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Cultura. Presente e passato nel romanzo “La luna e i falò” (1950), Cesare Pavese

cesare-paveseIl titolo del romanzo

Il titolo del libro, scritto fra il settembre e il novembre del 1949 e pubblicato nell’aprile del 1950, quattro mesi prima che l’autore si togliesse la vita, non si riferisce direttamente al contenuto del testo, ma ha valori simbolici. Nell’antichità il fuoco e la luna erano simboli degli dei e il fuoco era utilizzato durante i sacrifici. Questi due elementi naturali si caricano così di un significato mitico, che rimanda all’antico culto degli dei. In questo modo l’autore vuole esprimere il tema fondamentale del libro: il ritorno al passato, la ricerca delle proprie origini e della propria identità. I ricordi indicano anche il ritorno a un’età, l’infanzia, che per l’autore appare mitica e divina, priva delle sofferenze e dei dubbi della vita adulta. La luna e i falò sono anche importanti elementi della vita del contadino, che accende i fuochi per rendere più feconda la terra e segue le fasi della luna per regolare le attività agricole. In questo modo, l’autore indica che la vita e la società contadine sono il soggetto principale del libro. E indica anche il modo in cui sono trattate. La luna, che regola l’attività agricola, e i falò, che fecondano la terra, rappresentano due aspetti molto concreti della vita di campagna.

Infine, si può dire che la luna e i falò contengano in sé anche la conclusione stessa del libro. Essi, infatti, sono il simbolo della divisione tra Anguilla e il mondo contadino. Sono l’unico argomento sul quale il protagonista si trova in disaccordo completo perfino con Nuto, l’unico insegnamento che non accetta del suo amico-guida. “Ne avevo sentite di storie, ma le più grosse erano queste” (cap. IX), dice Anguilla riguardo al potere dei falò accesi dai contadini, per rendere fecondo il raccolto, mentre Nuto ci crede sul serio. “La luna, […] bisogna crederci per forza” (cap. IX), dice invece Nuto davanti all’incredulità del protagonista, che giudica semplice superstizione. In questo modo la luna e i falò mostrano il distacco che c’è tra il mondo contadino e Anguilla, ormai abituato al mondo industriale, evoluto e civile.

 

Trama

 

Il romanzo La luna e i falò è narrato in prima persona dal protagonista, di soprannome Anguilla. Il libro si apre con il ritorno del protagonista al suo paese, nel tentativo di ritrovare una propria identità e un significato alla sua esistenza, dopo aver fatto fortuna come emigrante in America. Ma al suo arrivo in paese, Anguilla non riconosce più né luoghi, né persone, che sembrano mutati e ormai lontani dalla sua vita. L’unica persona con la quale il protagonista si ritrova, è Nuto, il vecchio amico d’infanzia. Nuto è sempre stato, fin dalla giovinezza, una guida e un punto di riferimento per Anguilla; molto bravo nel suonare vari strumenti, gli aveva aperto gli occhi davanti alla dura realtà della vita. Anche ora, a distanza di tanto tempo, Nuto conserva il suo ruolo, anche perchè è sempre rimasto al paese, e quindi può mostrare all’amico tutti i cambiamenti che sono avvenuti. ”Nuto che, in confronto con me, non si è mai allontanato dal Salto, dice che per farcela a vivere in questa valle non bisogna mai uscirne. Proprio lui che da giovanotto è arrivato a suonare il clarino in banda oltre Canelli, fino a Spigno, fino a Ovada, dalla parte dove si leva il sole. Ne parliamo ogni tanto, e lui ride (C. Pavese, La Luna e i falò, pag. 6, Einaudi, Torino 2014). Rivedendo i vari luoghi nei quali è cresciuto, e attraverso la guida di Nuto, Anguilla può ricordare la sua giovinezza.

Anguilla era un trovatello, adottato da una famiglia di poveri contadini, che viveva in un podere chiamato Gaminella, nel paese di Santo Stefano Belbo, sulle colline delle Langhe. A causa della povertà, all’età di tredici anni, aveva dovuto abbandonare la famiglia adottiva e trasferirsi a lavorare presso La Mora, dove viveva una famiglia di possidenti terrieri benestanti, con capofamiglia Sor Matteo, il quale aveva tre figlie: Irene, Silvia e Santa. Gli anni dell’adolescenza, con la scoperta del lavoro vero, dell’altro sesso e delle durezze della vita, trascorsero così alla Mora, dove il protagonista aveva conosciuto Nuto, amico inseparabile. Terminata l’adolescenza, Anguilla era andato a Genova per il servizio di leva. Qui era entrato in contatto con ambienti antifascisti e costretto a fuggire in America per evitare di essere catturato dalla polizia. In America era rimasto vari anni, facendo fortuna, per poi ritornare al suo vecchio paese, che non aveva mai dimenticato.

Rivisitando i luoghi della sua infanzia, Anguilla trova che la Gaminella è occupata da un nuovo coltivatore, il Valino, che lavora come mezzadro alle dipendenze di una nobile. Il Valino ha un figlio, Cinto, zoppo, nel quale il protagonista rivede se stesso da giovane. Per questo si prende cura di lui, regalandogli anche un coltello, strumento che permetterà a Cinto di salvarsi dalla furia del padre. Infatti, la vita per il Valino è più dura di quanto non fosse per la famiglia di Anguilla, perchè il mezzadro è costretto a dividere il raccolto con la sua padrona, mentre il padre di Anguilla era proprietario della terra e ne consumava tutti i frutti. Per dare sfogo alla rabbia causata dalla povertà, il Valino picchia spesso i suoi familiari. Un giorno, quando la condizione economica si aggrava, il Valino uccide tutta la famiglia, appicca il fuoco alla Gaminella e poi s’impicca. L’unico a salvarsi è Cinto, che può difendersi grazie al coltello ricevuto in dono e fuggire.

Tra i ricordi di Anguilla c’è anche la vita trascorsa alla Mora. In particolare, il luogo sembra legato all’altro sesso, alla descrizione dei ricordi di donne. Nei capitoli ambientati alla Mora, Anguilla racconta delle figlie del capofamiglia, il Sor Matteo. Irene, la maggiore, aveva un carattere tranquillo e posato e spesso soffriva di solitudine. Era molto bella, con la carnagione chiara e bionda, e il protagonista, che era un suo servo, non osava nemmeno sperare di poter avere una storia sentimentale con lei. Irene sposò un uomo che la maltrattava e che conduceva una vita dissoluta, ma l’autore non osa parlare nel libro della sua morte. La seconda ragazza, Silvia, era diversa dalla sorella. Era meno bella di Irene, ma aveva capelli scuri e un carattere più impulsivo e passionale. Anguilla era sempre stato attratto, senza ovviamente essere corrisposto, da quella ragazza, che morì di emorragia in seguito a un aborto, dopo una relazione al di fuori del matrimonio. Il libro termina con il racconto, da parte di Nuto, della morte di Santa, la terza delle tre sorelle. Dopo aver avuto numerose relazioni con molti uomini sostenitori del Fascismo, quando il Regime era caduto, Santa si era schierata con i partigiani, che facevano capo a Baracca. Dopo un certo periodo, aveva iniziato a fare il doppio gioco, passando informazioni partigiane ai fascisti. Allora era stata processata dai partigiani e uccisa. Il libro si finisce con la decisione di Anguilla di partire da Belbo.

La divisione del testo

Il testo è diviso in trentadue capitoli, ma nella narrazione dell’autore si possono individuare tre blocchi principali, diversi per temi e contenuti. La prima parte racconta dell’arrivo del protagonista a Belbo, e va dall’inizio del libro fino al capitolo XIII. Anguilla è stato a lungo lontano dal suo paese natale, e per questo, al suo arrivo, i ricordi che gli si affollano nella mente sono confusi, disordinati e frammentari. Così gli argomenti trattati non seguono un filo logico, ma variano continuamente. Qualcosa sentito o visto nel presente dà lo spunto per ricordare il passato, dal quale si ritorna al presente e alla sua diversità da ciò che appartiene ormai a un tempo remoto. E’ il momento dell’ambientazione del protagonista in un mondo che gli è sconosciuto, in parte perchè cambiato, in parte perchè non lo ricorda più. Così Anguilla descrive l’ambiente geografico e sociale del suo paese, le sue usanze, le sue feste, ricorda le sue origini, la sua famiglia. Ma è anche il momento in cui prende atto dei mutamenti che sono avvenuti in quelle zone. Nuto ha fatto la vita del musicante e ora lavora regolarmente. Ha una bottega di falegname, è sposato ed ha dei figli. E’ cambiato, non è più il giovane sicuro e spigliato di una volta. E’ diventato più saggio e più maturo, ha conosciuto la durezza della vita. Nel capitolo IV Anguilla dice: “Da quando ci eravamo rivisti, non mi ero ancora abituato a considerarlo diverso da quel Nuto scavezzacollo e tanto in gamba che c’insegnava a tutti quanti e sapeva sempre dir la sua”. La Gaminella non appartiene più alla sua famiglia, ma al mezzadro Valino, che nella scala sociale occupa una posizione inferiore rispetto alla famiglia di Anguilla: il mezzadro è costretto a spartire, il libero contadino no. Le persone più importanti di un tempo se ne sono andate tutte: la sua famiglia dalla Gaminella, il Sor Matteo e le sue figlie dalla Mora. Anguilla introduce i personaggi che accompagneranno la sua permanenza a Belbo: Nuto, il Valino, Cinto.

I vari argomenti della narrazione sono presentati seguendo il filo della memoria o di una chiacchierata, fatta ad esempio con Nuto. Ma non si segue lo schema del flusso di coscienza. Il racconto non passa da un argomento all’altro liberamente, come un pensiero. In alcuni casi c’è un cambio netto di argomenti nel testo, come per esempio tra due capitoli, e talvolta l’autore utilizza il discorso indiretto libero o riporta pensieri diversi, ma la narrazione segue comunque un filo logico, quello del ricordo. Tutto il testo si sviluppa su due piani: il presente e il passato, che non sono sciolti tra loro, ma si richiamano a vicenda: dal presente c’è lo spunto per tornare al passato, e dal confronto con il passato c’è il ritorno al presente. Anguilla, ad esempio, rivedendosi in Cinto, trae spunto dal ragazzo per parlare della sua fanciullezza.

 

Dopo aver fatto ordine nella memoria e aver riportato alla luce tutti i ricordi, Anguilla può iniziare a ripercorrerli in modo più lineare e preciso. Inizia qui la seconda parte del libro, dove i ricordi sono descritti in modo più chiaro e logico. Lo stacco è dato anche dal passaggio del protagonista dalla Gaminella alla Mora, che simbolicamente rappresenta il passaggio dalla fanciullezza, che ha come orizzonti del mondo la semplice famiglia, all’adolescenza, quando gli orizzonti si aprono e il mondo diventa più grande e più ricco: la fatica, l’altro sesso, il dolore della vita. Alla Mora il processo di conoscenza del mondo è graduale. Durante i primi anni, Anguilla svolge mansioni leggere, poi inizia a lavorare veramente, ricevendo il suo primo stipendio da uomo. Intanto inizia a scoprire il mondo, le feste del paese, i dolori della vita, grazie al suo amico-guida Nuto. E scopre anche l’altro sesso, del quale racconta molto, soprattutto riguardo a Silvia e Irene. Ma non mancano altre figure femminili, alle quali sono dedicati interi capitoli, come Rosanne, donna spregiudicata dell’America. Alla Mora inizia un processo di apertura progressiva al mondo, che non è poi tanto diverso da quello che molte altre persone avevano vissuto. Anguilla aveva allargato i suoi orizzonti più in là dell’ambiente familiare, passando dalla Gaminella alla Mora, in seguito era andato oltre il mondo della Mora. Aveva allargato le sue vedute ai paesi delle Langhe, poi si era recato a militare a Genova, conoscendo la realtà della grande città, e da qui, aprendo ancora di più le sue prospettive, era andato addirittura in un “nuovo mondo”, l’America, regolato da leggi del tutto diverse dalle sue, dove “tutti sono bastardi” e le radici non contano.

 

Dopo aver riordinato e ripercorso tutti i ricordi, Anguilla si rende conto che per lui è impossibile ritornare alle origini e ristabilirsi nel suo vecchio paese, riacquistando i ritmi della vita contadina. E seguendo l’amara conclusione del protagonista, anche i suoi ricordi hanno un epilogo doloroso. Inizia così la terza parte del libro, che contrasta nettamente con la seconda, dove i ricordi erano presentati sotto una luce positiva. I personaggi della Mora, che avevano accompagnato Anguilla nella sua adolescenza, fanno tutti una fine triste. Il Sor Matteo muore dopo un lungo periodo d’infermità. Silvia, dopo essersi abbandonata a una vita sentimentale sempre più dissoluta, muore di emorragia a causa di un aborto. Irene si sposa con Arturo, che la maltratta e conduce una vita dissoluta. Anche Santa, l’ultima figlia del Sor Matteo, fa una brutta fine. Prima fa la “cagnetta“, come dice Nuto, per i fascisti, poi passa dalla parte dei partigiani, ma continua a fare la spia, passando informazioni ai fascisti. Perciò è catturata e fucilata dai partigiani. Con lei muore l’ultimo legame che Anguilla aveva con la Mora. Ma anche la Gaminella è distrutta da un incendio. In questo modo, tutti i legami sentimentali che il protagonista aveva con Belbo vengono a mancare. Sembra che anche i fatti avvalorino la situazione di Anguilla: per lui è impossibile tornare a vivere nel suo paese.

La conclusione del libro

 

Sicuramente Anguilla ritorna al paese nel quale è cresciuto per un motivo, ben preciso.  Infatti, il libro si apre con le parole “C’è una ragione perchè sono tornato in questo paese“. Il protagonista sente che la vita è precaria, che le stagioni trascorrono e il passato non torna più: “Di tutto questo, della Mora, della vita di noialtri, che cosa resta?”, si chiede Anguilla nel cap. XXVI. Per questo il protagonista ritorna al suo paese: per cercare un valore alla vita, per trovare dei punti di riferimento, che non passino via come le stagioni che fino a quel momento aveva vissuto. Anguilla aveva vissuto prima nelle Langhe, poi a Genova, poi in America, e ora, dopo aver cambiato molte volte di casa, torna alle origini, per cercare qualcosa che gli dia sicurezza e che non sia trascorso. Inoltre Anguilla è un ragazzo trovatello, e questo accentua ancora di più il suo desiderio di trovare le sue radici, che cerca a Santo Stefano Belbo. Per questo motivo il libro è ricco di riferimenti mitici, come la luna, i falò, il rogo quasi sacrificale del corpo di Santa: il viaggio di ritorno di Anguilla è un viaggio verso le origini, verso il passato, al quale appartiene il mito. Questo viaggio è anche un ritorno a ciò che può dare un senso alla vita, verso ciò che può salvare il protagonista dalla caducità dell’esistenza, e perciò si riempie di un significato divino.

Ma la conclusione di questa ricerca è ambigua, e può essere vista in senso positivo o negativo. Il libro può avere un epilogo tragico, se si pensa che il protagonista aveva veramente intenzione di tornare a vivere al suo paese d’origine e riacquistare i ritmi della vita contadina. In questo caso la conclusione di Pavese è negativa: dopo aver conosciuto la civiltà, il progresso, il mondo industriale, è impossibile ritornare a una vita più semplice e primitiva come quella dei contadini, che appare ormai lontana. In questo senso, il pensiero di Pavese non si discosta poi molto dalla filosofia del “buon selvaggio” di Rousseau: l’uomo che vive a contatto con la natura è nel suo cuore puro e buono. Sono la civiltà e il progresso che corrompono l’uomo e lo rendono infelice.

Al contrario, il libro ha una conclusine felice se si pensa che Anguilla non voleva davvero ritornare a vivere al suo paese, ma solo compiervi un viaggio di conoscenza, nel quale potesse trovare più risposte ai suoi dubbi esistenziali. In fondo questa tesi è avvalorata dall’epigrafe iniziale che introduce il libro: “Ripeness is all”, cioè “Maturare è tutto“. Forse Anguilla già all’arrivo sapeva che sarebbe ripartito, perchè ormai il suo mondo e quello dei contadini erano troppo distanti. Ma è tornato lo stesso al suo paese per maturare.

Pagine scelte del romanzo.

Anguilla descrive così il ritorno nelle Langhe: “C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere”. Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione. Se sono cresciuto in questo paese, devo dir grazie alla Virgilia, a Padrino, tutta gente che non c’è più, anche se loro mi hanno preso e allevato soltanto perché l’ospedale di Alessandria gli passava la mesata. Su queste colline quarant’anni fa c’erano dei dannati che per vedere uno scudo d’argento si caricavano un bastardo dell’ospedale, oltre ai figli che avevano già. C’era chi prendeva una bambina per averci poi la servetta e comandarla meglio; la Virgilia volle me perché di figlie ne aveva già due, e quando fossi un po’ cresciuto speravano di aggiustarsi in una grossa cascina e lavorare tutti quanti e star bene. Padrino aveva allora il casotto di Gaminella – due stanze e una stalla -, la capra e quella riva dei noccioli. Io venni su con le ragazze, ci rubavamo la polenta, dormivamo sullo stesso saccone, Angiolina la maggiore aveva un anno più di me; e soltanto a dieci anni, nell’inverno quando morì la Virgilia, seppi per caso che non ero suo fratello. Da quell’inverno Angiolina giudiziosa dovette smettere di girare con noi per la riva e per i boschi; accudiva alla casa, faceva il pane e le robiole, andava lei a ritirare in municipio il mio scudo; io mi vantavo con Giulia di valere cinque lire, le dicevo che lei non fruttava niente e chiedevo a Padrino perché non prendevamo altri bastardi. Adesso sapevo ch’eravamo dei miserabili, perché soltanto i miserabili allevano i bastardi dell’ospedale. Prima, quando correndo a scuola gli altri mi dicevano bastardo, io credevo che fosse un nome come vigliacco o vagabondo e rispondevo per le rime. Ma ero già un ragazzo fatto e il municipio non ci pagava più lo scudo, che io ancora non avevo ben capito che non essere figlio di Padrino e della Virgilia voleva dire non essere nato in Gaminella, non essere sbucato da sotto i noccioli o dall’orecchio della nostra capra come le ragazze” ( Cesare Pavese, La Luna e i falò, pag. 3, 4, Torino, Einaudi). Sulla collina di Gaminella, Padrino aveva un casotto che Anguilla rivede appena ritornato: “Vidi sul ciglione la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestra vuote, e pensavo a quegli inveni terribili. La novità mi scoraggiò al punto che non chiamai, non entrai sull’aia. Capii lì per lì cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci sepolto insieme ai vecchi, intanto adesso mi faceva l’effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti” (pag. 5). Canelli era per il protagonista la porta del mondo perché vi passava la ferrovia, la stessa che aveva preso tanti anni prima: “Il fischio del treno che sera e mattina correva lungo il Belbo facendomi pensare a meraviglie, alle stazioni, alle città. Così questo paese dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Un paese ci vuole, non fosse per il gusto d’andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti(pag,6).

Anguilla è felice di essere ritornato e annota le proprie sensazioni: “Fa un sole su questi bricchi, un riverbero di grillaia e di tufi che mi ero dimenticato. Qui il caldo più che scendere dal cielo esce da sotto- dalla terra, dal fondo tra le viti che sembra si sia mangiato ogni verde per andare tutto in tralcio. E’ un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro anch’io a quest’odore, ci sono dentro tante vendemmie e fienagioni e sfogliature, tanti sapori e tante voglie che non sapevo più d’avere addosso” (pag. 20). Nei giorni del suo rientro, Anguilla incontro Valino: “Un uomo secco e nero, con gli occhi da talpa, che mi guardò circospetto, e quando Nuto gli disse ridendo ch’ero uno che gli aveva mangiato del pane e bevuto del vino, restò lì senza decidersi, torbido. Dalla valle del Belbo non era mai uscito. Senza volerlo mi fermai sul sentiero pensando che, se vent’anni prima non fossi scappato, quello era pure il mio destino” (pag. 21). A Gaminella, dove aveva lavorato, Anguilla rivede quei posti con gli occhi del ragazzo che era allora, anche se trova tutto cambiato: “Mi parve impossibile di averci girato e giocato, di lì alla strada, di aver sceso nella riva a cercar le noci o le mele cadute, aver passato pomeriggi intieri con la capra e con le ragazze su quell’erba, avere aspettato nelle giornate d’inverno un po’ di sereno per poterci tornare- neanche se questo fosse stato un paese intiero, il mondo. Se di qui non fossi uscito per caso a tredici anni, quando Padrino era andato a stare a Cossano, ancor adesso farei la vita del Valino o di Cinto. Come avessimo potuto cavarci da mangiare era un mistero. Allora rosicchiavamo delle mele, delle zucche, dei ceci. La Virgilia (moglie di Padrino) riusciva a sfamarci. Ma adesso capivo la faccia scura del Valino che lavorava e ancora doveva spartire. Se ne vedevano i frutti – quelle donne inferocite, quel ragazzo storpio” (pag. 25). “Era strano come tutto fosse cambiato eppure uguale. Nemmeno una vite era rimasta delle vecchie, nemmeno una bestia; adesso i prati erano stoppie e le stoppie filari, la gente era passata, cresciuta, morte; le radici franate, travolte in Belbo –eppure a guardarsi intorno, il grosso fianco di Gaminella, le stradette lontane sulle colline del Salto, le aie, i pozzi, le voci, le zappe, tutto era sempre uguale, tutto aveva quell’odore, quel gusto, quel colore d’allora” (pag. 26). In compagnia di Nuto, la sua guida, Anguilla si reca più volte a Gaminella per conoscere più da vicino Cinto, il figlio di Valino: “da ragazzo non lo sapevo ancora, eppure avevo l’occhio sempre sulla strada, ai passanti, alle vie di Canelli, alle colline in fondo al cielo. E’ un destino così, dice Nuto – che in confronto con me non si è mosso. Lui non è andato per il mondo, non ha fatto fortuna. Poteva succedergli in questa valle a tanti – di venir su come una pianta, d’invecchiare come una donna o un caprone, senza sapere cosa succede di là dalla Bormida, senza uscire dal giro della casa, della vendemmia, delle fiere. Ma anche a lui che non si è mosso è toccato qualcosa, un destino – quella sua idea che le cose bisogna capirle, aggiustarle, che il mondo è mal fatto e che a tutti interessa cambiarlo” (pag.33). Nuto ha fatto esperienza di uomini e di cose. E’ saggio, di quella saggezza popolare. Ama leggere e di tutto: “Sono libri, – disse lui, – leggici dentro. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri” (pag. 84). L’amico Nuto è attaccato alla terra, Anguilla che è stato lontano da quei posti, non crede più alle tradizioni di un tempo. Nuto sostiene che “I coltivi sull’orlo dove si accendevano i falò davano un raccolto più succoso, più vivace. – Questa è nuova, – dissi. – Allora credi nella luna? La luna, – disse Nuto, – bisogna crederci per forza. Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane. Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano. Allora gli dissi che nel mondo ne avevo sentito di storie, ma le più grosse erano queste. Era inutile che trovasse tanto da dire sul governo e sui discorsi dei preti se poi credeva a queste superstizioni come i vecchi di sua nonna. E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza. Ma prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo. Un vecchio come Valino non saprà nient’altro, ma la terra la conosceva” (pag. 41). Il paesaggio dell’infanzia e della prima adolescenza ritorna prepotente nei ricordi di Anguilla: “Io sono scemo, dicevo, da vent’anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano. Mi ricordai la delusione ch’era stata camminare per la prima volta per le strade di Genova – ci camminavo nel mezzo e cercavo un po’ d’erba. C’era il porto, questo sì, c’erano le facce delle ragazze, c’erano i negozi e le banche, ma un canneto, un odor di fascina, un pezzo di vigna, dov’erano? Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo più di saperla” (pag. 42).

Così Anguilla ricorda gli anni trascorsi alla Mora come garzone, dopo essere andato via da Gaminella: “Il bello di quei tempi era che tutto si faceva a stagione, e agni stagione aveva la sua usanza e il suo gioco, secondo i lavori e i raccolti, e la pioggia o il sereno. L’inverno si rientrava in cucina con gli zoccoli pesanti di terra, le mani scorticate e la spalla rotta dall’aratro, ma poi, voltate quelle stoppie, era finita e cadeva la neve. Si passavano tante ore a mangiar castagne, a vegliare, a girare nelle stalle, che sembrava sempre domenica. Mi ricordo l’ultimo giorno dell’inverno e il primo dopo la merla – quei mucchi neri, bagnati, di foglie e meligacce che accendevamo e che fumavano nei campi e sapevano già di notte e di veglia, o promettevano per l’indomani il bel tempo. L’inverno era la stagione di Nuto. Adesso ch’era giovanotto e suonava il clarino, d’estate andava per i bricchi o suonava alla stazione, soltanto d’inverno era sempre là intorno, a casa, sua, alla Mora, nei cortili” (pag. 85). “Poi veniva la stagione che in mezzo alle albere di Belbo e sui pianori dei bricchi rintronavano fucilate già di buon’ora e Cirino cominciava a dire che aveva visto la lepre scappare in un solco. Sono i giorni più belli dell’anno. Vendemmiare, sfogliare, torchiare non sono neanche lavori, caldo non fa più, freddo non ancora; c’è qualche nuvola chiara, si mangia il coniglio con la polenta e si va per funghi” (pag. 97).

La memoria non riesce a fermare il tempo e la sua ricostruzione s’imbatte sempre in un fallimento. Così è il mondo, così è la vita. Ma così è anche il desiderio, talmente struggente che si sarebbe disposti a dare una gamba per poter ripartire da allora, con la consapevolezza che l’esperienza ci ha portato: “Cosa avrei dato per vedere ancora il mondo con gli occhi di Cinto, ricominciare in Gaminella come lui, con quello stesso padre, magari con quella gamba – adesso sapevo tante cose e sapevo difendermi” (pag. 81). L’echeggiare continuo del passato in La luna e i falò è sconfitto dalla realtà, dall’essere stesso della vita: “Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo nemmeno bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano. Magari c’è una casa, delle ragazze, dei vecchi, una bambina – e un Nuto, un Canelli, una stazione, c’è uno come me che vuole andarsene via a far fortuna – e nell’estate battono il grano, vendemmiano, nell’inverno vanno a caccia, c’è un terrazzo – tutto succede come a noi. Dev’essere per forza così. I ragazzi, le donne, il mondo, non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno il grano all’ammasso, le ragazze fumano – eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato” (pag. 110). Così Anguilla ricorda le figlie del sor Matteo: “Di donne ne ho conosciute andando per il mondo, di bionde e di brune – le ho cercate, ci ho speso dietro molti soldi; adesso che non sono piú giovane mi cercano loro, ma non importa – e ho capito che le figlie del sor Matteo non erano poi le piú belle – forse Santina, ma non l’ho veduta grande -, avevano la bellezza della dalia, della rosa di Spagna, di quei fiori che crescono nei giardini sotto le piante da frutta. Ho anche capito che non erano in gamba, che col loro pianoforte, coi romanzi, col tè, coi parasoli, non sapevano farsi una vita, esser vere signore, dominare un uomo e una casa. Ci sono molte contadine in questa valle che sanno meglio dominarsi, e comandare. Irene e Silvia non erano piú contadine, e non ancora vere signore. Ci stavan male, poverette – ci sono morte. Io capii questa loro debolezza già al tempo di una delle prime vendemmie – me ne accorsi, via, anche se non capivo ancor bene. Per tutta l’estate, dal cortile e dai beni era bastato levar gli occhi e vedere il terrazzo, la vetrata, i coppi, per ricordarsi che le padrone eran loro, loro e la matrigna e la piccola, e che perfino il sor Matteo non poteva entrare nella stanza senza pulirsi i piedi sul tappeto. Poi capitava di sentirle chiamarsi lassù, capitava di attaccare il cavallo per loro, di vederle uscire sulla porta a vetri e andarsene a spasso col parasole, cosí ben vestite che l’Emilia non poteva neanche criticarle”(pag. 93). Anguilla chiede a Nuto di informarlo della guerra partigiana passata anche per le Langhe. Nuto gli racconta di Santa (Santina, la sorella di Silvia e di Irene): “Santa scappò sulle colline e si mise coi partigiani. Nuto sapeva adesso sue notizie a caso, da chi passava di notte a fargli una commissione, e tutti dicevano che girava armata anche lei e si faceva rispettare. Non fosse stato della mamma vecchia e della casa che potevano bruciargli, Nuto sarebbe andato anche lui nelle bande per aiutarla. Ma Santa non ne aveva bisogno. Quando ci fu il rastrellamento di giugno e per quei sentieri ne morirono tanti, Santa si difese tutta una notte con Baracca in una cascina dietro Superga e uscì lei sulla porta a gridare ai fascisti che li conosceva uno per uno tutti e non le facevano paura. La mattina dopo, lei e Baracca scapparono. Nuto diceva queste cose a voce bassa, si soffermava ogni tanto guardandosi intorno; guardava le stoppie, le vigne vuote, il versante che riprendeva a salire; disse “Passiamo di qua”. Il punto dov’eravamo arrivati adesso, nemmeno si vedeva dal Belbo; tutto era piccolo, annebbiato, lontano, Ci stavano intorno soltanto costoni e grosse cime a distanza. – Lo sapevi che Gaminella è cosí larga? – mi disse. Ci fermammo in co’ d’una vigna, in una conca riparata da gaggie. C’era una casa diroccata, nera. Nuto disse in fretta: – Ci sono stati i partigiani. La cascina l’hanno bruciata i tedeschi” (pag. 138). Santa sarà poi uccisa dagli stessi partigiani perché accusata di aver fatto il doppio gioco. Aveva passato infatti molte informazioni sui partigiani proprio alle brigate nere: “C’erano le prove che la loro Santa faceva la spia, che i rastrellamenti di giugno li aveva diretti lei, che il comitato di Nizza l’aveva fatto cader lei, che perfino dei prigionieri tedeschi avevano portato i suoi biglietti e segnalato dei depositi alla Casa del fascio. Baracca era un ragioniere di Cuneo, uno in gamba ch’era stato anche in Africa e parlava poco – era poi morto con quelli delle Ca’ Nere. Disse a Nuto che però non capiva perché Santa si fosse difesa con lui quella notte del rastrellamento. – Sarà perché gliele fai buone, – disse Nuto, ma era disperato, gli tremava la voce. Baracca gli disse che Santa le faceva buone lei a chi voleva. Anche questo era successo. Fiutando il pericolo, aveva fatto l’ultimo colpo e portato con sé due ragazzi dei migliori. Adesso si trattava di pigliarla a Canelli. C’era già l’ordine scritto. – Baracca mi tenne tre giorni quassù, un po’ per sfogarsi a parlarmi di Santa, un po’ per esser certo che non mi mettevo in mezzo. Un mattino Santa tornò, accompagnata. Non aveva piú la giacca a vento e i pantaloni che aveva portato tutti quei mesi. Per uscire da Canelli s’era rimesso un vestito da donna, un vestito chiaro da estate, e quando i partigiani l’avevano fermata su per Gaminella era cascata dalle nuvole. Portava delle notizie di circolari repubblichine. Non servì a niente. Baracca in presenza nostra le fece il conto di quanti avevano disertato per istigazione sua, quanti depositi avevamo perduto, quanti ragazzi aveva fatto morire. Santa stava a sentire, disarmata, seduta su una sedia. Mi fissava con gli occhi offesi, cercando di cogliere i miei. Allora Baracca le lesse la sentenza e disse a due di condurla fuori. Erano piú stupiti i ragazzi che lei” (pag. 139).

Raimondo Giustozzi

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