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Cultura. La Storia, Elsa Morante

 1-La-Storia-Elsa-Morante

 

Trama

La vicenda del romanzo (pubblicato nel 1974) si svolge tra il 1941 e il 1947, sullo sfondo drammatico di una Roma devastata dalla guerra e poi avviata verso un’incerta ricostruzione. Qui vive Ida Ramundo, timida maestra elementare, di origine per metà ebraica, rimasta precocemente vedova e con un figlio, Nino. Viene violentata da un giovanissimo soldato tedesco, e resta incinta. Malgrado la vergogna di quel concepimento, quando nasce, Useppe porta nella vita di Ida e di Nino una nota di allegria e di speranza. Ida deve rifugiarsi a Pietralata, a causa dei bombardamenti, e qui soffre per la promiscuità e la miseria. Il piccolo Useppe conserva la propria felicità, mentre Nino raggiunge i partigiani. Terminata la guerra, la vita sarà ancora più difficile: Nino pensa di dover continuare, a modo suo, la lotta armata, tanto da finire ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia; quanto all’amico David Segre, che aveva condotto Nino fra i partigiani, si uccide con la droga. Anche Useppe muore, dopo un attacco di epilessia: quella malattia è come una protesta contro l’inesattezza della vita. A essa si rassegna invece, con tranquilla pazzia, la madre, incapace di scelte alternative. La storia che il romanzo racconta è quella con la s minuscola: è la storia degli umili come Ida Ramundo e i suoi figli. L’autrice eleva dunque la sua protesta contro la società, contro la grande Storia, che ignora e nasconde la sofferenza delle proprie vittime. E’ la felice inconsapevolezza dei bambini a simboleggiare il rifiuto spontaneo di quanto proviene da un mondo dominato dall’ansia del potere e di ricchezza.

La famiglia, l’infanzia e l’adolescenza di Ida Ramundo

La Storia”, pur se è nel suo complesso un libro neorealista, utilizza gli elementi del romanzo storico e popolare del milleottocento. “Del romanzo ottocentesco è, innanzitutto, la struttura a scatola, una storia dentro l’altra, e larghe parentesi narrative che s’annodano alla storia centrale” (Cfr. Angela Rigamo). Dopo lo stupro commesso da Gunther ai danni di Ida Ramundo, un lungo flashback narra l’infanzia, l’adolescenza della giovane maestrina e della sua famiglia. Ida Ramundo nasce a Cosenza nel 1903, “sotto il segno del Capricorno, che inclina all’industria, alle arti e alla profezia, ma anche, in certi casi, alla follia e alla stoltezza” (Elsa Morante, la Storia, pag. 21, Einaudi, 1974). I genitori insegnano come maestri nella stessa Scuola Elementare di Cosenza: “Il padre, Giuseppe Ramundo, era di famiglia contadina, dell’estremo sud calabrese. E la madre, di nome Nora Almagià, una padovana di famiglia piccolo borghese bottegaia, era approdata a Cosenza, ragazza di trent’anni e sola, in seguito a un concorso magistrale” (pag. 22). I due si vogliono bene, anche se c’è tra loro tanta differenza di carattere. Giuseppe, proveniente dal mondo contadino, claudicante per essersi dato la zappa su un piede, quando era ancora bambino, viene mandato a studiare in seminario, “con qualche soccorso del padrone terriero”. Diventato grande, anche per reazione, aveva scelto il pensiero anarchico, leggendone i classici: Proudhon, Bakunin, Malatesta. Anche se maestro, non mancava mai di esaltare il loro pensiero citando a gran voce, quando era in casa, le frasi più celebri dei più noti autori anarchici. La moglie, timida e rispettosa delle regole, pensava che il comportamento del marito potesse essere di danno alla famiglia intera, per questo lo invitava più volte a tacere. La piccola Ida, seduta sul seggiolone, rideva divertita alle loro accese discussioni. Del papà apprezzava soprattutto quando, sbronzo più del solito, cantava per lei dolci ninne nanne o i versi di tutti quanti gli animali: “dagli ucedduzzi ai leuni”( pag. 26). Le sbornie di suo padre dovevano rimanere un segreto della famiglia, come l’origine ebrea della mamma. Un’altra cosa che doveva rimanere solo nell’ambito della propria famiglia era una malattia strana che Ida avvertì all’età di cinque anni: “Verso il quinto anno di età, Iduzza fu soggetta per tutta l’estate agli insulti di un male innominato, che angosciò i suoi genitori come una menomazione” (pag. 28). Era epilessia. Ida guarisce dal male, lo stesso che le porterà via il piccolo Useppe, il bambino avuto dopo la violenza sessuale subita ad opera del soldatino tedesco della Wermacht. “La prima guerra mondiale (1915- 1918) risparmia Giuseppe, a motivo della sua gamba difettosa”. Il primo dopoguerra sconvolge Reggio Calabria, città, dove Giuseppe ha dei parenti, ai quali manda quasi tutto il proprio stipendio da maestro. Molti muoiono per la terribile epidemia chiamata Febbre Spagnola. Ida, intanto, cresciuta, “meno di due anni dopo la fine della guerra, prese il diploma magistrale” (pag. 33). In vacanza a Reggio, conosce Alfio Mancuso, un messinese, che aveva perduto tutti i parenti nel terremoto del 1908. Alfio, garzone in un cantiere dove venivano riparate le barche, si era salvato miracolosamente perché, per sfuggire alle ire del principale che lo rincorreva, aveva scelto la sommità di una palma dove trascorse la notte. All’alba, quando arrivò la scossa di terremoto che rase al suolo la città di Messina, il ragazzo rimaneva esterrefatto in cima alla palma, mentre tutto attorno a lui crollava. Passata la paura, la guerra, le epidemie, Alfio Mancuso emigra a Roma dove “aveva trovato un impiego di rappresentante presso una ditta. E nel suo giro d’affari era passato da Cosenza dove incontrò il suo primo amore” (pag. 35). L’amore era Ida Ramundo. I due si sposano e a vanno ad abitare a Roma, in un alloggio economico di due stanze nel quartiere San Lorenzo, trovato da Alfio Mancuso. A Roma, Ida inizia la sua carriera di maestra, ma non in “una scuola del proprio quartiere ma assai distante, verso la Garbatella” (pag. 37).  In un giorno piovoso d’autunno, Ida affacciata sulla strada assiste alla famosa marcia su Roma (30 ottobre 1922). La grande storia si incrocia con una storia più piccola, quella di Ida, di suo marito Alfio, del loro unico figlio, nato nel maggio del 1926, al quale danno il nome di Antonio, ma chiamato Nino, o, ancor più spesso, Ninnuzzu e Ninnarieddu. A Cosenza intanto, Giuseppe assiste incredulo alla vittoria delle camicie nere. Pensava alla bandiera nera degli anarchici, i vincenti invece erano gli odiosi fascisti che Giuseppe non amava di certo. Rimane sempre fedele all’idea anarchica ma gli costa cara. Viene licenziato dalla scuola perché ritenuto sovversivo. Smaltisce la propria rabbia col vino fino a morire di cirrosi al fegato nel 1936, lasciando sola la sua adorata Nora Almagià. Giuseppe aveva 58 anni, Nora 66, in pensione proprio quando rimane vedova. Di lì a breve, anche Alfio Mancuso muore di cancro, dopo l’impresa di Etiopia. Conquistata l’Abissinia e fondato l’Impero da Mussolini, Alfio aveva pensato di trasferirsi in terra africana per incrementare il proprio commercio, “farsi ricco smerciando olii speciali, vernici e perfino lucidi da scarpe” (pag. 44). Nora, rimasta sola, conosce nel 1938 l’onta delle famose leggi razziali. Teme per la propria vita. Anche Ida Ramundo teme per il proprio figlio Nino, ma Ida, sebbene anche lei sola, è ancora giovane e può affrontare la vita con un pizzico di energia in più della mamma che peggiora di giorno in giorno, fino ad uscir fuori di sé. La sola idea che le balena in testa è quella di scappare, anche per mare, imbarcarsi ed andare lontano. Parte da casa e si incammina per andare verso la spiaggia. Ecco come vengono descritte le sue ultime ore di vita: “Era una bellissima notte illune, quieta e stellata. Forse, a lei venne in mente quell’unica e sola canzoncina delle sue parti che sapeva cantare “che bela notte da rubar putele”. Ma anche in quell’aria serena e tiepida, a un certo punto del suo percorso ebbe freddo. E si coprì con quel mantello da uomo che portava co sé, avendo cura di allacciarselo al collo con la fibbia. Era un vecchio mantellaccio di lana rustica marrone scuro, che per Giuseppe era stato di giusta lunghezza, ma per lei era troppo lungo, arrivandole fino ai piedi. Uno di quelle parti che l’avesse vista passare da lontano così ammantellata, forse l’avrebbe presa per il monacheddu, il piccolo brigante domestico travestito da frate che si dice vada peregrinando la notte e pratichi le case calandosi per dentro i camini. Però non risulta che qualcuno l’avesse incontrata; né il fatto pare strano, su quella costa isolata e pochissimo frequentata, specie di notte. I primi che la trovarono furono dei barcaioli che tornavano all’alba dalla pesca notturna; e da principio la credettero una suicida, portata a riva dalle correnti marine. Ma invero la posizione dell’annegata, e le condizioni del suo corpo non s’accordavano con quella conclusione frettolosa. Essa giaceva dentro il limite della battigia, ancora bagnato dalla recente marea, in una posizione rilasciata e naturale, come chi viene sorpreso dalla morte in uno stato d’incoscienza o di sonno. La testa poggiava sulla sabbia, che il lieve deflusso aveva lasciato liscia e nitida, senza alghe né detriti; e il resto della persona le stava adagiato per intero sul grande mantello da uomo che, fermato al collo dalla fibbia, si spalancava ai suoi lati, tutto intriso d’acqua. Il vestituccio di seta artificiale, madido e lisciato dall’acqua, aderiva compostamente al suo corpo sottile, che appariva incolume, non gonfio né maltrattato come si mostrano di solito i corpi restituiti dalle correnti. E i minuscoli garofani cilestrini stampati sulla seta risaltavano come nuovi, ravvivati dall’acqua, contro il fondo bruno del mantello” (pag. 50- 51).

Pagine scelte del romanzo

Useppe: il primo anno di vita ed il fratello Nino

“Il primo inverno della sua vita, come già l’autunno, Giuseppe lo passò in totale clausura, per quanto il suo mondo via via si fosse allargato dalla stanza da letto al resto dell’appartamento. Durante la cattiva stagione, tutte le finestre erano chiuse; ma anche a finestre aperte, in ogni caso la sua piccola voce si sarebbe dispersa nei rumori della strada e nel vocio del cortile. I1 cortile era immenso, giacché il caseggiato comprendeva diverse scale, dalla scala A alla scala E. La casa di Ida si trovava all’interno 19 della scala D, ed essendo all’ultimo piano non aveva vicini diretti. Oltre al suo, difatti, su quel ballatoio si apriva soltanto un altro uscio, piú in alto, che portava ai serbatoi dell’acqua. E per Ida, nelle sue circostanze, questa era una fortuna.

Le stanze dell’interno 19 scala D erano, per Giuseppe, tutto il mondo conosciuto; e anzi, l’esistenza di un altro mondo esterno doveva essere, per lui, vaga come una nebulosa, giacché, ancora troppo piccolo per arrivare alle finestre, dal basso non ne vedeva che l’aria. Non battezzato, né circonciso, nessuna parrocchia s’era preoccupata di riscattarlo; e lo stato di guerra, con la confusione crescente degli ordini, favoriva il suo bando dalla creazione.

Nella sua precocità, aveva presto imparato a camminare per la casa sulle ginocchia e sulle mani, a imitazione di Blitz, che forse fu il suo maestro. L’uscio dell’ingresso, per lui, era lo sbarramento estremo dell’universo, come le Colonne d’Ercole per gli antichi esploratori.

Adesso, non era piú nudo; ma infagottato, per ripararsi dal freddo, in vari cenci di lana che lo facevano sembrare un poco piú tondo, come i cuccioli nel loro pelo. Il disegno del suo viso ormai si precisava con evidenza. La forma del nasino cominciava a profilarsi, diritta e delicata; e i tratti, puri nella loro minuzia, ricordavano certe piccole sculture asiatiche. Decisamente, non somigliava a nessuno della parentela; fuorché negli occhi, quasi gemelli di quegli occhi lontani. Gemelli, però, nella fattura e nel colore, non nello sguardo. L’altro sguardo, infatti, era apparso terribile, disperato e quasi impaurito; e questo, invece, era fiducioso e festante.

Non s’era mai vista una creatura piú allegra di lui. Tutto ciò che vedeva intorno lo interessava e lo animava gioiosamente. Mirava esilarato i fili della pioggia fuori della finestra, come fossero coriandoli e stelle filanti multicolori. E se, come accade, la luce solare, arrivando indiretta al soffitto, vi portava, riflesso in ombre, il movimento mattiniero della strada, lui ci si appassionava senza stancarsene: come assistesse a uno spettacolo straordinario di giocolieri cinesi che si dava apposta per lui. Si sarebbe detto, invero, alle sue risa, al continuo illuminarsi della sua faccetta, che lui non vedeva le cose ristrette dentro i loro aspetti usuali; ma quali immagini multiple di altre cose varianti all’infinito. Altrimenti non si spiegava come mai la scena miserabile, monotona, che la casa gli offriva ogni giorno, potesse rendergli un divertimento cosí cangiante, e inesauribile.

I1 colore d’uno straccio, d’una cartaccia, suscitando innanzi a lui, per risonanza, i prismi e le scale delle luci, bastava a rapirlo in un riso di stupore. Una delle prime parole che imparò fu ttelle (stelle). Però chiamava ttelle anche le lampadine di casa, i derelitti fiori che Ida portava da scuola, i mazzi di cipolle appesi, perfino le maniglie delle porte, e in séguito anche le rondini. Poi quando imparò la parola dóndini (rondini) chiamava dóndini pure i suoi calzerottini stesi a asciugare su uno spago. E a riconoscere una nuova ttella (che magari era una mosca sulla parete) o una nuova dóndine, partiva ogni volta in una gloria di risatine, piene di contentezza e di accoglienza, come se incontrasse una persona della famiglia.

Le forme stesse che provocano, generalmente, avversione o ripugnanza, in lui suscitavano solo attenzione e una trasparente meraviglia, al pari delle altre. Nelle sterminate esplorazioni che faceva, camminando a quattro zampe, intorno agli Urali, e alle Amazonie, e agli Arcipelaghi Australiani, che erano per lui i mobili di casa, a volte non si sapeva piú dove fosse. E lo si trovava sotto l’acquaio in cucina, che assisteva estasiato a una ronda di scarafaggi, come fossero cavallucci in una prateria. Arrivò perfino a riconoscere una ttella in uno sputo.

Ma nessuna cosa aveva potere di rallegrarlo quanto la presenza di Nino. Pareva che, nella sua opinione, Nino accentrasse in sé la festa totale del mondo, che dovunque altrove si contemplava sparsa e divisa: rappresentando lui da solo, ai suoi occhi, tutte insieme le miriadi dei colori, e il bengala dei fuochi, e ogni specie di animali fantastici e simpatici, e le giostre dei giocolieri. Misteriosamente, avvertiva il suo arrivo fino dal punto che lui cominciava appena la salita della scala, e subito si affrettava piú che poteva, coi suoi mezzi, verso l’ingresso, ripetendo: ino ino, in un tripudio quasi drammatico di tutte le sue membra. Certe volte, perfino, quando Nino rientrava di notte tardi, lui, dormendo, al rumore della chiave si rimuoveva appena e in un sorrisetto fiducioso accennava con poca voce: ino.

La primavera dell’anno 1942 avanzava, intanto, verso l’estate. Al posto delle molte lane, che lo facevano sembrare un fagottello cencioso, adesso Giuseppe fu rivestito da Ida di certi antichissimi calzoncini e camiciole già appartenuti al fratello, e malamente adattati per lui. I calzoncini, addosso a lui, facevano da pantaloni lunghi. Le camiciole, ristrette alla meglio sui lati, ma non accorciate, gli arrivavano fin quasi alle caviglie. E ai piedi, per la loro piccolezza, bastavano ancora delle babbucce da neonato. Cosí vestito somigliava a un indiano.

Della primavera, lui conosceva soltanto le dóndini che s’incrociavano a migliaia intorno alle finestre dal mattino alla sera, le stelle moltiplicate e più lucenti, qualche lontana macchia di geranio, e le voci umane che echeggiavano nel cortile, libere e sonore, per le finestre aperte. I1 suo vocabolario si arricchiva ogni giorno. La luce, e il cielo, e anche le finestre, si chiamavano tole (sole). I1 mondo esterno, dall’uscio d’ingresso in fuori, per essergli sempre interdetto e vietato dalla madre, si chiamava no. La notte, ma poi anche i mobili (giacché lui ci passava sotto) si chiamavano ubo (buio). Tutte le voci, e i rumori, opi (voci). La pioggia, ioia, e così l’acqua, ecc.

Con la bella stagione, si può immaginare che Nino sempre piú spesso marinasse la scuola, anche se le sue visite a Giuseppe in compagnia degli amici oramai non erano piú che un ricordo lontano. Ma una mattina di sereno meraviglioso, apparve inaspettato a casa, vispo e fischiettante in compagnia del solo Blitz; e come Giuseppe, spuntando da sotto qualche ubo, al solito gli muoveva incontro, lui gli annunciò, senz’ altro: «Ahó, maschio, annàmo! Oggi si va a spasso! >>

E così detto, con azione immediata, si issò Giuseppe a cavalluccio sulle spalle, volando come il ladro Mercurio giù per la scala, mentre Giuseppe, nella tragedia divina della infrazione, mormorava in una sorta di cantilena esultante: «No… No… No…» Le sue manucce stavano chiuse quietamente dentro le mani del fratello; i suoi piedini, dondolanti nella corsa, pendevano sul petto di lui, cosí da avvertirne la violenza del respiro, fremente nella libertà contro le leggi materne! E Blitz veniva dietro, sopraffatto dalla sua doppia felicità amorosa al punto che addirittura, disimparando i1 passo, rotolava come un rimbambito giù per i gradini. I tre uscirono nel cortile, attraversarono l’androne; e nessuno, al loro passaggio, si fece a chiedere a Nino: «Chi è questo pupo che porti?» quasi che, per un miracolo, quel gruppetto fosse diventato invisibile.

Cosí Giuseppe recluso fino dalla nascita compieva la sua prima uscita nel mondo, né piú né meno come Budda. Però Budda usciva dal giardino lucente del re suo padre per incontrarsi, appena fuori, coi fenomeni astrusi della malattia della vecchiaia e della morte; mentre si può dire che per Giuseppe, al contrario, il mondo si aperse, quel giorno, come il vero giardino lucente. Anche se la malattia, la vecchiaia e la morte, per caso, misero sulla sua strada i loro simulacri, lui non se ne avvide. Da vicino, immediatamente sotto i suoi occhi, la prima cosa che vedeva, lungo la passeggiata, erano i riccetti neri di suo fratello, danzanti nel vento primaverile. E tutto il mondo circostante, ai suoi occhi, danzava nel ritmo di quei riccetti. Sarebbe assurdo citare qui le poche vie per dove passarono, nel quartiere di San Lorenzo, e la popolazione che si muoveva d’intorno a loro. Quel mondo e quella popolazione, poveri, affannosi e deformati dalla smorfia della guerra, si spiegavano agli occhi di Giuseppe come una multipla e unica fantasmagoria, di cui nemmeno una descrizione dell’Alhambra di Granata, o degli orti di Shiraz, né forse perfino del Paradiso Terrestre potrebbe rendere una somiglianza. Per tutta la strada Giuseppe non faceva che ridere; esclamando o mormorando, con la piccola voce venata da una emozione straordinaria: «Dóndini, dóndini… ttelle… tole… dóndini… ioia… opi…». E quando infine si arrestarono su un misero spiazzale d’erba, dove due stenti alberi cittadini avevano messo le loro radici, e si riposarono a sedere su quell’erba, la felicità di Giuseppe, davanti a quella bellezza sublime, diventò quasi spavento; e si aggrappò con le due mani alla blusa del fratello.

Era la prima volta in vita sua che vedeva un prato; e ogni stelo d’erba gli appariva illuminato dal di dentro, quasi contenesse un filo di luce verde. Cosí le foglie degli alberi erano centinaia di lampade, in cui si accendeva non solo il verde, e non solo i sette colori della scala, ma ancora altri colori sconosciuti. I casamenti popolari, intorno allo spiazzo, nella luce aperta del mattino, essi pure sembravano accendere le loro tinte per uno splendore interno, che li inargentava e li indorava come castelli altissimi. I rari vasi di geranio e di basilico alle finestre erano minuscole costellazioni, che illuminavano l’aria; e la gente vestita di colori era mossa intorno, per lo spiazzo, dallo stesso vento ritmico e grandioso che muove i cerchi celesti, con le loro nubi i loro soli e le loro lune.

Una bandiera batteva al di sopra di un portone. Una farfalla cavolaia stava posata sopra una margherita… Giuseppe sussurro:

« Dóndine…»

«No, questa non è una rondine, è un insetto! Una farfalla! Di: FARFALLA ».

Giuseppe ebbe un sorriso incerto, che lasciava vedere i suoi primi denti di latte da poco nati. Ma non lo seppe dire. Il suo sorriso tremava.

«Annàmo forza! Dí: FARFALLA! Ahó! Diventi scemo? E mó che fai? Piagni? Se piangi, non ti ci porto piú, a spasso »

« Dóndine ».

«No rondine! E’ una farfalla t’ho detto! E io, come mi chiamo?»

«Ino».

«E lui, questo animale qua col collaretto, come si chiama? »

«I».

« Bravo, Adesso ti riconosco! ! E questa, allora, che è?

« Lampàna ».

«Macché lampàna! FARFALLA! A’ scemo! E questo è albero. Dí: ALBERO! E quello laggiù è un ciclista. Dí: CICLISTA. Dì: Piazza dei Sanniti! »

«Lampàna. Lampàna. Lampàna!» esclamò Giuseppe, apposta per fare il buffo, questa volta. E rise a gola spiegata di se stesso, proprio come un bullone. Anche Nino rise e perfino Blitz: tutti insieme come buffoni.

«Mó basta de scherzò. Mó se tratta de discorsi seri. La vedi, quella che sventola? E’ la bandiera. di:

BANDIERA».

« Dandèla ».

«Bravo. Bandiera tricolore»

« Addèla ole ».

«Bravo. E adesso dí: eia eia alalà».

«Lallà».

«Bravo. E tu, come ti chiami; Sarebbe ora, che imparassi il nome tuo. Sai tutti i nomi del mondo, e il tuo non l’impari mai. Come ti chiami? »

«…»

« GIUSEPPE! Ripeti: GIUSEPPE! »

Allora il fratellino si concentrò, in una durata suprema di ricerca e di conquista. E traendo un sospiro, con viso pensieroso disse:

« Useppe ».

«All’anima’! Sei un cannone, ahó! Pure la esse, ciài saputo métte! Useppe! Me piace. Piú di Giuseppe, mi piace. Sai la novità; Io, per me, ti voglio chiamare sempre Useppe. E adesso monta. Si va via>>

E di nuovo a cavalluccio sulle spalle di Nino, si rifece di carriera la strada indietro. Il ritorno fu piú felice ancora dell’andata: giacché il mondo, persa la sua prima emozione tragica, s’era fatto piú confidenziale. Esso era, in quella corsa di Nino, come una fiera di giostra: dove, per compiere la meraviglia delle meraviglie fecero la loro apparizione, uno dopo l’altro, due o tre cani, un somaro, vari veicoli, un gatto, ecc.

«I!… i!…» gridava Giuseppe (ovvero Useppe), riconoscendo Blitz in tutti gli animali quadrupedi che passavano saltellano, erranti o trainanti, e magari perfino nei veicoli a ruote. Donde Ninnuzzu prese occasione per arricchirgli ancora il dizionario con le parole automobile (momòbbile) e cavallo (vavallo); finché, stufo per oggi di fargli da maestro, lo lasciò alle sue creazioni di fantasia.

Alla loro seconda uscita, che segui di là a pochi giorni, andarono a vedere i treni alla Stazione Tiburtina: non soltanto dalla parte della piazza, dentro la zona aperta ai passeggeri (momòbbili… ubo ..), ma anche dentro la zona più speciale riserbata ai carri merci, alla quale si accedeva da una via retrostante. A questa zona, per il pubblico ordinario l’accesso era difeso da un cancello; ma Ninnuzzu, che contava qualche conoscenza fra gli addetti ai lavori, spinto il cancello vi entrò liberamente, come in un suo vecchio fendo. E difatti, fino dalla sua infanzia, quell’angolo del quartiere San Lorenzo era stata una sorta di riserva di caccia per lui e i suoi amici stradaioli.

Al presente momento, non ci si trovava dentro nessuno (salvo un ometto anziano, in tuta di fatica, il quale da lontano salutò Ninnuzzu con un cenno familiare). E l’unico viaggiatore visibile, sui pochi carri là in sosta, era un vitello, affacciato dalla piattaforma scoperta di un vagone. Stava là quieto, legato a un ferro, sporgendo appena la testa inerme (i due cornetti ancora teneri gliene erano stati estirpati); e dal collo, per una cordicella, gli pendeva una medagliuccia, all’apparenza di cartone, sulla quale forse era segnata l’ultima tappa del suo viaggio. Di questa, al viaggiatore non s’era data nessuna notizia; ma nei suoi occhi larghi e bagnati s’indovinava una prescienza oscura.

Il solo che parve interessarsi a lui fu Blitz, che nell’adocchiarlo fece un lieve, strascicato mugolio; però intanto, di sopra alla testa del fratello che se lo teneva issato sulle spalle, anche Giuseppe lo andava osservando. E forse fra gli occhi del bambino e quelli della bestia si svolse un qualche scambio inopinato, sotterraneo e impercettibile. D’un tratto, lo sguardo di Giuseppe subì un mutamento strano e mai prima veduto, del quale, tuttavia, nessuno si accorse. Una specie di tristezza o di sospetto lo attraversò, come se una piccola tenda buia gli calasse davanti; e si tenne rivoltato indietro verso il vagone, di sopra le spalle di Ninnuzzu che ormai, con Blitz, marciava verso l’uscita.

«Vavallo… vavallo…» gli riuscì a dire appena, con bocca malsicura; ma lo disse tanto piano, che forse Ninnuzzu nemmeno lo udiva né si dette pena di correggerlo. E qui la minuscola avventura terminò. Il suo passaggio era stato di una durata infinitesima. E già i tre risortivano sulla piazza, dove un’altra avventura inaspettata scancellò presto l’ombra della prima.

Capitava a passare di là un venditore di palloncini colorati; e divertendosi al tripudio del fratello novizio, il generoso Nino spese quasi l’intero suo patrimonio per acquistargliene uno, di colore rosso. Allora ripresero la via di casa non piú in tre, ma in quattro, se si conta il palloncino, del quale Giuseppe, con vera trepidazione, reggeva il filo… quando a un tratto di lí a forse duecento metri, le sue dita involontariamente si rilasciarono, e il palloncino gli scappò aria.

Pareva un dramma; però invece fu l’opposto. Difatti Giuseppe accolse l’evento con una risata di sorpresa e di letizia. E con la testa indietro e gli occhi in alto, disse, per la prima volta nella sua vita, le seguenti parole, che nes­suno gli aveva insegnato: “Vola via! Vola via!” (Da Elsa Morante, “La Storia”, pag.119 126).

 

Bombardamento alleato su San Lorenzo: 19 luglio 1043

 

“Una di quelle mattine Ida, con due grosse sporte al braccio, tornava dalla spesa tenendo per mano Useppe. Faceva un tempo sereno e caldissimo: secondo un’abitudine presa in quell’estate per i suoi giri dentro al quartiere, Ida era uscita,  come una popolana, col suo vestito di casa di cretonne stampato a colori, senza cappello, le gambe nude per risparmiare le calze, e ai piedi delle scarpe di pezza con alta suola di sughero. Useppe non portava altro addosso che una  camiciolina quadrettata stinta, dei calzoncini rimediati di cotone turchino, e due sandaletti di misura eccessiva (perché acquistati col criterio della crescenza) che ai suoi passi sbattevano sul selciato con un ciabattio. In mano, teneva la sua famosa pallina ‘Roma’ (la noce ‘Lazio’ durante quella primavera fatalmente era andata perduta). Uscivano dal viale alberato non lontano dallo Scalo Merci,  dirigendosi in via dei Volsci, quando, non preavvisato da nessun allarme, si udì avanzare nel cielo un clamore d’orchestra metallico e ronzante. Useppe levò gli occhi in alto, e disse: ‘Lioplani’. In quel momento l’aria fischiò, mentre già in un tuono enorme tutti i muri precipitavano alle loro spalle e il terreno saltava d’intorno a loro, sminuzzato in una mitraglia di frammenti.

‘Useppe! Useppee!’ urlò Ida, sbattuta in un ciclone nero e polveroso che impediva la vista: ‘Mà, sto qui’, le rispose all’altezza del suo braccio, la vocina di lui, quasi rassicurante. Essa lo prese in collo, e in un attimo le ribalenarono nel  cervello gli insegnamenti dell’UNPA (Unione Nazionale Protezione Antiaerea) e del Capofabbricato; che, in caso di bombe, conviene stendersi al suolo. Ma invece il suo corpo si mise a correre senza direzione. Aveva lasciato cadere una  delle sporte, mentre l’altra, dimenticata, le pendeva ancora al braccio, sotto il culetto fiducioso di Useppe. Intanto, era incominciato il suono delle sirene. Essa, nella sua corsa, sentì che scivolava verso il basso, come avesse i pattini, su un  terreno rimosso che pareva arato, e che fumava. Verso il fondo, essa cadde a sedere, con Useppe stretto fra le braccia. Nella caduta, dalla sporta le si era riversato il suo carico di ortaggi, fra i quali, sparsi ai suoi piedi, splendevano i colori dei peperoni, verde, arancione e rosso vivo. Con una mano, essa si aggrappò a una radice schiantata, ancora coperta di terriccio in frantumi, che sporgeva presso di lei. E assestandosi meglio, rannicchiata intorno a Useppe,  prese a palparlo febbrilmente in tutto il corpo, per assicurarsi che era incolume. Poi gli sistemò sulla testolina la sporta vuota come un elmo di protezione.

Si trovavano in fondo a una specie di angusta trincea, protetta nell’alto, come da un tetto, da un grosso tronco d’albero disteso. Si poteva udire in prossimità, sopra di loro, la sua chioma caduta agitare il fogliame in un gran vento. Tutto all’intorno, durava un fragore fischiante e rovinoso, nel quale fra scrosci, scoppiettii vivaci e strani tintinnii, si sperdevano deboli e già da una distanza assurda voci umane e nitriti di cavalli. Useppe, accucciato contro di lei, la guardava in faccia, di sotto la sporta, non impaurito, ma piuttosto curioso e  soprappensiero. “Non è niente”, essa gli disse, “non aver paura. Non è niente”. Lui aveva perduto i sandaletti ma teneva ancora la sua pallina stretta al pugno. Agli schianti più forti, lo si sentiva appena tremare: ‘Niente…’ diceva poi, fra persuaso e interrogativo. I suoi piedini nudi si bilanciavano quieti accosto a Ida, uno di qua e uno di là. Per tutto il tempo che aspettarono in quel riparo, i suoi occhi e quelli di Ida rimasero, intenti, a guardarsi. Lei non avrebbe saputo dire la durata di quel tempo. Il suo orologetto da polso si era rotto; e ci sono delle circostanze in cui, per la mente, calcolare una durata è impossibile.

Al cessato allarme, nell’affacciarsi fuori di là, si ritrovarono dentro una immensa nube pulverulenta che nascondeva il sole, e faceva tossire col suo sapore di catrame: attraverso questa nube, si vedevano fiamme e fumo nero dalla parte  dello Scalo Merci. Sull’altra parte del viale, le vie di sbocco erano montagne di macerie, e Ida, avanzando a stento con Useppe in braccio, cercò un’uscita verso il piazzale fra gli alberi massacrati e anneriti. Il primo oggetto riconoscibile che incontrarono fu, ai loro piedi, un cavallo morto, con la testa adorna di un pennacchio nero, fra corone di fiori sfrante. E in quel punto, un liquido dolce e tiepido bagnò il braccio di Ida. Soltanto allora, Useppe avvilito si mise a piangere: perché già da tempo aveva smesso di essere così piccolo di pisciarsi addosso.

Nello spazio attorno al cavallo, si scorgevano altre corone, altri fiori, ali di gesso, testa e membra di statue mutilate. Davanti alle botteghe funebri, rotte e svuotate, di là intorno il terreno era tutto coperto di vetri. Dal prossimo cimitero, veniva un odore molle, zuccheroso e stantio; e se ne intravedevano, di là dalle muraglie sbrecciate, i cipressi neri e contorti. Intanto altra gente era riapparsa, crescendo in una folla che si aggirava come su un altro pianeta. Certuni erano sporchi di sangue. Si sentivano delle urla e dei nomi, oppure: ‘Anche là brucia!’ ‘Dov’è l’ambulanza?!’. Però anche questi suoni echeggiavano rauchi e stravaganti, come in una corte di sordomuti. La vocina di Useppe ripeteva a Ida una domanda incomprensibile, in cui le pareva di riconoscere la parola casa: ‘Mà, quando torniamo a casa?’. La sporta gli calava sugli occhietti, e lui fremeva,  adesso, in una impazienza feroce. Pareva fissato in una preoccupazione che non voleva enunciare, neanche a se stesso: ‘mà?…casa?…’ seguitava ostinata la sua vocina. Ma era difficile riconoscere le strade familiari. Finalmente, di là da un casamento semidistrutto, da cui pendevano i travi e le persiane divelte, fra il solito polverone di rovina, Ida ravvisò, intatto il casamento con l’osteria, dove andavano a rifugiarsi le notti degli allarmi. Qui Useppe prese a dibattersi con tanta frenesia che riuscì a svincolarsi dalle sue braccia e a scendere a terra. E correndo coi piedini nudi verso una nube più densa di polverone, incominciò a gridare: ‘Bii! Biii! Biiii!!’

Il loro caseggiato era distrutto. Ne rimaneva solo una quinta spalancata sul vuoto. Cercando con gli occhi in alto, al posto del loro appartamento, si scorgeva fra la nuvolaglia del fumo, un pezzo di pianerottolo, sotto a due cassoni dell’acqua rimasti in piedi. Dabbasso delle figure urlanti o ammutolite si aggiravano fra i lastroni di cemento, i mobili sconquassati, i cumuli di rottami e di immondezze. Nessun lamento ne saliva, là sotto dovevano essere tutti morti. Ma certune di quelle figure, sotto l’azione di un meccanismo idiota, andavano frugando o raspando con le unghie fra quei cumuli, alla ricerca di qualcuno o di qualcosa da recuperare. E in mezzo a tutto questo, la vocina di Useppe continuava a chiamare: ‘Biii! Biiii! Biiiii!’ Blitz era perduto, insieme col letto matrimoniale e il lettino e il divano-letto e la cassapanca, e i libri squinternati di Ninnuzzu, e il suo ritratto a ingrandimento, e le pentole di cucina, e il tessilsacco coi cappotti riadattati e le maglie d’inverno, e le dieci buste di latte in polvere, e i sei chili di pasta, e quanto restava dell’ultimo stipendio del mese, riposto in un cassetto  della credenza. ‘Andiamo via! Andiamo via!’ disse Ida, tentando di sollevare Useppe tra le braccia. Ma lui resisteva e si dibatteva, sviluppando una violenza inverosimile, e ripeteva il suo grido: ‘Biii!’ con una pretesa sempre urgente e perentoria. Forse reputava che, incitato a questo modo, per forza Blitz dovesse  rispuntare scodinzolando da dietro qualche cantone, da un momento all’altro.

E trascinato via di peso, non cessava di ripetere quell’unica e buffa sillaba, con voce convulsa per i singulti. ‘Andiamo, andiamo via’, reiterava Ida. Ma veramente non sapeva più dove andare” (Elsa Morante, la Storia, pag. 168 – 171).

 

Il treno dei deportati

Il rastrellamento dei mille cinquantasei ebrei del ghetto di Roma avvenne il 16 ottobre del 1943; ritornarono solo in quindici. Questo l’episodio al quale assiste impotente Ida Ramundo assieme al piccolo Useppe al quale pur se piccino non è risparmiata nemmeno questa atrocità: “Il cancello era aperto: non c’era nessuno di guardia al­l’esterno, e nemmeno dal casotto della polizia, subito di là dal cancello, nessuno la richiamò. A forse una diecina di passi dall’entrata, si incominciò a udire a qualche distanza un orrendo brusio, che non si capiva, in quel momento, da dove precisamente venisse. Quella zona della stazione ap­pariva, attualmente, deserta e oziosa. Non c’era movimento di treni, né traffico di merci; e le sole presenze che si scor­gessero erano, di là dal limite dello scalo, distanti entro la zona della ferrovia principale, due o tre inservienti del per­sonale ordinario, dall’apparenza tranquilla.

Verso la carreggiata obliqua di accesso ai binari, il suono aumentò di volume. Non era, come Ida s’era già indotta a credere, il grido degli animali ammucchiati nei trasporti, che a volte s’udiva echeggiare in questa zona. Era un vocio di folla umana, proveniente, pareva, dal fondo delle rampe, e Ida andò dietro a quel segnale, per quanto nessun assem­bramento di folla fosse visibile fra le rotaie di smistamento e di manovra che s’incrociavano sulla massicciata intorno a lei. Nel suo tragitto, che a lei parve chilometrico e sudato come una marcia nel deserto (in realtà erano forse una tren­tina di passi), essa non incontrò nessuno, salvo un macchi­nista solitario che mangiava da un cartoccio, vicino a una locomotiva spenta, e non le disse nulla. Forse, anche i pochi sorveglianti erano andati a mangiare. Doveva essere mez­zogiorno passato da poco.

L’invisibile vocio si andava avvicinando e cresceva, an­che se, in qualche modo, suonava inaccessibile quasi venisse da un luogo isolato e contaminato. Richiamava insieme cer­ti clamori degli asili, dei lazzaretti e dei reclusorii: però tut­ti rimescolati alla rinfusa, come frantumi buttati dentro la stessa macchina. In fondo alla rampa, su un binario morto rettilineo, stazionava un treno che pareva, a Ida, di lun­ghezza sterminata. Il vocio veniva di là dentro.

Erano forse una ventina di vagoni bestiame, alcuni spa­lancati e vuoti, altri sprangati con lunghe barre di ferro si portelli esterni. Secondo il modello comune di quei traspor­ti, i carri non avevano nessuna finestra, se non una minu­scola apertura a grata posta in alto. A qualcuna di quelle grate, si scorgevano due mani aggrappate o un paio d’occhi fissi. In quel momento, non c’era nessuno di guardia al treno.

La signora Di Segni era là, che correva avanti e indietro sulla piattaforma scoperta, con le sue gambucce senza cal­ze, corte e magre, di una bianchezza malaticcia, e il suo spolverino di mezza stagione sventolante dietro al corpo sformato. Correva sguaiatamente urlando lungo tutta la fila dei vagoni con una voce quasi oscena: “Settimio! Settimio!… Graziella!… Manuele!… Setti­mio!… Settimio! Esterina!… Manuele!… Angelino!…”.  Dall’interno del convoglio, qualche voce ignota la rag­giunse per gridarle d’andar via: se no quelli, tornando fra poco, avrebbero preso lei pure: “Nooo! No, che nun me ne vado! » essa in risposta inveí minacciosa e inferocita, pic­chiando i pugni contro i carri, “qua c’è la mia famiglia! chiamateli! Di Segni! Famiglia Di Segni! “… “Settimioo!!”, eruppe d’un tratto, accorrendo protesa verso uno dei vagoni e attaccandosi alla spranga del portello, nel tentativo impossibile di sforzarlo. Dietro la graticciòla in alto, era comparsa una piccola testa di vecchio. Si vedevano i suoi occhiali tralucere fra il buio retrostante, sul suo naso maci­lento, e le sue mani minute aggrappate ai ferri.

“ Settimio! e gli altri?! sono qua con te?”. “Vattene, Celeste”, le disse il marito, “ ti dico: vattene subito, che quelli stanno per tornare…”. Ida riconobbe la sua voce lenta e sentenziosa. […].L’interno dei carri, scottati dal sole ancora estivo, rin­tronava sempre di quel vocio incessante. Nel suo disordine, s’accalcavano dei vagiti, degli alterchi, delle salmodie da processione, dei parlottii senza senso, delle voci senili che chiamavano la madre; delle altre che conversavano appar­tate, quasi cerimoniose, e delle altre che perfino ridacchia­vano. E a tratti su tutto questo si levavano dei gridi sterili agghiaccianti; oppure altri, di una fisicità bestiale, escla­manti parole elementari come “bere! “aria!”. Da uno dei vagoni estremi, sorpassando tutte le altre voci, una donna giovane rompeva a tratti in certe urla convulse e laceranti. tipiche delle doglie del parto. […]

La signora Di Segni, protesa verso quel viso occhialuto alla graticciòla, s’era messa a chiacchierare frettolosamente, in una specie di pettegolezzo febbrile, ma pure nella ma­niera familiare, e quasi corrente, di una sposa che rende conto del proprio tempo allo sposo. Raccontava come sta­mattina verso le dieci, secondo il previsto, era tornata da Fara Sabina con due fiaschi d’olio d’oliva che ci aveva rime­diato. E arrivando aveva trovato il quartiere deserto, le porte sbarrate, nessuno nelle case, nessuno nella via. Nes­suno. E s’era informata, aveva chiesto qua, là, al caffettiere ariano, al giornalaio ariano. E domanda qua, e domanda là. Pure il Tempio deserto. “ … e corri de qua, e corri de là, e da uno e da un artro… Stanno ar Colleggio Militare.., a Ter­mini… alla Tibburtina…”.

“Vattene, Celeste”. “No che non me ne vado!! Io puro so’ giudia! Vojo montà pur’io su questo treno!!”. “Resciúd, Celeste, in nome di Dio, vattene, prima che quelli tornino”.

“Noooo! No! Settimio! E dove stanno gli altri? Manue­le? Graziella? er pupetto?… Perché nun se fanno véde?”. D’un tratto, come una pazza, ruppe di nuovo a urlare: “An­gelinoo! Esterinaa! Manuele! Graziella!”. Nell’interno del vagone si avvertì un certo sommovimen­to. Arrampicatisi in qualche modo fino alla grata, s’intrav­videro, alle spalle del vecchio, una testolina irsuta, due oc­chietti neri…“Esterinaa! Esterinaaa! Graziellaa! Apritemi! Nun ce sta gnisuno, qua? Io so’ giudia! So’ giudia! Devo partí pur’io! Aprite! Fascisti! FASCISTI! aprite!  Gridava fa­scisti non nel senso di un’accusa o di un insulto, ma proprio come una qualificazione interlocutoria naturale, al modo che si direbbe Signori Giurati o Ufficiali, per appellarsi agli Ordini e Competenze del caso. E si accaniva nel suo tenta­tivo impossibile di sforzare le sbarre di chiusura.

“Vada via! Signora! Non resti qui! È meglio per lei! Se ne vada subito!”. Dai servizi centrali della Stazione, di là dallo scalo, degli uomini (facchini o impiegati) si agitavano a distanza verso di lei, sollecitandola coi gesti. Però non si avvicinavano al treno. Sembravano, anzi, evitarlo, come una stanza funebre o appestata. Della presenza di Ida, rimasta un poco indietro al limite della rampa, non s’interessava ancora nessuno; e lei pure s’era quasi smemorata di se stessa. Si sentiva invasa da una debolezza estrema; e per quanto, li all’aperto sulla piatta­forma, il calore non fosse eccessivo, s’era coperta di sudore come avesse la febbre a quaranta gradi. […].

Sentì suonare delle campane; e le passò nella testa l’av­viso che bisognava correre a concludere il giro della spesa giornaliera, forse le botteghe già chiudevano. Poi sentì dei colpi fondi e ritmati, che rimbombavano da qualche parte vicino a lei; e li credette, lí per lí, i soffi della macchina in movimento, immaginando che forse il treno si preparasse alla partenza. Però subitamente si rese conto che quei colpi l’avevano accompagnata per tutto il tempo ch’era stata qua sulla piattaforma, anche se lei non ci aveva badato prima; e che essi risuonavano vicinissimi a lei, proprio accosto al suo corpo. Difatti, era il cuore di Useppe che batteva a quel modo. Il bambino stava tranquillo, rannicchiato sul suo brac­cio, col fianco sinistro contro il suo petto; ma teneva la te­sta girata a guardare il treno. In realtà, non s’era piú mosso da quella posizione fino dal primo istante. E nello sporgersi a scrutarlo, lei lo vide che seguitava a fissare il treno con la faccina immobile, la bocca semiaperta, e gli occhi spalancati in uno sguardo indescrivibile di orrore.

“Useppe…”, lo chiamò a bassa voce. Useppe si rigirò al suo richiamo, però gli rimaneva negli occhi lo stesso sguardo fissa, che, pure all’incontrarsi col suo, non la interrogava. C’era, nell’orrore sterminato del suo sguardo, anche una paura, o piuttosto uno stupore attonito; ma era uno stupore che non domandava nessuna spie­gazione. “Andiamo via, Useppe! Andiamo via!”. Nel momento che essa si girava per affrettarsi via di là, sui gridi persistenti alle sue spalle si distinse una voce d’uo­mo che chiamava: “Signora, aspetti! Mi senta! Signora!”. Essa si voltò: era proprio a lei, che si dirigevano quei ri­chiami. Da una delle piccole grate, che lasciava scorgere una povera testa calva con occhi intenti che parevano ma­lati, una mano si sporse a gettarle un foglietto.

Nel chinarsi a raccattarlo, Ida si avvide che là, spersi per terra lungo i vagoni (dai quali già emanava un odore greve) c’erano, fra scorie e rifiuti, degli altri simili foglietti accar­tocciati; ma non ebbe la forza di fermarsi a raccoglierne. E nel correre via, si ripose in tasca, senza guardarlo, quel pez­zetto di carta scritta, mentre lo sconosciuto dietro la grata seguitava a gridarle dietro dei grazie, e delle raccomanda­zioni indistinte” (Elsa Morante da “La Storia” Einaudi 1974  Pag.243-247).

 

Film, La Storia di Luigi Comencini

Il romanzo La Storia di Elsa Morante ha avuto una superba riduzione cinematografica nel 1986, con lo stesso titolo del libro, grazie al regista Luigi Comencini. Il film, genere drammatico e bellico, dura duecento quaranta minuti, con la sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico e Cristina Comencini. Musiche di Fiorenzo Carpi, Gianfranco Plenizio e Enrico Pieranunzi. La scenografia è opera di Paola Comencini, Luca Gobbi, Chantal Laurent. I costumi sono di Carolina Ferrara e Paola Marchesin. Interpreti e personaggi: Claudia Cardinale (Ida), Francisco Rabal (Remo), Andrea Spada (Useppe), Antonio Degli Scalzi (Nino), Fiorenzo Fiorentini (Cucchiarelli), Tobias Oesl (Günther), Lambert Wilson (Carlo/ Davide), Carolina Lang (Anita), Anna Recchimuzzi (Mercedes), Maria Teresa Albani (Wilma), Silvana De Santis (Santina). Il film tralascia la prima parte del lavoro letterario. Racconta principalmente la vita da sfollati della protagonista Ida Ramundo e del figlio minore Useppe, che trovano rifugio negli enormi stanzoni situati a Pietralata.

Raimondo Giustozzi

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