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Cultura. “La Tregua” (1963), Primo Levi

Fonte Internet

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“La Tregua” (1963), Primo Levi

La trama

La tregua è un romanzo di Primo Levi scritto tra il 1961 e il 1962; raccoglie la testimonianza dell’esperienza dell’autore nel viaggio di ritorno in Italia dopo la permanenza nel campo di sterminio di Auschwitz. Il libro vinse il Premio Campiello nel 1963. Dopo la pubblicazione del romanzo “Se questo è un uomo”, Levi non intendeva più scrivere nulla. Pensava di aver raggiunto il massimo della produzione letteraria, lui chimico di professione, prestato alla letteratura. Furono i suoi amici di sempre: Alessandro Galante Garrone, sua moglie Mitì, Franco Antonicelli, Giorgio Agosti, Livia Bianco, a spronarlo perché scrivesse il racconto del ritorno a Torino, dopo Auschwitz. Si ritrovarono assieme in una sera di dicembre 1961 in un’accogliente casa di Torino. Primo Levi, nel corso di questa serata, circondato dall’affetto di quanti gli volevano bene, si decise. Impiegò tre anni a scrivere il libro che fu pubblicato da Einaudi nel 1963. E’ lui stesso a scrivere: “Avevo, del viaggio di ritorno, un puro appunto come dire, ferroviario. Un sorta di itinerario: il giorno al posto tale, il giorno dopo al posto tal altro. L’ho ritrovato e mi è servito come traccia, quasi quindici anni dopo, per scrivere La tregua”. Il romanzo è composto da 17 capitoli di media lunghezza, tutti più o meno simili in dimensioni, ed è introdotto da una poesia che ha molta importanza nel contesto dell’opera. Innanzitutto essa è stata scritta l’11 gennaio 1946 cioè il giorno dopo di Shemà che fa da introduzione a “Se questo è un uomo”. Ma è Levi stesso a precisare meglio il significato del termine “Tregua” dato al romanzo e il senso finale del libro e dell’ultima pagina: “Questa pagina, che chiude il libro su una nota inaspettatamente grave, chiarisce il senso della poesia posta in epigrafe, e ad un tempo giustifica il titolo. Nel sogno, il Lager si dilata ad un significato universale, è divenuto il simbolo della condizione umana stessa e si identifica con la morte, a cui nessuno si sottrae. Esistono remissioni, “tregue”, come nella vita del campo l’inquieto riposo notturno; e la stessa vita umana è una tregua, una proroga; ma sono intervalli brevi, e presto interrotti dal “comando dell’alba”, temuto ma non inatteso, dalla voce straniera (“Wstawać significa “Alzarsi”, in polacco) che pure tutti intendono e obbediscono. Questa voce comanda, anzi invita alla morte, ed è sommessa perché la morte è iscritta nella vita, è implicita nel destino umano, inevitabile, irresistibile; allo stesso modo nessuno avrebbe potuto pensare di opporsi al comando del risveglio, nelle gelide albe di Auschwitz “(Cfr. Primo Levi, La Tregua, edizione scolastica 1965)

“Sognavamo nelle notti feroci

Sogni densi e violenti

Sognati con anima e corpo:

tornare; mangiare, raccontare.

Finché suonava breve sommesso

Il comando dell’alba;

Wstawać;

E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,

il nostro ventre è sazio.

Abbiamo finito di raccontare.

E’ tempo. Presto udremo ancora

Il comando straniero:

Wstawać”

(11 gennaio 1946).

 

 

Il disgelo

Il primo capitolo racconta e descrive il 27 gennaio 1945, quando Levi e il suo amico Charles, mentre stanno trasportando alla fossa comune il corpo morto del compagno di stanza Somogyi, scorgono da lontano la prima pattuglia di soldati russi. Subito dopo rientrano nel campo e riferiscono il fatto agli altri prigionieri. La stessa notte un prigioniero politico tedesco si siede accanto alla sua cuccetta. Si chiama Thylle, incaricato dalle SS in fuga dal campo di Monowitz- Buna, di fare il capobaracca del Block 20, lo stesso di Primo Levi e dei suoi due amici Charles ed Arthur. Primo Levi lo aveva sempre evitato così come Arthur che lo apostrofa anzi con un “vieux dégoȗtant”, “putain de boche”. Aveva fatto ben dieci anni di prigionia per la fede nel suo partito, il partito comunista tedesco. Così annota Primo Levi il suo stato d’animo del momento: “Come se un argine fosse franato, proprio in quell’ora in cui ogni minaccia sembrava venir meno, in cui la speranza di un ritorno alla vita cessava di essere pazzesca, ero sopraffatto da un dolore nuovo e più vasto, prima sepolto e relegato ai margini della coscienza da altri più urgenti dolori: il dolore dell’esilio, della casa lontana, della solitudine, degli amici perduti, della giovinezza perduta, e dello stuolo dei cadaveri intorno. Thylle piangeva, di un faticoso ed inverecondo pianto di vecchio, insostenibile come una nudità senile. Si avvide forse, nel buio, di un qualche mio movimento; e la solitudine, che fino a quel giorno entrambi, per diversi motivi, avevamo cercato, doveva pesargli quanto a me, poiché a metà della notte mi chiese – Sei sveglio- e senza attendere risposta si arrampicò a gran fatica fino alla mia cuccetta, e d’autorità mi sedette accanto. Gli dissi che soffrivo di nostalgia; e lui, che aveva smesso di piangere, – dieci anni- mi disse- dieci anni- e dopo dieci anni di silenzio, con un filo di voce stridula, grottesco e solenne ad un tempo, prese a cantare l’Internazionale, lasciandomi turbato, diffidente e commosso” (Cfr. Primo Levi, La Tregua, pag.22, 23, S.p.A. Editori, Milano 2003). Tre giorni dopo un giovane prigioniero russo, Yankel, trasporta Levi sopra un carretto nel lager centrale di Auschwitz:  “Finalmente, al terzo giorno, si vide entrare in campo un carretto a quattro ruote, guidato festosamente da Yankel, un giovane ebreo russo, forse l’unico russo fra i superstiti, ed in quanto tale si era trovato naturalmente a rivestire la funzione di interprete e di ufficiale di collegamento coi comandi sovietici. Tra sonori schiocchi di frusta, annunziò che aveva incarico di portare al Lager centrale di Auschwitz, ormai trasformato in un gigantesco lazzaretto, tutti i vivi tra noi, a piccoli gruppi di trenta o quaranta al giorno, e a cominciare dai malati più gravi” (pag. 24). Primo Levi viene issato sul carretto da Arthur e da Charles, in quanto da solo non ce l’avrebbe mai fatta, perché non era in grado di reggersi in piedi.

Il Campo Grande

Nel secondo capitolo Levi parla del suo ricovero in una infermeria del Campo Grande di Auschwitz. “Questa infermeria…non era, né poteva essere, un luogo di cura perché i medici, per lo più malati essi stessi, erano poche decine, le medicine e il materiale sanitario mancavano del tutto, mentre avevano bisogno di cure i tre quarti almeno dei cinquemila ospiti del campo” (pag.29). Qui Levi sente le voci di altri prigionieri, e racconta la storia del piccolo Hurbinek, un bambino nato nel campo, paralitico e muto. “Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare né aveva nome, gli mancava la parola che nessuno si era curato di insegnargli, salvo Henek, il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava accanto alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Hurbinek morì ai primi giorni di marzo 1945, libero ma non redento” (pag. 32). Levi poi accenna ad altre storie di prigionieri: Henek, Peter Pavel, Kleine Kiepura, Noah, due ragazze polacche, Hanca e Jadzia, e di Frau Vita. In ultimo termina con la descrizione di Olga: “E venne finalmente Olga, in una notte piena di silenzio, a portarmi la notizia funesta del campo di Birkenau, e del destino delle donne del mio trasporto. Olga era una partigiana ebrea croata, che nel 1942 si era rifugiata nell’astigiano con la sua famiglia, e qui era stata internata; apparteneva quindi a quella ondata di varie migliaia di ebrei stranieri che avevano trovato ospitalità, e breve pace, nella paradossale Italia di quegli anni, ufficialmente antisemita. Era una donna di grande intelligenza e cultura, forte, bella e consapevole; deportata a Birkenau, vi aveva sopravvissuto, sola della sua famiglia” (pag. 42). Da Olga, Primo Levi viene a sapere che “delle cinquecentocinquanta persone di cui avevo perso notizia all’ingresso in Lager, solo ventinove donne erano state ammesse al campo di Birkenau; di queste, cinque sole erano sopravvissute. Vanda era andata in gas, in piena coscienza” (pag.42,43).

Il greco

Il terzo capitolo, ambientato dopo la liberazione, è incentrato sull’incontro di Levi con un altro ex-prigioniero del lager, Mordo Nahum, un greco ebreo di Salonicco. Dopo aver fatto un patto di amicizia tutte e due vanno a Cracovia, dove alloggiano in una caserma di soldati italiani. L’indomani il greco sveglia Levi, con cui va al mercato a vendere una camicia. Nel pomeriggio vanno a mangiare in una mensa di poveri. Qui il greco racconta a Levi le sue idee sulla vita e sulla morte, sul lavoro e sugli uomini e sulla guerra: “Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo luogo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovare da mangiare, mentre non vale l’inverso. Ma la guerra è finita – obiettai: e la pensavo finita, come in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. – Guerra è sempre – rispose memorabilmente Mordo Nahum” (pag. 68). Primo Levi riconosce nel greco una grande saggezza, una umanità insospettata ed un fiuto particolare per gli affari. Dopo qualche giorno di viaggio finalmente entrambi giungono al campo di raccolta di ex–prigionieri a Katowice. Qui i due amici si lasciano, ma Levi incontrerà altre due volte Mordo Nahum: “Lo vidi ancora due volte. Lo vidi in maggio, nei giorni gloriosi e turbolenti della fine della guerra, quando tutti i greci di Katowice, un centinaio, uomini e donne, sfilarono cantando davanti al nostro campo, diretti alla stazione: partivano per la patria, per la casa. In testa alla colonna era lui, Mordo Nahum, signora fra i greci, e reggeva il vessillo bianco- celeste… ma doveva ricomparire un’altra volta, molti mesi più tardi, sul più improbabili dei fondali e nella più inaspettata delle incarnazioni” (pag. 74, 75).

Katowice

Il campo di sosta di Katowice dove Primo Levi giunge assieme al suo amico Mordo Nahum  “Era”- scrive Levi, “il più pittoresco esemplare di accampamento zingaro che si possa immaginare”. Sottostava ad una Kommandatur sovietica. La sentinella del campo, un mongolo gigantesco sulla cinquantina, armato di mitra e di baionetta, tutto faceva tranne controllare chi entrava o chi usciva dal campo. Quando faceva freddo, piantava tranquillamente il suo posto di guardia e si rifugiava quasi sempre in una stanza ben riscaldata a bere vodka, dopo aver buttato il mitra su una branda o consegnandolo direttamente al primo che gli capitava. Ivan Antonovič era il capitano del campo. Tutta la disciplina del campo lasciava a desiderare, ma si sa che la guerra volgeva ormai al termine: “La guerra stava per finire, la lunghissima guerra che aveva devastato il loro paese; per loro era già finita. Tutti i soldati dell’Armata Rossa erano allegri, miti in pace e atroci in guerra, forti di una disciplina interiore nata dalla concordia, dall’amore reciproco e dall’amore di patria; una disciplina più forte, appunto perché interiore, della disciplina meccanica e servile dei tedeschi. Era agevole intendere, vivendo tra loro, perché quella e non questa, avesse da ultimo prevalso” (pag.78, 79). Il campo è abitato solo da italiani, quasi tutti operai civili, che si erano trasferiti in Germania più o meno volontariamente. “Il ragionier Rovi era diventato capocampo non per elezione dal basso, né per investitura russa, ma per autonomina: infatti, pur essendo un individuo di qualità intellettuali e morali piuttosto povere, possedeva in misura assai spiccata la virtù che, sotto ogni cielo, è la più necessaria per la conquista del potere, e cioè l’amore per il potere medesimo” (pag. 79). Quello che era diventato il capocampo non sapeva una parola di Tedesco né di Russo, ma assicurandosi i servizi di un interprete, si era spacciato, fin dall’inizio di quest’autoinvestitura, da colonnello, con tanto di divisa, il petto pieno di medaglie, greche e gradi sulle maniche. Circondato da una schiera di “scritturali, spie, messaggeri e bravacci”, era tuttavia tollerato dalle autorità sovietiche che non andavano a cercare storie. Nello stesso campo, Primo Levi conosce il medico Leonardo, scampato alle selezioni di Aushwitz: “Possedeva oltre alla fortuna, un’altra virtù essenziale in quei luoghi, un’illimitata capacità di sopportazione, un coraggio silenzioso, non nativo, non religioso, non trascendente ma deliberato e voluto ora per ora, una pazienza virile, che lo sosteneva miracolosamente al limite del collasso”(pag.82). L’infermeria del campo era stata creata dal nulla da Marja Fjordorovna, nata nel cuore della Siberia, che aveva seguito l’Armata Rossa su tutti i fronti di guerra: “Marja era una infermiera militare sulla quarantina, simile ad un gatto di bosco per gli occhi obliqui e selvatici, il naso breve dalle narici frontali, e le movenze agili e silenziosa, era una donna energica, brusca, arruffona e sbrigativa. Si procurava i medicinali, parte per normali vie amministrative, parte attraverso i molteplici canali della borsa nera, parte ancora cooperando attivamente al saccheggio dei magazzini degli ex Lager tedeschi e delle farmacie e infermerie tedesche abbandonate” (pag. 82). In questo modo affluivano nell’infermeria del campo centinaia di scatole di specialità farmaceutiche, senza un piano e senza nessun metodo. C’era urgente bisogno di classificare, ordinare, catalogare. Primo Levi che aveva imparato dal Lager come fosse importante evitare di essere uno qualunque, si presenta a Marja, su consiglio di Leonardo, di essere dottore. Dottore lo era, ma in chimica. Ma tant’è. Viene incaricato di redigere dei verbali su tutte le medicine che arrivavano nel campo. C’era però un problema. I verbali devono essere scritti in Russo. Primo Levi sa il Tedesco. Marja gli trova un’interprete che sa il Tedesco e il Russo. In questo modo, Levi scrive i verbali in Tedesco, Galina, l’interprete glieli traduce immediatamente in Russo. Ma la burocrazia non interessa tanto al dottor Dancenko, il medico russo dell’infermeria, affaccendato in mille altre faccende come correre dietro ad Anna, Tanja, Vassilissa, altre ragazze del campo. E’ così che nei momenti di tempo libero, Galina si confida con Primo Levi. La ragazza, reclutata dalla stessa Kommandatur due anni prima, in piena guerra nel Caucaso, aveva seguito l’Armata Rossa dalla Crimea alla Finlandia, tanto che era diventata quasi la sua nuova famiglia. La si vedeva a spasso, alla domenica, a braccetto con un soldato, mai lo stesso o a seguire incantata la serenata che un belga, tutto sbrindellato, le faceva, suonando la chitarra. “Era una ragazza di campagna, sveglia, ingenua, un po’ civetta, molto vivace, non particolarmente colta, non particolarmente seria; eppure si sentiva operante in lei la stessa virtù, la stessa dignità dei suoi compagni- amici- fidanzati, la dignità di chi lavora e sa perché , di chi combatte e sa di avere ragione, di chi ha la vita davanti” (pag. 88). Al campo, Primo Levi conosce Ferrari, meglio “il Ferrari, al cui cognome si addiceva l’articolo perché era milanese”, uno dei quaranta ladri o ricettatori, criminali comuni, detenuti a San Vittore ai quali nel 1944, i tedeschi avevano proposto la scelta fra le prigioni italiane o il servizio del lavoro in Germania. Ferrari aveva scelto il lavoro in Germania. “Era un ometto sulla quarantina, magro, giallo, quasi calvo, dall’espressione assente. Passava le giornate sdraiato sulla branda, ed era un lettore infaticabile” (pag. 89). In realtà era analfabeta, non capiva nulla di quello che leggeva. Diceva solo che aveva difficoltà a leggere il Russo, per il resto si spacciava per un poliglotta. Era stato messo in prigione perché sorpreso a rubare in tram dalla parte di Porta Lodovica, a Milano. Una donna che lo aveva visto derubare un’altra signora si era messa a gridare “al ladro, al ladro”, come se fosse stata lei la derubata. Si era stancato di fare da palo. Voleva mettersi in proprio. Non aveva superato l’esame alla scuola dei ladri di piazzale Loreto. Non era riuscito a non fare suonare i campanelli, sfilando da un manichino il portafoglio. Primo Levi si trova bene al campo. Gode della protezione di Marja e conosce Cesare.

Cesare

Primo Levi conosce Cesare negli ultimi giorni di permanenza all’infermeria del campo di Monowitz- Buna. Era assieme a Marcello, un altro ebreo italiano del ghetto di Venezia, ambedue sono ricoverati nel reparto dei dissenterici. Marcello muore proprio negli ultimi giorni. Cesare di una fibra più resistente, viene ricoverato invece ad Auschwitz. Rimessosi in piedi, viene arruolato forzatamente dai Russi che stanno approntando una linea di difesa lungo il fiume Oder fra Oppeln e Gleiwitz, per contrastare una controffensiva tedesca. Cesare cerca di sfuggire all’arruolamento coatto ma non riesce. Ripresosi, lavora per soli quattro giorni, poi, barattata la propria pagnotta per due sigari, uno lo mangia per intero, l’altro, dopo averlo messo a macerare nell’acqua, se lo tiene per tutta una notte sotto le ascelle, Il risultato, una febbre da cavallo. Evita così il lavoro forzato. Nel campo di Katowice, intanto, tutta la Kommandatur è in allarme per la visita di un generale. Chi arriva invece è un capitano che tutto fa tranne che controllare ed ispezionare il campo. Cesare confida a Primo Levi che è tempo di uscire dal campo per visitare la città e di mettersi con lui in affari. I due escono non da uno dei tanti passaggi secondari ma proprio dalla porta principale del campo. Levi passa per primo, mostrando il proprio passaporto. La sentinella controlla il passaporto, chiede a Levi come si chiama. Avuta la risposta, lo fa passare. Primo Levi consegna, senza farsi vedere dalla sentinella, il proprio passaporto a Cesare. La sentinella chiede a Cesare come si chiama. Cesare risponde “Primo Levi”. Tutto corrisponde. Superata la prova, Cesare propone a Levi di andare al mercato per vendere qualche articolo e ricavarne del denaro da investire per la colazione. Cesare si mette subito al lavoro. Il socio di Cesare, Giacomantonio, suo vecchio conoscente, aveva comperato per cinquanta zloty: una penna stilografica che non scriveva, un contasecondi e una camicia di lana che aveva sul collo un buco. Cesare vende subito la penna stilografica per venti zloty e la camicia per centocinquanta zloty ad un polacco, suggerendo subito a Levi di cambiare aria, prima che il signore si accorga della camicia bucata, rinunciando a piazzare l’invendibile contasecondi. Levi rimane affascinato dalla capacità persuasiva di Cesare, commerciante nato, che sciorina davanti agli occhi dei possibili compratori la camicia di lana, impugnandola la dove c’è un vistoso buco, parlando in perfetto romanesco e gesticolando come sa fare un bravo commerciante. “Cesare era pieno di calore umano, sempre in tutte le ore della vita, e non solo fuori orario come Mordo Nahum. Il greco era un lupo solitario, in eterna guerra contro tutti. Cesare era un figlio del sole, un amico di tutto il mondo, non conosceva l’odio né il disprezzo, era vario come il cielo, festoso, furbo e ingenuo, temerario e cauto, molto ignorante, molto innocente e molto civile” (pag. 106).

Victory Day

A Cesare, il campo gli va troppo stretto. Ormai ha un posto fisso al mercato di Katowice. Esce e non ritorna che dopo quattro giorni completamente abbattuto. Nel mondo di fuori s’è fatto una “pagninca”, la ragazza. Era bella, così diceva il nostro agli amici del campo. Aveva un solo difetto. Parlava il polacco. Cesare supplica Primo Levi perché lo accompagni e lo aiuti a dire quello che un innamorato ha in mente di dire alla propria ragazza. Levi, a corto di ogni terminologia sentimentale in polacco, declina l’invito. Si è intanto sul finire di aprile. Arriva la notizia della vittoria finale. “Berlin Upadl!”. La Polonia, L’Armata Rossa, la Kommandatur, Katowice si scatenano in una gioia incontenibile. Cesare ritorna dopo una settimana. La sua ragazza si era data a un soldato russo che lo aveva anche malmenato, “forse spinto da una gelosia retroattiva”. Intanto, al campo, l’8 maggio, per festeggiare solennemente la fine della guerra con la resa incondizionata della Germania, i sovietici si esibiscono in un teatro. Vi recitano quasi tutti i capi del campo: Galina, il dottore, Marja Fedorovna. Tutti cantano e ballano accompagnati da musiche tradizionali del folclore russo. Dopo una partita di calcio tra Italiani e Polacchi, terminata con la vittoria di questi ultimi, grazie all’arbitro affatto imparziale, lo stesso capitano ispettore del campo, Levi si ammala di pleurite secca.

I sognatori

Nel settimo capitolo Levi descrive la fortunata guarigione dalla malattia grazie al suo amico dottor Leonardo e grazie all’opera di guarigione del medico Gottlieb di origine italiana, anche lui internato ad Auschwitz, poliglotta, sopravvissuto assieme ad un fratello e ad un cognato con i quali era stato sempre insieme per tutto il tempo della prigionia. “Il dottor Gottlieb parlava perfettamente l’italiano, ma altrettanto bene il tedesco, il polacco, l’ungherese e il russo. Veniva da Fiume, da Vienna, da Zagabria e da Auschwitz. Non era facile capire immaginare per quai vie segrete, e, con quali fantastiche arti, fosse riuscito a rimanere sempre insieme c on un fratello e con un altrettanto misterioso cognato, e diventare in pochi mesi, partendo dal lager, e in barba ai russi e alle leggi, un uomo facoltoso e il medico più stimato di Katowice. Era abbondante in lui la sicurezza, l’abitudine alla vittoria, la fiducia in se stesso, che ne avanzava un grossa razione da stanziare in aiuto del suo prossimo meno dotato” pag. 128, 129). Levi si va ristabilendo in salute, ma non ha il coraggio di mettersi in piedi, mentre “fuori l’aria era piena di primavera e di vittoria, e dai boschi non lontani il vento portava odori stimolanti, di muschio, di erba nuova, di funghi” (pag. 130). Ha comunque la compagnia di altri italiani dei quali descrive la loro storia: il moro di Verona, il Trovati, il ladruncolo torinese Cravero, il signor Unverdorben, un musicista, e il siciliano D’Agata. Il vero nome del Moro di Verona è Avesani: “Aveva settant’anni, e li dimostrava tutti: era un gran vecchio scabro dall’ossatura di dinosauro, alto e ben diritto sulle reni, forte ancora come un cavallo, benché l’età e la fatica avessero tolto ogni scioltezza alle sue giunture nodose, aveva una collera insensata contro tutti e tutto, contro i russi e i tedeschi, contro l’Italia e gli italiani, contro Dio e gli uomini, contro se stesso e contro noi, contro il giorno quando era giorno e contro la notte quando era notte.  Era muratore: aveva posato mattoni per cinquant’anni, in Italia, in America, in Francia, poi di nuovo in Italia, infine in Germania, e ogni mattone era stato cementato con le bestemmie. Bestemmiava in continuazione, ma non macchinalmente; bestemmiava con metodo e con studio, acrimoniosamente, interrompendosi per cercare la parola giusta, correggendosi spesso, e arrovellandosi quando la parola giusta non si trovava: allora bestemmiava contro la bestemmia che non veniva” (pag. 131). Il Trovati, milanese, detto Tramonto, nome d’arte di cui andava fiero, “era un uomo ottenebrato, che viveva di fantasiosi espedienti in uno stato d’animo di ribellione frustrata. Aveva trascorso adolescenza e giovinezza fra la prigione (Sn Vittore) e il palcoscenico, e sembrava che le due istituzioni non fossero nettamente divise nella sua mente confusa. Nei suoi discorsi, il vero, il possibile e il fantastico erano intrecciati in un groviglio vario e inestricabile. Raccontava della prigione e del tribunale come di un teatro, in cui nessuno è veramente se stesso, ma gioca, dimostra la sua abilità, entra nella pelle di un altro, recita una parte; e il teatro era a sua volta un gran simbolo oscuro, uno strumento tenebroso di perdizione, la manifestazione esterna di una setta sotterranea, malvagia e onnipresente, che impera a danno di tutti, e che viene a casa tua, ti prende, ti mette una maschera, ti fa diventare quello che non sei e fare quello che non vuoi. Questa setta è la Società” (pag. 132, 133). Due messaggeri di questa Società lo avevano convinto che avesse delle doti di attore. Lui per un po’ aveva resistito poi si era lasciato convincere. Aveva abbandonato la propria professione di barbiere ed aveva iniziato a fare l’attore, seguendo questi due messaggeri. Erano stati loro a farlo tramontare e a battezzarlo “Tramonto”. Abbandonato il negozio di cui era proprietario, non ha nessun contratto da questa fantomatica società, qualche spettacolo, furti, fino ad uccidere con una coltellata uno dei sui seduttori, da qui il carcere. Cravero, torinese, era un furfante compiuto. Uscito dalle diverse prigioni italiane, era entrato nell’organizzazione Todt per la quale aveva lavorato solo un mese. Si era sistemato poi a Berlino, contando sull’appoggia della malavita locale, con una donna. Quando i Russi arrivano alle porte di Berlino, Cravero “che non amava i tumulti, aveva levato le ancore, piantando in asso la donna che si scioglieva in lacrime” (pag. 135). Scappa anche da campo di Katowice ed in meno di un mese, “sgusciando come un anguilla attraverso innumerevoli posti di blocco”, raggiunge Torino”. Levi gli consegna una lettera da portare a sua madre. Cravero, raggiunta Torino, va a trovare la mamma di Primo Levi e le chiede duecentomila lire. Con quella somma, in due tre settimane al massimo, lui Cravero le avrebbe riportato a casa il figlio. La mamma e la sorella si videro bene di affidare allo sconosciuto la somma richiesta, con il pretesto che al momento non avevano tutto quel denaro. Cravero, uscendo di casa, per tutta risposta, “rubò la bicicletta di mia sorella che stava sotto il portone, e scomparve. Mi scrisse dopo due anni, a Natale, una affettuosa  cartolina di auguri dalle Carceri Nuove” (pag. 137). Il signor Unverdorben è un “mite, anziano e ombroso ometto di Trieste. Non rispondeva a nessuno che non lo chiamasse signore e pretendeva di essere chiamato con il lei”. Era musicista, grande musicista incompreso, compositore e direttore d’orchestra: aveva composto un’opera lirica, “La regina di Navarra”, che era stata lodata da Toscanini; ma il manoscritto giaceva inedito in un cassetto, perché i suoi nemici tanto avevano scrutato nelle sue carte, con immonda pazienza, che infine avevano scoperto come quattro battute consecutive dello spartito si ritrovassero identiche nei “Pagliacci”.  Quattro battute erano un plagio” (pag. 138). Da questo episodio, Unverdorben aveva lasciato tutto e si era messo a viaggiare, andando da un capo all’altro del mondo, visitando posti meravigliosi, dall’Egitto alla Malesia. Questi compagni di camera hanno in comune la tendenza a raccontare fatti della loro vita trasfigurati dalla loro fantasia, storie in gran parte inventate di sana pianta tanto da essere inverosimili “Tutti sognavano sogni futuri, di schiavitù e di redenzione, di paradisi inverosimili, di altrettanto mitici e inverosimili nemici: nemici cosmici, perversi e ostili, che tutto pervadevano come l’aria” (pag. 139). Solo D’Agata, muratore siciliano, non sognava. Passava tutte le notti a togliersi le cimici dal corpo.

Verso sud

Nell’ottavo capitolo si parla del viaggio verso Odessa, punto di imbarco per l’Italia. Levi e Cesare vanno a Katowice per comprare del cibo e festeggiare l’inizio del viaggio di ritorno. A Katowice incontrano una bottegaia che racconta di aver scritto una lettera a Hitler in cui lo pregava di non entrare in guerra, per evitare la morte di molte persone e perché la Germania non avrebbe potuto vincere. Il viaggio in treno viene bloccato dalla interruzione della ferrovia, fermandosi per tre giorni a “Zmerinka, nodo ferroviario a 350 chilometri da Odessa” (pag. 155). A Zmerinka, il terzo giorno, prima della nuova partenza, arriva un convoglio di italiani. Erano funzionari civili e militari della Legazione Italiana di Bucarest. C’erano tra loro interi nuclei familiari, mariti con mogli rumene autentiche, e numerosi bambini. La distanza sociale tra il convoglio di cui faceva parte Primo Levi e questo secondo era abissale. “Pochi giorni dopo eravamo tutti in viaggio verso il nord, verso una meta imprecisata, comunque verso un nuovo esilio. Italiani- rumeni e italiani- italiani, tutti sugli stessi carri merci, tutti col cuore stretto, tutti in baia della indecifrabile burocrazia sovietica, oscura e gigantesca potenza, non malevola presso di noi, ma sospettosa, negligente, insipiente, contraddittoria, e negli effetti cieca come una forza della natura” (pag. 157). Primo Levi, rimesso in piedi, grazie alle cure di Leonardo e di Gottlieb, Cesare ed altri suoi amici non disdegnano, nel breve periodo trascorso a Zmerinka, di visitare il paese, descrivendone il suo ambiente rurale.

Verso nord

Nel nono capitolo il viaggio riprende verso Nord. Dopo due giorni di viaggio Levi e Cesare arrivano in un paese. Poi proseguono verso un campo di smistamento nei pressi di Sluzk in Bielorussia – la città sovietica con la più ricca ed influente comunità ebraica prima del comunismo – e Levi in aperta campagna ritrova ancora una volta il suo amico greco, Mordo Nahum, quasi irriconoscibile in una uniforme sovietica. Aveva alle sue dipendenze “una ventina di vaste fanciulle sonnacchiose. Vengono dalla Bessarabia,- mi spiegò il greco:- sono tutte alle mie dipendenze. Ai russi piacciono così, bianche e spesse. Era una gran pagaille qui prima; ma da quando me ne occupo io, tutto va a meraviglia: pulizia, assortimento, discrezione, e nessuna questione per i quattrini. E’ un buon affare, anche: e qualche volta, moi aussi j’y prends mon paisir” (pag. 167). Con tutta naturalezza Mordo Nahum chiede a Primo Levi se ha bisogno di una di loro. “Su, dimmi qualche articolo in cui io non abbia mai commerciato”, chiede Nahum a Primo Levi.

 

Una curizetta

A Sluzk, la sosta è di dieci giorni. Mirabile è la descrizione che Levi fa del campo: “A Sluzk, nel luglio del 1945, sostavano diecimila persone; dico persone, perché ogni termine più restrittivo sarebbe improprio. C’erano uomini, ed anche un buon numero di donne e di bambini. C’erano cattolici, ebrei, ortodossi e mussulmani; c’erano bianchi e gialli e diversi negri in divisa americana; tedeschi, polacchi, francesi, greci, olandesi, italiani ed altri; ed inoltre, tedeschi che si pretendevano austriaci, austriaci che si dichiaravano svizzeri, russi che si dichiaravano italiani, una donna travestita da uomo, e perfino, cospicuo in mezzo alla folla cenciosa, un generale magiaro in alta uniforme, litigioso e variopinto e stupido come un gallo” (pag.168). Il trasferimento dal campo di Sluzk a quello di Staryje Doroghi doveva avvenire a piedi. Il treno era solo per le “donne, i bambini e per i soliti raccomandati”. Cesare, insofferente a tutto e a caccia di avventure, trovando che c’è tempo per arrivare a destinazione, trenta chilometri, propone un diversivo. Fermatisi con un gruppo di pochi compagni in un piccolo villaggio disperso nei boschi, vuole a tutti i costi comperare una gallina. Ma farsi capire è difficile: persino l’imitazione di un pollo facendo pure “coccodè”, come è noto, questa interpretazione del verso gallinesco è altamente convenzionale; circola esclusivamente in Italia, e non ha corso altrove ( pag. 179) fallisce ed anzi poco ci manca che essi vengano presi per matti. Finalmente una vecchia del villaggio ha l’illuminazione e “con voce squillante pronunziò: Kura! Kúritza!” (gallina, gallinella, in russo), cosicché gli italiani riescono a barattare una gallinella con i sei piatti (Tarelki) che usavano per mangiare e dei quali, per un po’, dovranno fare a meno. L’episodio della gallinella è tra i più spassosi dell’intero romanzo.

Vecchie strade

Il giorno dopo, con la cifra di otto rubli, Levi e i suoi compagni riescono ad ottenere un passaggio su un carro agricolo che li porterà a Staryje Doroghi. Facendo il viaggio su un carro, Primo Levi ha tempo per annotare il paesaggio del tutto piatto ed uniforme che stanno attraversando: “Fra l’una e l’altra ondulazione si estendevano stagni e paludi, grandi e piccole. Il terreno scoperto era sabbioso, e irto qua e là di selvagge macchie di arbusti; altrove erano alberi alti ma rari e isolati. Ai due lati della strada (quasi tutta in terra battuta) giacevano informi relitti rugginosi, artiglieria, carri, filo spinato, elmetti, bidoni; i resti dei due eserciti che per tanti mesi si erano affrontati in quei luoghi. Eravamo entrati nella regione delle paludi del Pripet” (pag. 185). Durante il tragitto incontrano il vecchio e lunatico Moro, che stava percorrendo a piedi il loro stesso tragitto. Viene invitato a salire sul carro, ma egli sdegnosamente rifiuta. Il gruppo arriva finalmente al campo di Staryje Doroghi che in russo significa Vecchie Strade. Qui vengono smistati insieme ad altri millequattrocento italiani, in uno strano e gigantesco edificio chiamato Krasnyj Dom (Casa rossa): “Una costruzione veramente singolare, cresciuta senz’ordine in tutte le direzioni; non si capiva se opera di molti architetti fra loro discordi, o di uno solo matto. Il nucleo più antico, ormai sopraffatto e soffocato da altri corpi di fabbrica consisteva di un blocco di tre piani suddivisi in camerette forse già adibite a uffici militari o amministrativi” (pag. 186). Caratteristica principale della strana costruzione sono le scale, appoggiate quasi ai piani, costruite in modo asimmetrico, un enorme scalone esterno saliva per quindici metri d’altezza e non conduceva in nessun luogo. Vengono quindi descritti i pensieri, i comportamenti e gli scambi commerciali che si svolgevano nel campo tra gli ex prigionieri e i contadini del luogo. Cesare, sempre ossessionato per il commercio, è intento a vendere alla gente del posto il pesce immangiabile che veniva servito alla mensa.

Il bosco e la via

La vita nella Casa Rossa si protrae per “due lunghi mesi: dal 15 luglio al 15 settembre del 1945” (pag.192) tra visite nei boschi intorno al campo e il passaggio dell’ Armata Rossa ormai in disarmo. I soldati rimpatriano disordinatamente, a piedi, a cavallo, su carri o carri armati; in piccoli o grandi gruppi, tutti colmi d’euforia e gioia di vivere. L’esercito durante il rientro ha talmente tanti cavalli che questi ultimi non possono essere controllati. Di questa circostanza ne approfitta uno degli ospiti del campo, il Velletrano, per catturarne ogni tanto qualcuno e macellarlo con grande soddisfazione di tutti perché “pressoché digiuni di carne da diciotto mesi“.

Vacanza

Nel tredicesimo capitolo Levi racconta un incontro inaspettato e pieno di emozioni con Flora, una donna ebrea italiana, probabilmente incinta, che Levi, insieme a Alberto, aveva conosciuto nel lager e da cui aveva ricevuto del pane. Levi era grato alla donna per il pane, ma aveva scoperto che ella doveva sottostare a convegni amorosi con uomini stranieri a cui non poteva sottrarsi; tuttavia nemmeno dopo il disinganno della realtà smise di prendere il pane, anche se in quella luce “sapeva di sale”. Flora sta ora con un ciabattino bergamasco ed è sempre la stessa, mentre Levi si sente sporco, stanco e provato. L’arrivo di un camioncino cinematografico che proietta tre film in tre giorni consecutivi scatena una forte eccitazione nei rifugiati, negli abitanti del luogo e nei numerosi gruppi di militari russi arrivati da chissà dove per assistere agli spettacoli. Durante le proiezioni l’entusiasmo del pubblico è tale da scatenare persino tumulti e disordini.

Teatro

Nel quattordicesimo capitolo Levi racconta lo spettacolo teatrale che gli italiani allestiscono per intrattenere gli altri occupanti della Casa Rossa. Alla fine della rappresentazione un ufficiale italiano annuncia che nei prossimi giorni sarebbero partiti per l’Italia. Levi e gli altri nella notte non dormono, cantano e ballano raccontandosi “a vicenda le avventure passate, e ricordando i compagni perduti: poiché non è dato all’uomo di godere gioie incontaminate“. Il mattino seguente arriva nientemeno che il grande generale sovietico Semën Konstjantynovyč Tymošenko ad annunciare e a confermare la definitiva, prossima partenza. Il generale “parlava correntemente il rumeno coi “rumeni”, poiché era originario della Bessarabia, e conosceva perfino un poco di italiano. Il vento umido agitava la sua chioma grigia, che contrastava con la sua complessione sanguigna ed abbronzata di soldato, mangiatore e bevitore: saremmo partiti presto, prestissimo; “guerra finita, tutti a casa”; la scorta era già pronta, i viveri per il viaggio anche, le carte in ordine. Entro pochi giorni il treno ci avrebbe aspettati alla stazione di Staryje Doroghi” (pag. 24).

Da Staryje Doroghi a Iasi

Nel quindicesimo capitolo, Levi racconta il 15 settembre, il giorno della partenza. Levi pensa: “Avevamo resistito, dopo tutto: avevamo vinto. Dopo l’anno di lager, di pena e di pazienza; dopo l’ondata di morte seguita dalla liberazione; dopo il gelo e la fame e il disprezzo e la fiera compagnia del greco; dopo i trasferimenti insensati, per cui c’eravamo sentiti dannati a gravitare in eterno attraverso gli spazi russi, come inutili astri spenti; dopo l’ozio e la nostalgia acerba di Staryje Doroghi, eravamo in risalita, dunque, in viaggio all’insù, in cammino verso casa. Il tempo, dopo due anni di paralisi, aveva riacquistato vigore e valore, lavorava nuovamente per noi e questo poneva fine al torpore della lunga estate, alla minaccia dell’inverno prossimo, e ci rendeva impazienti, avidi di giorni e di chilometri” (pag. 244). Tutte le volte che la locomotiva è costretta a fermarsi momentaneamente, anche in aperta campagna, i sette militari sovietici che scortavano il convoglio, aprono subito le porte delle carrozze per far scendere i ragazzi italiani. Avevano imparato da loro il gioco del Giro con le palline di vetro: “Alla prima fermata del mattino, i sette russi scendevano dal treno, aprivano le porte, depositavano a terra i bambini tutti assonnati. Si davano a scavare alacremente il circuito con le baionette, e si immergevano nel gioco in fretta e furia, carponi a terra e col parabellum sulla schiena, ansiosi di non perdere neppure un minuto prima che la locomotiva fischiasse la partenza” (pag.246). A Iasi, territorio rumeno, Primo Levi ed i suoi compagni assistono ad una scena a dir poco comica. Nei vagoni dei “rumeni” (impiegati della delegazione italiana in Romania) si videro esplodere violenti conflitti familiari: “Le mogli rumene erano furiose contro i mariti italiani: ne avevano abbastanza di avventure, di tradotte e di bivacchi. Ora erano rientrate in territorio rumeno, erano a casa loro, volevano rimanerci e non intendevano ragione: alcune discutevano e piangevano, altre tentavano di trascinare a terra i mariti, le più scatenate scaraventavano giù dai vagoni bagagli e masserizie, mentre i bambini, spaventati, correvano strillando tutto intorno” (pag. 254). Il treno passa da Kazatin, dove Levi incontra e saluta per l’ultima volta Galina, l’infermiera di Katowice; un saluto affettuoso e delicato pieno di tenerezza e di nostalgia. Arrivano a Iasi, dove Levi incontra una comunità di ebrei scampati allo sterminio, dai quali riceve una somma irrisoria di “lei”, in quanto i rubli gli erano stati sequestrati al confine russo dai soldati che ne impedivano l’esportazione.

Da Iasi alla linea

Nel sedicesimo capitolo Levi racconta alcuni episodi del lungo viaggio come la ricerca dell’acqua in pozzi vicino alle stazioni, rischiando di rimanere a terra alla partenza del treno. Cesare, avendone abbastanza di russi, di italiani, di tradotte e di altro, abbandona la comitiva e se ne va per i fatti suoi. “Se ne andò, prese un treno per Bucarest, ebbe molte avventure, e riuscì nel suo proposito, tornò cioè a Roma in aereo, sebbene più tardi di noi” (pag.266). Dopo l’attraversamento della Romania, dove salgono due nuovi giovani viaggiatori, Vincenzo e Pista, dopo l’attraversamento dell’Ungheria e dell’Austria, l’8 ottobre arrivano a Vienna dove sostano alcuni giorni. Ripartiti poco dopo, Levi e i suoi compagni arrivano in prossimità della frontiera e l’attraversano passando dalla protezione sovietica a quella americana. “Ad Amstetten, lungo la strada che correva parallelamente alla ferrovia, apparve un segno, portentoso ai nostri sguardi come gli uccelli che annunciano ai naviganti la terra vicina. Era un veicolo nuovo per noi: un’auto militare  tozza e sgraziata, piatta come una scatola, che portava dipinta sulla fiancata una stella bianca e non rossa: una jeep, insomma. Uno negro la guidava; uno degli occupanti si sbracciava verso di noi, e urlava in napoletano: – Si va a casa, guaglioni” (pag.273). Lo scambio tra russi e americani avviene a pochi chilometri da Linz, i soldati americani conducono gli italiani a un campo profughi vicino, dove Levi e gli altri ottengono un bagno e una disinfestazione accurata. “Per il bagno, tutto andò liscio: erano una ventina di cabine di legno, con doccia tiepida e accappatoi, lusso mai più visto. Dopo il bagno, ci introdussero in un vasto locale in muratura, tagliato in due da un cavo da cui pendevano dieci curiosi attrezzi, vagamente simili a martelli pneumatici: si sentiva fuori pulsare un compressore. Tutti e millequattrocento, quanti eravamo, fummo stipati da un lato della divisione, uomini e donne insieme: ed ecco entrare in scena dieci funzionari dall’spetto poco terrestre, avvolti in tute bianche, con casco e maschere antigas. Agguantarono i primi del gregge, e senza complimenti infilarono loro le cannucce degli arnesi pendenti via via, in tutte le aperture degli abiti: nel colletto, nella cintura, nelle tasche, su per i pantaloni, sotto le sottane. Erano specie di soffietti pneumatici, che insufflavano insetticida il DDT, novità assoluta per noi, come le jeep, la penicillina e la bomba atomica, di cui avemmo notizia poco dopo” (pag.274). Lo scrittore conclude: “L’Occidente prese possesso di noi”.

Il risveglio

Nel diciassettesimo capitolo, l’ultimo, Levi descrive la fermata alla stazione di Monaco, città devastata dalla guerra. La sosta nella città tedesca, là dove tutta la follia nazista aveva avuto inizio, suggerisce a Primo Levi amare riflessioni che danno corpo a sentimenti a lungo repressi: “Il 15 ottobre, trentunesimo giorno di viaggio, attraversammo una nuova frontiera ed entrammo a Monaco, eravamo stanchi di ogni cosa. Sotto i nostri piedi c’era per la prima volta un lembo di Germania. Si sovrapponeva alla nostra stanchezza uno stato d’animo complesso, fatto di insofferenza, di frustrazione e di tensione. Ci sembrava di avere qualcosa da dire, enormi cose da dire, ad ogni singolo tedesco, e che ogni tedesco avesse da dirne a noi: sentivamo l’urgenza di tirare le somme, di domandare, di spiegare e commentare, come i giocatori di scacchi al termine della partita. Sapevano loro di Auschwitz, della strage silenziosa e quotidiana, a un passo delle loro porte? Se sì, come potevano andare per via, tornare a casa e guardare i loro figli, varcare le soglie di una chiesa? Se no, dovevano, dovevano sacramente udire, imparare da noi, da me, tutto e subito: sentivo il numero tatuato sul braccio stridere come una piaga. Errando per le vie di Monaco piene di macerie, intorno alla stazione dove ancora una volta il nostro treno giaceva incagliato, mi sembrava di aggirarmi fra torme di debitori insolventi, come se ognuno mi dovesse qualcosa, e rifiutasse di pagare. Era tra loro, nel campo di Agramante, fra il popolo dei Signori: ma gli uomini erano pochi, molti mutilati, molti vestiti di stracci come noi. Mi sembrava che ognuno avrebbe dovuto interrogarci, leggerci in viso chi eravamo, e ascoltare in umiltà il nostro racconto. Ma nessuno ci guardava negli occhi, nessuno accettò la contesa: erano sordi, ciechi e muti, asserragliati fra le loro rovine come in un fortilizio di sconoscenza voluta, ancora forti, ancora capaci di odio e di disprezzo, ancora prigionieri dell’antico modo di superbia e di colpa” (pag. 276, 277). Il treno riparte per Verona. “Di 650, quanti eravamo partiti, ritornavamo in tre. E quanto avevamo perduto, in quei venti mesi? Che cosa avremmo ritrovato a casa? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? Ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi da un anno di ricordi feroci, svuotati e inermi. I mesi or ora trascorsi, pur duri, di vagabondaggio ai margini della civiltà, ci apparivano adesso come una tregua, una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale ma irripetibile del destino” (pag. 279). Levi arriva a Verona il 17 ottobre, e a Torino il 19 ottobre, dopo 35 giorni di viaggio, ritrovando la propria casa e i familiari. Levi richiude il cerchio aperto nel 1945 e riporta il sogno ricorrente e terribile del lager e la descrizione del comando dell’alba: “Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. È il comando dell’alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, “Wstawać” (pag. 281).

Film, La tregua

Nel 1997 uscì una riduzione cinematografica con lo stesso titolo del romanzo di Primo Levi, per la regia di Francesco Rosi. La sceneggiatura fu curata da Stefano Rulli, Sandro Petraglia e Francesco Rosi. La fotografia fu opera di Pasqualino De Santis e Marco Pontecorvo. Il montaggio fu opera di Ruggero Mastroianni e Bruno Sarandrea, le musiche di Irving Berlin e Luis Enriquez Bacalov. Il cast di attori era di tutto rilievo. John Turturro era Primo Levi, Massimo Ghini interpretava Cesare, Rade Šerbedžija era il greco. Roberto Citran vestiva i panni di Unverdorben. Un giovane Claudio Bisio era Ferrari, il ladruncolo milanese, prelevato dai tedeschi dal carcere di San Vittore. Andy Luotto era D’Agata. Lorenza Indovina – Flora, Stefano Dionisi, il mite Daniele, Igor Bezgin interpretava il russo Egorov, Teco Celio, il colonnello italiano Rovi

Raimondo Giustozzi

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