini. Era stato proprio Pino Barilari, il figlio del dottor Barilari, l’unico divertimento per tutto il viaggio. “Era sopraggiunto all’ultimo momento, quando il treno già stava partendo: al punto che era stato necessario allungargli una mano attraverso lo sportello e tirarlo su quasi di peso. Ecco qua, poi, come vestiva. Portava una mantella grigio – verde, senza dubbio del padre, che gli arrivava fino ai garretti, mollettiere militari che ogni cinque minuti gli si sfilavano dalle gambe, grandi scarpe gialle, basse, e infine un grosso fez che, calcato in testa, gli combinava tali orecchie a sventola da renderlo uguale identico a un pipistrello” (pag. 237- 238).

Al ritorno da Roma, “dato che la Porrettana non finiva mai (si era vista la noia, all’andata!), a Pistoia, prima di affrontare l’Appennino, erano scesi in due o tre a fare incetta di fiaschi di Chianti” (pag. 239). Il treno arrivò a Bologna verso la mezzanotte. La coincidenza per Ferrara ci sarebbe stata verso le due e cinque minuti. Carlo Aretusi e gli altri fascisti, ubriachi fradici, portano con loro anche Pino Barilati in una casa d’appuntamento. Sciagura alias Carlo Aretusi, fosse stato il vino o la rabbia repressa per la notte insonne trascorsa solo per assistere ad una pagliacciata, come si era rivelata la famosa Marcia su Roma, punta la propria Mauser sotto la gola del ragazzo, perché “Se Pino non si decideva, lì per lì, a smetterla di piagnucolare, e non entrava subito; o magari, raggiunto che avevano di sopra la saletta comune, si fosse rifiutato come d’abitudine di andare su in camera con una puttana, altro che la sifilide avrebbe potuto prendersi, quella volta là, se pure, vai un po’ a saperlo con sicurezza, se l’era presa proprio quella volta! Era stato lui stesso ad accompagnarli su in camera: giusto per controllare che tutti e due, tanto Pino che la puttana, compissero il loro dovere fino in fondo” (pag. 240 – 241).

Ma la storia galoppa. Pino Barilari ormai è una larva di uomo, intento solo a fare parole crociate, appollaiato notte e giorno come un pipistrello sopra la stanza della farmacia. La moglie Anna lavora nelle stanze della farmacia e prima di andare a dormire nella propria camera, accudisce il marito che dorme in un’altra stanza, come fosse un bambino che aveva bisogno di tutto. Di tanto in tanto però sgattaiola dalla propria casa per recarsi ad appuntamenti amorosi. La notte del 15 dicembre 1943 avviene un episodio tragico in città: undici persone, tutte considerate avversarie del Regime, sono prelevate dalle loro abitazioni o dai loro nascondigli e uccise in Corso Roma, per rappresaglia. I loro corpi sono abbandonati sul marciapiede, vicino alla farmacia Barilari, e il mattino seguente, quando l’eccidio è scoperto dalla popolazione, alcuni soldati sono impegnati per tenere lontane le persone che vorrebbero avvicinarsi ai cadaveri, anche solo per riconoscerli.

“Erano undici, riversi in tre mucchi separati lungo la spalletta della Fossa del Castello, lungo il tratti di marciapiede esattamente opposto al Caffè della Borsa e alla farmacia Barilari: e per contarli e identificarli, da parte dei primi che avevano osato accostarsi (di lontano non parevano nemmeno corpi umani: stracci, bensì, poveri stracci o fagotti buttati là, al sole, nella neve fradicia), era stato necessario rivoltare sulla schiena coloro che giacevano bocconi, nonché separare l’uno dall’altro quelli che, caduti abbracciandosi, facevano tuttora uno stretto viluppo di membra irrigidite. E c’era stato appena il tempo di contarli e ravvisarli” (pag. 247).

Poco prima di morire, l’avvocato Fano aveva gridato “Assassino” verso Carlo Aretusi, che aveva compilato la lista dei condannati a morte e aveva comandato personalmente la fucilazione degli undici innocenti. “Il suo urlo altissimo, atroce”, scrive Giorgio Bassani, “era stato udito all’interno di alcune case di piazza Cattedrale e di Corso Giovecca, dunque a non meno di cento metri di distanza; quella gran luce, poi, quell’incredibile chiaro di luna che a partire da mezzanotte, girato improvvisamente il vento, aveva fatto di ogni pietra della città un pezzo di vetro o di carbone; e Pino Barilari, infine, che soltanto il grido dell’avvocato Fano era riuscito a strappare all’ultimo momento dal suo duro sonno di ragazzo, appiattato ora lassù, tremante sulle sue grucce, dietro le lastre della finestra sovrastante” (pag. 258).

A guerra conclusa, nell’estate del 1946, inizia un processo per individuare il responsabile della strage di quella notte. Il principale imputato è Carlo Aretusi, Sciagura. L’unico testimone che l’uomo teme è Pino Barilari, che con ogni probabilità assistette, dalla propria casa, alle uccisioni di quel 15 dicembre, e sarebbe in grado di indicare chi vi partecipò. Il farmacista tuttavia, durante il processo, alla domanda precisa che gli viene rivolta risponde solo: “Dormivo”. Egli in realtà, quella sera, non solo assistette alla fucilazione nascosto dietro i vetri della sua finestra, ma vide anche la moglie tornare da un convegno amoroso, ormai palese a tutti, forse, ma non ancora a lui.

Quel 15 dicembre del 1943, Anna aveva messo a letto suo marito come ogni sera ed era uscita: “Non era trascorsa nemmeno mezz’ora, invece, che era cominciata per le strade quella gran sparatoria: sparatoria che l’aveva costretta a rimanere nella casa dove si trovava – la casa d’un tale, il nome lasciamolo perdere! -, fino alle quattro del mattino. Cessati gli spari, si era precipitata fuori. Aveva risalito la Giovecca, completamente deserta, tutta di corsa. Soltanto quando era arrivata all’angolo del Teatro Comunale, proprio lì, ad un tratto, ammucchiati lungo il marciapiede di fronte alla farmacia, aveva veduto i morti” (pag. 273). In preda al panico, attraversa il primo mucchio di cadaveri e alza lo sguardo trepidante. “Pino era lassù, immobile dietro i verti della finestra del tinello: un’ombra appena visibile che la guardava. Erano rimasti così, a fissarsi per qualche secondo. Lui dall’oscurità della stanza, lei dalla strada; e senza sapere, lei, quello che avrebbe potuto fare. Finalmente si era decisa, era entrata in casa. Mentre saliva la scaletta a chiocciola, cercava di pensare a ciò che le convenisse dire. In fondo non le sarebbe stato difficile inventare una storia qualsiasi, comportandosi in modo che Pino ci credesse. Lui in fondo era un bambino, e lei la sua mamma. Senonché Pino, quella volta, non le aveva permesso di inventare nessuna storia. Nel tinello, quando lei era entrata, lui non ci stava già più. Stava viceversa nella sua camera, a letto, col viso rivolto verso la parete e con le coperte tirate fin sopra le orecchie; e a giudicare dalla maniera come respirava, si sarebbe detto che dormisse. Svegliarlo, è vero: questo avrebbe dovuto fare! Ma se poi dormiva sul serio, e lei, poco prima, dalla strada, non avesse avuto che un’allucinazione? Nel dubbio, aveva richiuso adagio la porta, ed era andata a buttarsi sul letto, in camera sua. Pensava che tra poche ore, se non dalle labbra di Pino, almeno dalla sua faccia la verità l’avrebbe saputa. Ed invece niente. Non una parola, da parte sua, non uno sguardo che le permettessero di capire. Né quella mattina, né mai più” (pag. 275).

Nell’estate del 1946 ebbe inizio il processo contro gli autori del massacro di tre anni prima. Nessuno, neanche Sciagura, verrà condannato per quelle uccisioni. A partire da quella notte del 1943, intanto, Pino Barilari aveva perso ogni interesse per le riviste di enigmistica, poi era stato lasciato dalla moglie, e la sua unica occupazione è diventata quella di appostarsi tutto il giorno alla finestra di casa, osservare i passanti e borbottare un «Ehi!» o un «Attento!», come se non gli importasse di essere ascoltato, quando qualcuno cammina accanto al luogo dove lui sa che è avvenuta l’esecuzione.

Ma se aveva visto, “perché era sveglio, perché non aveva mai voluto ammetterlo? Aveva paura? Ma di chi o di che, con precisione? In apparenza non era mutato nulla, nei loro rapporti. Tranne che dopo d’allora – o, per meglio dire, dalla conclusione del processo Aretusi in poi -, essendogli venuta la mania del cannocchiale, trascorreva le giornate così, sorvegliando il marciapiede di fronte, ridacchiando e borbottando fra sé: e senza più chiamarla di sopra come usava una volta, per mostrarle quanto era bravo a risolvere i cruciverba e i rebus a frase. Che fosse diventato pazzo? Poteva darsi, con la malattia che aveva. Ma d’altra parte, come era possibile continuare a viverci insieme, senza che a poco a poco, anche lei, finisse con l’impazzire?” (pag. 275). E’ la conclusione del romanzo.

 

Film “La lunga notte del ‘43”

Nel 1960 uscì, per la regia di un giovane esordiente nel mondo del cinema, Florestano Vancini, il film “La lunga notte del ‘43”, liberamente tratto dal racconto di Giorgio Bassani. Il film di genere drammatico dura 106 minuti. La sceneggiatura è opera di Ennio De Concini, Pier Paolo Pasolini e dello stesso Florestano Vancini. Il cast di attori è veramente di tutto rilievo. Belinda Lee è Anna Barilari, Gabriele Ferzetti è Franco Villani (l’amante di Anna Barilari), Enrico Maria Salerno è Pino Barilari, Gino Cervi è Carlo Aretusi detto Sciagura, Andrea Checchi è il farmacista, Nerio Bernardi è l’avvocato Attilio Villani, Loris Bazzocchi è Vincenzi, Raffaella Pelloni è Ines Villani, Alice Clements è Blanche, moglie di Franco. Il console Mario Bolognesi è interpretato da Carlo Di Maggio. Isa Querio è la moglie dell’avvocato Villani. Silla Bettini è l’uomo senza documenti. Interpreti secondari sono: Tulio Altamura, Romano Ghini, Mario Bellini, Gabriele Toth, Cesare Martignoni. Franco Cobianchi è Fanelli l’imbroglione di Ferrara. Il film ricevette il Premio Opera Prima alla XXI Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 1961 e il Nastro d’Argento al migliore attore non protagonista per il 1961 a Enrico Maria Salerno.

La lunga notte del ’43 anticipa altri film di denuncia / inchiesta di Florestano Vancini, tra i quali: La banda Casaroli, Il delitto Matteotti, Bronte – Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato e la riduzione televisiva La piovra 2.

Raimondo Giustozzi

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