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Cultura. Continua la proposta di alcuni romanzi della narrativa Italiana. “La Ciociara” (1957) di Alberto Moravia.

la Ciociara copertina libroContinua la proposta di alcuni romanzi propri della narrativa italiana del novecento.

 “La Ciociara” (1957) di Alberto Moravia

Trama breve

Cesira è una contadina della Ciociaria, che si trasferisce a Roma dopo aver sposato un negoziante romano. Rimasta vedova, la donna continua l’attività del marito e alleva la figlia, Rosetta. Intanto a Roma arriva la guerra. I tedeschi si ritirano e gli americani premono da sud, per liberare la città dall’occupazione, seppur molto lentamente. Diventando in città la vita pericolosa a causa della scarsità dei viveri e della guerra, Cesira e Rosetta si allontanano da Roma per trasferirsi nella campagna e più precisamente a Fondi, il paese natio di Cesira. Dopo un lungo viaggio in treno, le donne arrivano al paese e si accorgono che è disabitato. Decidono allora di tornare indietro e di chiedere ospitalità in una casa che avevano visto lungo la strada. Le due donne non restano lì per molto poiché si accorgono che la famiglia che ci vive, padre, madre e due figli disertori, non è per niente onesta. Così incamminandosi nuovamente, trovano riposo e accoglienza sotto pagamento a Sant’Eufemia, dove rimangono per quasi tutto il loro “viaggio”. Quando cominciano a esistere segni della fine della guerra, partono per Roma. Ma durante il cammino, Rosetta venne stuprata in un chiesa da alcuni soldati marocchini, che combattono con i Francesi. L’episodio cambia radicalmente la vita della ragazza.

Personaggi più importanti.

Cesira: una delle due protagoniste della vicenda ed è anche l’intera narratrice della storia. Cesira è una donna forte, che non si lascia scoraggiare dalle difficoltà ed è sempre pronta ad agire. Forse questo è dovuto alle sue origini di ciociara e al fatto di non essere mai stata “adagiata sugli allori”, ma di avere sempre avuto una vita attiva. Rosetta: la figlia di Cesira. È una ragazza giovane, inesperta del mondo siccome è sempre stata protetta dalla madre che l’ha sempre allevata all’onestà e all’innocenza. È una fedele cristiana e considera la religione una fra le cose più importanti, al contrario della madre che è religiosa quel tanto che basta. Questa sua “santità” però viene cancellata quando subirà una violenza da parte di alcuni soldati. A causa di questo trauma è dovuta crescere troppo velocemente, così Rosetta si lascerà andare e diventerà una prostituta. Michele è un giovane che le due donne conoscono sulle montagne, presso il villaggio di Sant’Eufemia. È molto istruito, ha frequentato le scuole fino all’università dove si è laureato in lettere, è pure stato per un periodo di tempo in seminario ma poi se ne è andato. È un antifascista convinto, è molto coerente con le sue idee, pensa che la guerra sia una barbarie. Michele si affeziona molto a Cesira e Rosetta; resta sempre con loro durante tutto il giorno e insieme parlano, discutono, fanno lunghe passeggiate per i monti. Purtroppo un giorno, durante la ritirata nazista, Michele viene catturato e costretto a mostrare ai nazisti un sentiero che possa portarli ad un rifugio al di là dei monti. Michele non torna mai più da quel sentiero. TEMA: Moravia vuole mostrare la tragedia della guerra, vista come qualcosa di atroce, a cui nessuno può sfuggire e che sconvolge la vita di ogni persona non solo per il fatto che porta alla povertà e alla morte, ma, e soprattutto, perché entra nelle vite della gente in modo improvviso sconvolgendole. Con la guerra non esistono più regole e ogni persona, anche la più buona e generosa, perde queste qualità per diventare egoista e senza scrupoli per sopravvivere. Così la gente si trova a rubare o ad approfittare degli altri per bisogno o per fame. Riflessioni di Cesira: “La guerra sconvolge tutto e, insieme con le cose che si vedono, ne distrugge tante altre che non si vedono eppure ci sono”. “Uno dei peggiori effetti delle guerre è di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà”.

Vita nella stalla di Alberto Moravia

L’otto settembre mi colse del tutto impreparato. Avevo ragioni fondate di credere che i fascisti mi avrebbero arrestato (e infatti poi vennero parecchie volte a cercarmi a casa mia) e non sapevo dove nascondermi. Alla fine decisi di andarmene più a sud che fosse possibile nella speranza di passare il fronte o almeno di incontrarmi con l’avanzata alleata. Se fossi andato dalla parte dell’Abruzzo, come fecero tanti altri, avrei passato il fronte con relativa facilità. Sfortuna volle che mi dirigessi verso Napoli per la ferrovia lungo il mare. Giunto a Fondi che era il termine della ferrovia, da persone che conoscevo in quella città fui persuaso a rimanere in attesa dell’avanzata alleata che tutti consideravano sicura. Mi sono poi pentito moltissimo di non aver continuato con mezzi di fortuna almeno fino al Volturno, cosa allora abbastanza facile; ma dopo la campagna di Sicilia, così rapida, era impossibile prevedere che la guerra si sarebbe fermata su quel fiume per tanti mesi. Andai ad abitare presso dei contadini non lontano dalla città. Ebbi modo in quell’occasione di conoscere a mie spese la mitomania che interviene dovunque vengano a mancare i giornali e gli altri ordinari mezzi di informazione. Gli alleati, secondo le voci correnti, dovevano arrivare ogni giorno; intanto però non arrivavano che i tedeschi e un bel giorno tornarono anche i fascisti che proclamarono la repubblica sociale e appesero alla finestra del fascio locale un loro bandierone nero. Io avevo allora più che odio dei fascisti, quasi una fobia della loro apparenza fisica: di quelle camicie nere, di quei gesti, di quelle grinte, di tutto quell’insopportabile armamentario che avevo subìto per vent’anni senza mai riuscire ad avvezzarmi. Un po’ per questa fobia, un po’ perché i tedeschi andavano in giro prendendo quanti uomini trovavano per i loro lavori di fortificazione, un mattino lasciai la casa in pianura e caricato sopra un asino quel po’ di roba che avevo portata da Roma me ne andai verso la montagna. Si salì per tre ore per certi sentieri sassosi più simili a letti prosciugati di torrenti che a viottoli, tra le macchie e i massi erratici, in un paesaggio bello e selvatico; alla fine della salita trovammo una specie di gola solitaria con due o tre casette inerpicate sul pendio, sotto la cresta rupestre della montagna. Queste casette a ridosso della china sorvegliavano le coltivazioni a terrazza che i contadini strappano alla montagna dissodando le macchie e le sassaie. Incontrai uno di questi contadini, gli chiesi ospitalità, non aveva che una piccola stalla addossata alla sua casa e l’accettai. Credevo di avere a passare pochi giorni in quella stalla. Ci trascorsi nove mesi. Il mio soggiorno a Sant’Agata, ché così si chiamava quella località, si può dividere in tre periodi: il primo quando si sperava ancora di essere liberati dall’avanzata alleata, da settembre a gennaio; il secondo, quando si sperava di essere liberati dallo sbarco di Anzio, da gennaio a marzo; il terzo quando non si sperava più nulla e si faceva conto di passare un secondo inverno lì o altrove, sotto i tedeschi. Nel primo periodo, per circa un mese dovetti alzarmi ogni mattina alle cinque e correre in cima alla montagna per sfuggire alle requisizioni dei tedeschi. Queste passeggiate erano molto belle: si saliva dapprima tra la macchia, contornando certe rupi gigantesche, poi attraverso una pietraia bianca tutta sparsa di querce, finalmente si raggiungevano i piccoli prati verdi e freschi che tappezzavano la cima del monte. Di lassù si vedevano tutt’intorno gole e forre profonde e più lontano i monti già nevosi della Ciociaria. A sud scintillava il mare che non mi parve mai così libero come allora. E quante volte guardando al profilo dell’Isola di Ponza occupata dagli alleati fantasticai di imbarcarmi e raggiungerla a qualsiasi costo. Quei luoghi erano rimasti quali li aveva conosciuti il leggendario pastore di Fondi quando vi si era rifugiato dopo il suo delitto; luoghi vergini, solitarii, maestosi, pieni di grotte, di rupi, di boscaglie, di macchie, di anfratti; luoghi proprio da briganti e da fuggiaschi. Io restava lassù molte ore senza far nulla, poiché non avevo libri; e verso l’imbrunire scendevo alla mia stalla. Poi vennero le piogge, non come sogliono in Italia, ma come in un paese tropicale. Un diluvio che cominciò alla fine di ottobre e durò fino a capodanno. Debbo ora descrivere la stalla in cui vivevo insieme con mia moglie. In piedi quasi si toccava il soffitto, i muri erano sporchi e pieni di ragnatele, in terra c’era il fango, la mobilia comprendeva un letto di assi con sopra un sacco pieno di paglia, un tavolo e, purtroppo, un telaio di tipo medievale il cui fracasso, nei giorni piovosi, ci teneva compagnia da otto a dieci ore di seguito. Di seggiole non ce n’era che una, da bambini, e questo perché i contadini che consideravano le seggiole suppellettili di lusso da adoperare soltanto in occasioni straordinarie, le tenevano appese al soffitto e a nessun patto ce le vollero dare. Mia moglie sedeva su quella bassa seggiolina e io stavo disteso sul letto. In questo modo abbiamo passato mesi interi, senza far nulla, a guardare la pioggia che scrosciava di fuori e formava una nebbia liquida che impediva la vista. La sola occupazione era cucinare, ma era un’occupazione assai ingrata perché non c’erano né fornelli né cucina e bisognava cuocere la roba sopra un tripode posato in terra, in una buia e puzzolente capanna. Ci voleva sempre una gran fatica per accendere la legna verde e bagnata e, una volta accesa, ne veniva fuori un tale fumo che in quella capanna persino i gatti avevano gli occhi perennemente lagrimosi. Eppure, nonostante il fumo, il buio, il fango e la sporcizia, nei giorni di pioggia la capanna era sempre piena di gente accoccolata alla maniera africana su ciocchi di legno, intorno il fuoco. Le donne filavano, gli uomini si rappezzavano le ciocie, i bambini urlavano e piangevano e io, inginocchiato in terra, soffiavo nel fuoco che minacciava continuamente di spegnersi. Era la prima volta che vivevo in una capanna e ricordandomi di aver letto in nostri scrittori provinciali descrizioni addirittura poetiche di una tale vita, mi meravigliavo che avessero potuto farlo. Evidentemente le capanne le avevano viste da lontano, pittoresche senza dubbio con il loro tetto di paglia che scende fin quasi a terra. Ma debbo riconoscere che quei contadini nella capanna si trovavano benissimo e si stupivano quando io ne lamentavo gli inconvenienti. In gennaio il vento di scirocco cadde, soffiò la tramontana spazzando via le nubi e in un gran freddo, sotto un cielo gelato e azzurro si seppe dello sbarco di Anzio. Grandi speranze furono formulate che svanirono ben presto appena si scoprì che lo sbarco si era fermato. Incominciarono i mesi più duri. La gente, nella speranza ingenua di un pronto arrivo degli alleati, aveva stupidamente sciupato le provviste e la poca roba che restava costava carissima. I bombardamenti, d’altra parte, cominciarono a farsi frequenti. Quasi ogni giorno vedevamo dieci, venti aeroplani apparire dietro le montagne, avventarsi sopra Fondi e poi gettarsi a picco uno dopo l’altro. La pianura rintronava di esplosioni, i campi si punteggiavano di fiocchi di fumo nero, si scorgevano distintamente nella città le case saltate in aria tra lingue di fuoco e volute di fumo. I tedeschi dal canto loro tormentavano continuamente la popolazione con requisizioni d’uomini e depredazioni. In montagna ci venivano di rado, ma quelle poche volte tutti correvano a nascondere tra le rocce o nella macchia il sacco di farina, il lardo, la treccia di cipolle. I contadini si avvertivano a vicenda dell’arrivo dei tedeschi con una parola che gridavano da un poggio all’altro: malaria. Gli austriaci erano i meglio e non nascondevano il loro desiderio che la guerra finisse al più presto. Gli altri ripetevano il solito ritornello che l’Italia aveva tradito e che gli italiani erano tutti dei traditori. Tutti questi mesi furono passati a cercare roba da mangiare e a discutere la situazione militare. C’erano lassù oltre i contadini, molta gente scappata da Fondi, quasi tutti negozianti. Debbo dire che se avessi dovuto giudicare la maturità politica del popolo italiano da quel piccolo mondo, avrei dovuto disperare. I contadini, tutti analfabeti, non sapevano neppure che cosa fossero il nazismo, il fascismo, la Germania o l’Inghilterra; gli altri ne sapevano poco di più e non pensavano che a conservarsi. In nove mesi non sentii parlare neppure una sola volta dell’Italia e della catastrofe dell’Italia. Tutto questo era scusabile date le terribili condizioni in cui vivevano quelle persone ammassate in capanne e in tuguri; ma, purtroppo, si sentiva che neanche in condizioni migliori la loro mente si sarebbe mai levata al disopra delle materialità più immediate del vivere quotidiano. Molte volte sentii dire: venga il tedesco, venga l’inglese, venga chi vuole purché si possa tornare a casa. Questo però era un discorso dettato dalla disperazione. In generale i tedeschi erano odiati e gli alleati aspettati con ansia. Ma i motivi politici e patriottici non c’entravano, si trattava sempre di preferenze ispirate dal tornaconto e da altre considerazioni strettamente locali e personali. In aprile cominciò la fame. La montagna si era fatta bella in quell’aria mite e poetica, con grandi fioriture tremolanti di mandorli, di peri e di peschi, e campi di grano di un verde tenero alternati a campi di lino celesti. Ma sotto quella bellezza fiorita si nascondeva la penuria anzi l’assenza completa di frutta, di verdura, di tuberi edibili, di cose insomma da mangiare. Tutti andavano per la montagna a raccogliere erbe commestibili e io con loro. Queste erbe si chiamavano nel linguaggio locale erba santamaria, crispigno, caccialepre, quaiozza, pisciacane, ognuno ne faceva un gran fascio che dopo la cottura si riduceva a due o tre pallottole verdi. Chi aveva grassi ci aggiungeva un po’ di strutto o di olio; i più le divoravano senza condimenti. La gente si guardava con sospetto, gli sforniti invidiavano i provvisti, avvenivano furti e sparizioni, alcune famiglie avevano facce incavate, pallori verdi, pance gonfie, membra scheletrite. Quando giunsero gli americani già si parlava di formare delle bande al fine di requisire la poca roba che restava. La liberazione ci risparmiò, dopo tante sofferenze, anche quella di assistere ad una specie di brigantaggio organizzato. Gli americani si fecero precedere da un terribile fuoco di artiglieria. I proiettili fischiavano sulle nostre teste, i tedeschi rispondevano con i mortai e non di rado le granate esplodevano nella montagna. Finalmente, il ventun maggio, i tedeschi se ne andarono e giunsero le prime pattuglie alleate. Sei tedeschi fuggiaschi, laceri e affamati, si lasciarono di buon grado disarmare da me e dai contadini. Uno di loro piangeva, gli altri parevano contenti. Discesi a valle e trovai lo spettacolo diventato poi così comune: i soldati americani con le loro armi, i loro infiniti camion, le loro scatole e le loro sigarette e, intorno, torme di italiani cenciosi, affamati, ammirati che li interpellavano, gli chiedevano roba da mangiare, li applaudivano. Andai a Fondi e trovai fame, macerie e stracci. Cominciava una nuova vita.

Alberto Moravia

Riassunto del romanzo

Capitolo I

Cesira, nata in Ciociaria, si è stabilita a Roma all’età di sedici anni in seguito al matrimonio con il proprietario di un negozio di alimentari, “in Trastevere, al vicolo Cinque e il quartierino sopra il negozio stesso”. Il matrimonio si è rivelato infelice, e solo dopo la morte del marito Cesira ha trovato la sua pace con la figlia Rosetta. Gli anni 1940-’42 e parte del ’43 sono per Cesira anni felici, nonostante la guerra. Anzi, grazie alla guerra la donna riesce a fare buoni affari, vendendo in borsa nera. Cesira mostra un totale disinteresse nei confronti degli uomini. Disinteresse ed ignoranza sono totali anche per quanto riguarda la guerra: Mussolini o Badoglio, gli inglesi o i tedeschi, per Cesira è lo stesso, purché vada avanti il negozio, purché alla figlia diciottenne – che ama teneramente e per la quale si sacrifica – non manchi nulla. Rosetta è anche fidanzata con Gino che si trova militare in Jugoslavia. La mamma dice a Rosetta: “Prega Iddio che la guerra duri ancora un par d’anni… tu allora non soltanto ti fai la dote e il corredo, ma diventi anche ricca.” (p. 11, 12) Ma nel settembre del ’43, costretta dalla carestia e dai bombardamenti, Cesira decide di lasciare Roma per rifugiarsi a Vallecorsa, suo paese natale in Ciociaria, dove ancora vivono i genitori. Dopo aver affidato – non senza un accurato inventario – la casa ad un amico del marito, Giovanniun commerciante di carbone e legna da ardere, amico di suo marito”. Giovanni, con il quale il giorno precedente Cesira ha un rapporto erotico, di cui peraltro subito si pente, accompagna in carrozzella le due donne in stazione. Non prende la macchina che pur aveva perché temeva che gli venisse requisita dai tedeschi

Capitolo II

Il viaggio si interrompe nei pressi di Fondi: il treno non può proseguire perché le rotaie sono state bombardate. Cesira e Rosetta raggiungono Fondi a piedi, ma la cittadina è abbandonata. Le due donne lasciano Fondi e trovano ospitalità presso una famiglia di contadini composta da Concetta, il marito Vincenzo, i due figli Rosario e Giuseppe. Cesira non tarda a scoprire che si tratta di “una famiglia di delinquenti” (pag. 45), ladri e borsaneristi. I due giovani spaventano in modo particolare Cesira e la figlia: un giorno raccontano di aver violentato, per rappresaglia, al tempo della guerra in Albania, tutte le donne piacenti di un villaggio. Inoltre, un paio di giorni dopo l’arrivo di Cesira e Rosetta, giungono due fascisti ‘repubblichini’, che cercano i figli di Concetta, imboscatisi dopo l’8 settembre. I due fascisti, uno in particolare, Scimmiozzo, mostrano un particolare interesse per Rosetta, vogliono che la ragazza lavori nella loro caserma, fanno un patto con Concetta: smetteranno di cercare i figli, se Concetta convince Cesira a mandare Rosetta da loro. Concetta è immediatamente d’accordo. Cesira si ribella: “Ma che dici? Sei matta? Io non dico niente, dico soltanto che siamo in guerra e l’importante in guerra è non mettersi contro il più forte. Oggi sono i fascisti ad essere più forti e bisogna stare con i fascisti. Domani saranno magari gli inglesi e allora ci metteremo con gli inglesi. Ma tu non capisci che Rosetta loro la vogliono chissà perché. Non l’hai visto, quel disgraziato, come le guardava tutto il tempo il petto? Eh, che sarà! Tanto, un uomo o un altro, dovrà pure venire quella volta” (pag. 53). Cesira finge di volerci pensare su, in realtà decide di fuggire e di chiedere aiuto ad un suo conoscente, Tommasino, anch’egli negoziante. All’alba del giorno seguente madre e figlia fuggono. Prima di uscire dalla capanna mi affacciai appena dalla porta e guardai verso l’aia: si intravedevano in terra i fichi sparpagliati a seccare, una seggiola su cui Concetta aveva dimenticato un cestello pieno di granoturco”.

Capitolo III

Cesira si rivolge a Tommasino. Questi, quando lei gli dice di avere soldi e dunque di potersi permettere di pagare in contanti, si decide ad aiutarla. Conduce le due donne in un villaggio, Sant’Eufemia, dove oltre ai contadini vivono alcune famiglie di sfollati. Cesira, salendo per le mulattiere della montagna si ritrova nel proprio ambiente. Era cresciuta lì da ragazza. Tommasino e Cesira no. Di tanto in tanto avevano bisogno di riposarsi. Le gambe di Cesira invece quasi andavano da sole. Cesira ritrova le coltivazioni a terrazza, le “macere” come vengono chiamate in dialetto ciociaro: “Consistono in tante strisce lunghe e strette di terreno fertile, sorrette ciascuna da un mucchio di pietre a secco. Su queste strisce cresce un po’ di tutto: grano, patate, granturco,, ortaggi, lino; nonché alberi da frutteto che si vedono difatti qua e là sparsi tra le coltivazioni… Costano un’enorme fatica, queste macere, perché il contadino per farle, deve dissodare il pendio della montagna, estirpando la macchia, strappando ad uno ad uno i sassi e portando su, a braccia, nonché le pietre dei muretti, perfino la terra. Una volta fatte, però gli assicurano la vita, dandogli tutto quanto gli è necessario, di modo che, per così dire, non ha più bisogno di acquistare niente” (pag. 64).Tra gli sfollati vi è anche il fratello di Tommasino, Filippo Festa, negoziante, proprietario di un emporio. Se Tommasino è riservato, Filippo invece è espansivo e cordiale. Al loro arrivo madre e figlia vengono invitate a pranzo appunto da Filippo, che festeggia l’anniversario delle sue nozze. Conoscono, fra gli altri, Michele, il figlio di Filippo. A tavola si mangia molto, regna l’allegria più completa, e in modo particolare Filippo mostra di credere fermamente che l’arrivo degli inglesi porterà l’abbondanza. Solo Michele non condivide l’euforia generale e si allontana. Cesira e Rosetta trovano ospitalità presso un contadino, Paride che vive con la propria famiglia: la moglie Luisa, una bambina ed un bambino di nome Donato. Con lui e la sua famiglia madre e figlia trascorrono la serata del loro primo giorno a Sant’Eufemia, in una stanzetta appoggiata su un lato alla parete rocciosa del monte. Sporco, sudiciume, buio regnano nella stanza che Cesira e Rosetta devono condividere di giorno con Luisa, la moglie di Paride. Nella stessa stanza infatti, su un lato è sistemato un grosso telaio manovrato da Luisa intenta a confezionare maglie e calze per la propria famiglia. Nella stanza c’è una sola sedia, occupata da Rosetta, mentre Cesira siede sul letto. A cena, invitate da Paride, conoscono Giacinta, la sorella, con i suoi tre bambini. Il marito è in Russia. Con Paride e la sorella c’è anche la cognata di Paride, Anita con i suoi figli. Anche suo marito è in Russia. Paride non è stato chiamato alle armi perché “aveva due dita in meno alla mano destra”. Verso la fine del capitolo, Cesira descrive per la prima volta compiutamente il carattere di Rosetta: una ragazza “buona, franca, sincera, disinteressata”, senza difetti, capace di dire e di fare sempre “la cosa giusta” (p. 86). La prima notte, Rosetta e la mamma la trascorrono in compagnia di una nidiata di topolini, ben dieci, ma su di loro e sui roditori veglia un bel gattino “nero, con gli occhi verdi, magro ma giovane e lustro, se ne stava seduto in fondo al letto, guardandoci fisso, pronto a saltar via per la finestrella dove era entrato… Questo gatto dormì con noi per tutto il tempo che restammo a Sant’Eufemia e si chiamava Gigi” (pag. 88).

Capitolo IV

Pochi giorni dopo Tommasino porta a Cesira le provviste da lei ordinate e più che mai necessarie, giacché gli inviti a pranzo da parte dei Festa si sono andati diradando sino a cessare del tutto. Si attende l’arrivo degli alleati, se ne parla di continuo, ma notizie sicure non se ne hanno. Cesira e Rosetta passano gran parte del tempo con Michele. Egli, un giovane di venticinque anni, laureato, è diverso dagli altri sfollati: non parla di denaro e di abbondanza, stigmatizza in modo spietato la mentalità gretta ed egoista del padre e degli altri sfollati, critica duramente il fascismo ed il nazismo, espone la sua fiducia nei contadini e negli operai per un riscatto dell’umanità. Sebbene non sempre lo capiscano, sebbene Rosetta sia irritata dalle critiche di Michele ai preti (Rosetta è religiosissima), tuttavia le due donne preferiscono la compagnia del giovane a quella degli altri. Tra gli sfollati vi è un sarto, Severino, il quale ha investito il suo denaro in una quantità di stoffe, accuratamente nascoste, e si propone, appena finita la guerra, con i prezzi saliti alle stelle, di rivenderle e di guadagnarci su. Ma un giorno un suo ex lavorante gli comunica che le stoffe sono state rubate. Severino indaga e scopre che sono stati alcuni fascisti, si rivolge allora ad un soldato tedesco, anche lui sarto, che sale al campo di Sant’Eufemia. Tutti gli sfollati gli si fanno attorno per conoscere gli sviluppi della guerra. Il tedesco di nome Hans, finge di aiutarlo, ma, una volta recuperate le stoffe, se ne impossessa e manda Severino a lavorare alle fortificazioni del fronte. Una sera Michele legge alla famiglia di Paride e a Cesira e Rosetta un passo del Vangelo: la resurrezione di Lazzaro. Tutti manifestano una noia mortale. Eppure Michele ci mette tutta l’anima per far capire di cosa si trattasse. Nel corso della lettura si mette anche a piangere. Qualcuno pensa che fosse il fumo della stanza ad infastidirlo. Qualcun altro pensa agli affari suoi. Rendendosi conto della noia e dell’indifferenza dei contadini, il giovane reagisce con durezza: “macché fumo… io non vi leggerò più perché voi non capite… ed è inutile cercare di far capire a chi non potrà mai capire. Intanto, però, ricordatevi questo: ciascuno di voi è Lazzaro e io leggendo la storia di Lazzaro ho parlato di tutti voi, di te Paride, di te Luisa, di te Cesira, di te Rosetta, e anche di me stesso e di mio padre e di quel mascalzone di Tonto (un collaborazionista dei tedeschi) e di Severino con le sue stoffe e degli sfollati che stanno quassù e dei tedeschi e dei fascisti che stanno giù a valle e insomma di tutti quanti…siete tutti morti, siamo tutti morti e crediamo di essere vivi… finché crederemo di essere vivi perché ci abbiamo le nostre stoffe, le nostre paure, i nostri affarucci, le nostre famiglie, i nostri figli, saremo morti… soltanto il giorno in cui ci accorgeremo di essere morti, stramortì, putrefatti, decomposti e che puzziamo di cadavere lontano un miglio, soltanto allora cominceremo ad essere appena appena vivi… Buonanotte” (pag. 124). Paride ed altri presenti ritengono che Michele parla così perché non è figlio di contadini ma di signori. Una mattina Michele entra improvvisamente nella camera di Cesira e Rosetta. Rosetta, che si è appena lavata, è completamente nuda; Michele non ne è per nulla turbato, non mostra il benché minimo interesse, e più tardi a Cesira, che si meraviglia della freddezza di lui di fronte ad una bella ragazza nuda, dice seccamente che queste cose per lui non esistono: “La vedrà nuda…poco male, tanto più che non l’ha fatto apposta…così vedrà quanto è bella la mia Rosetta…Michele si voltò serio verso di me e disse in fretta che lo scusassi, forse  era venuto troppo presto, ma ad ogni modo voleva dirci la grande novità che aveva appreso allora da un giovanotto di Pontecorvo che girava la montagna per vendere il tabacco: i russi avevano sferrato una grande offensiva (Stalingrado 10 gennaio 2 febbraio 1943) contro i tedeschi e questi si ritiravano da tutto il fronte… Quel giorno stesso, trovai modo di parlargli da sola a solo e gli dissi sorridendo: Tu, Michele, è proprio vero, non sei fatto come gli altri giovanotti della tua età”. Lui si rannuvolò e domandò: “E perché” Io: “Hai avuto sotto gli occhi una bella ragazza come Rosetta, nuda, e non hai pensato che ai russi e ai tedeschi e alla guerra, e, per così dire, non l’hai manco vista”. Lui ci rimase male e anzi quasi si arrabbiò e disse: “Che sciocchezze sono queste? Mi meraviglio che tu, che sei sua madre, pali in questo modo”. Io gli dissi allora: “Anche lo scarafone è bello a mamma sua, non lo sai Michele? E poi che c’entra? Mica te l’ho detto io di venire stamattina ed entrare senza bussare. Ma una volta entrato, forse mi sarei arrabbiata se tu avessi guardato Rosetta con troppa insistenza ma in fondo, proprio perché sono sua madre, non mi sarebbe dispiaciuto del tutto”. Lui sorrise, in una maniera sforzata, e poi disse: Queste cose per me non esistono: E questa fu la prima e l’ultima volta che parlai con lui di queste cose” (pag. 127).

Capitolo V

Novembre ’43: periodo delle piogge. L’avanzata degli alleati si blocca sul fiume Garigliano, il fronte si stabilizza un po’ a sud di Sant’Eufemia; i tedeschi sono attendati nella pianura di Fondi. Un giorno un contadino porta un bando dei tedeschi in cui si intima lo sgombero di Sant’Eufemia. La disperazione degli sfollati e dei contadini è enorme; l’unico che non perde la calma è Michele, il quale convince tutti ad ignorare semplicemente gli ordini dei tedeschi: “Alla fine Michele si fece serio e disse ad un tratto: “Volete sapere quel che dovete fare? Non dovete fare niente, ecco tutto. Fate come se questo bando non l’aveste mai visto. Restate dove siete, continuate a fare la solita vita, ignorate i tedeschi, i loro proclami e le loro minacce. Se loro vogliono sgomberare davvero la zona hanno da farlo non con i pezzi di carta che non valgono niente, ma con la forza. Anche gli inglesi ce l’hanno la forza; però, per via del cattivo tempo non possono impiegarla e si sono fermati. Così i tedeschi. Se voi non vi muoverete, ci penseranno due volte prima di mandare i soldati quassù, per queste mulattiere. E anche se venissero, dovrebbero portarvi via con le braccia. Fate i sordi, insomma. Poi staremo a vedere. Non ce lo sapete che i tedeschi e i fascisti hanno fatto proclami dappertutto sempre con la pena di morte per chi non obbediva? Io stavo sotto le armi il venticinque luglio (destituzione di Mussolini) e disertai e poi loro fecero un proclama che ingiungeva, pena la morte, di raggiungere i propri reparti. Io invece di raggiungere il mio reparto, venni qui. Fate dunque come me e non muovetevi” (pag. 134). Durante il mese di Novembre, non cessò mai di piovere. Rosetta e Cesira stanno sempre nella casetta in compagnia di Michele che parla con loro su un po’ tutto. Le due donne amano ascoltarlo. Intanto, in un giorno imprecisato del mese assistono all0’uccisione di una capra che Filippo aveva comprato da Paride. Rosetta scappa inorridita per non assistere all’uccisione dell’animale. Il macellaio, un tale Ignazio “che tutto si sarebbe detto fuorché macellaio, un tipo malinconico e dinoccolato” squarta l’animale.

Un altro di quei giorni arriva Vincenzo, il marito di Concetta, il quale è parsenale di Filippo. Vincenzo racconta che fascisti e tedeschi hanno rubato tutta la roba che Filippo gli aveva affidato. In realtà, come Michele scopre facilmente, il ladro è lui. Verso la fine di dicembre, il tempo migliora. Si spera adesso in una rapida avanzata degli alleati. Cominciano invece i bombardamenti degli alleati su Fondi: gli sfollati passano dalla speranza alla disperazione. Gli sfollati, dopo alcuni giorni vengono a sapere che il bombardamento non era stato poi tanto disastroso. Parecchie case erano rimaste in piedi. Nel corso del bombardamento, Scimmiozzo, quello che aveva minacciato Cesira e Rosetta con il fucile, quando stavano da Concetta, muore come era vissuto: “Quel mattino, approfittando della bella giornata, era andato a Fondi e aveva scassinato la saracinesca di un negozio di mercerie. La bomba gli aveva fatto crollare la casa sulla testa e lui l’avevano ritrovato in mezzo alle fettucce e ai bottoni, con la mano ancora stretta sulla roba rubata” (pag. 145).

Un altro di quei giorni Cesira e Rosetta, accompagnate da Tommasino, stanno scendendo a valle, con l’intenzione di dare ai tedeschi lì accampati delle uova e avere in cambio del pane. I tre si trovano sotto un bombardamento. Tommasino, che fino ad ora ha rischiato la vita per il negozio, impazzisce di paura e il giorno seguente si rifugia con la famiglia in una grotta, dove pochi giorni dopo muore.

Capitolo VI

Si hanno notizie sempre più allarmanti circa i rastrellamenti dei tedeschi. I genitori convincono Michele a scappare all’alba in montagna e a ritornare la sera a Sant’Eufemia. Cesira e Rosetta vanno con lui. La descrizione di queste giornate è quanto di più bello del romanzo: “Cominciavamo a salire al buio, attraverso la macchia fitta e alta, che ci giungeva fino al petto, su per il sentiero incrostato di gelo. Non ci si vedeva, ma Michele ci aveva la lampadina tascabile e ogni tanto dirigeva il raggio della lampada sul sentiero e così andavamo avanti senza parlare: Intanto, mentre salivamo, il cielo incominciava ad impallidire dietro le montagne, facendosi pian piano di un grigio sporco, ma con ancora tante stelle che brillavano per l’ultima volta prima del giorno. Le montagne restavano nere sullo sfondo di questo cielo più chiaro e punteggiato di stelle e poi anche loro si schiarivano, rivelavano il loro colore verde qua e là chiazzato di scuro dalla macchia e dai boschi. Adesso le stelle non c’erano più e il cielo era di un grigio quasi bianco e tutta la macchia si svelava ai nostri occhi, secca, gelata dall’inverno, mortificata, silenziosa, e ancora addormentata. Ma il cielo si faceva gradualmente rosa all’orizzonte e azzurro sopra le nostre teste, e col primo raggio di sole che sprizzava dietro una di quelle montagne, acuto e scintillante come una freccia d’oro, tutti i colori saltavano fuori: il rosso vivo di certe bacche, il verde brillante della borraccina, il bianco cremoso dei pennacchi delle canne, il nero lustro dei rami marciti” (pag. 154, 155). Tale vita dura un paio di settimane. Durante questo periodo si verificano alcuni incontri che la narratrice registra. Incontrano: due soldati russi, di origine mongola, fuggiti da un campo di concentramento tedesco, un operaio italiano scappato dai lavori alle fortificazioni, due militari italiani, tenente l’uno, di nome Carmelo, borioso e fascista, Luigi il sottotenente che sfotte continuamente il compagno. Michele disprezza apertamente il tenente soprattutto quando quest’ultimo si vanta di aver rubato nei giorni dell’armistizio tutto quello che era riuscito a prelevare, mandandolo a casa, dai magazzini dell’esercito. I due cercano di tornare a casa, nell’Italia del sud. Poco più avanti Cesira, Michele e Rosetta incontrano gli abitanti di un paese sulla linea del fronte, scappati da un campo di concentramento tedesco. Il giorno di Natale giungono a Sant’Eufemia due inglesi, un ufficiale di marina e un marinaio, che tentano di raggiungere il loro comando a Napoli. Gli sfollati rifiutano, per paura di rappresaglie tedesche, di dare ospitalità ai due inglesi. Anche Cesira ha paura, ma Rosetta la convince ad accoglierli. Michele pranza con loro. Il giorno seguente, dopo che i due inglesi sono andati via, compaiono due soldati tedeschi che perquisiscono le case di Cesira e degli altri sfollati. Gennaio 1944: Cesira e Rosetta, accompagnate da Michele, scendono a valle, nella speranza di ottenere un po’ di farina in cambio di uova. Incontrano un soldato russo, traditore, sicuro della sconfitta dei tedeschi e rassegnato ad essere giustiziato dopo la fine della guerra, e una ragazza (Lena) impazzita, convinta che le si voglia togliere il figlio perché non avrebbe il latte per nutrirlo. Michele propone di andare a trovare alcuni suoi conoscenti: si tratta di un avvocato, Francesco, celibe, che vive con la madre. L’avvocato li invita a pranzo, ma li avverte di aver invitato anche un tenente tedesco. Durante il pranzo, il tedesco polemizza con l’avvocato sulle differenze di classe esistente in Italia ed accusa l’avvocato di arricchirsi alla spalle della povera gente.  Michele ascolta. Cesira dice la sua all’indirizzo del tenente soprattutto quando l’ufficiale, laureato in filosofia, si vanta di aver ripulito con il lanciafiamme un covo di militari slavi al tempo della guerra nei Balcani. Un bombardamento costringe il militare ad andar via e gli altri a rifugiarsi in un sotterraneo. Dopo il bombardamento, Cesira, che ha avuto la farina dalla madre dell’avvocato, torna con Rosetta e Michele a Sant’Eufemia.

Capitolo VII

Gennaio 1944: si ha notizia dello sbarco degli alleati ad Anzio, ma informazioni precise mancano. Non rimane che aspettare. Marzo: giunge a Sant’Eufemia un soldato tedesco, disarmato e senza cattive intenzioni. Suona la fisarmonica, accarezza i bambini, ha parole di incoraggiamento per tutti, poi se ne va. Ma poco dopo ritorna furtivamente per rubare la camicia che uno sfollato aveva steso ad asciugare. Commenta amaramente Cesira: “La guerra vuol dire, oltre che ammazzare, anche rubare, e chi in tempo di pace non ammazzerebbe e non ruberebbe per tutto l’oro del mondo, in tempo di guerra ritrova in fondo al cuore l’istinto di rubare e di ammazzare che c’è in tutti gli uomini; e lo ritrova, appunto, perché lo incoraggiano a ritrovarlo; e anzi gli dicono tutto il tempo che quell’istinto è quello buono e lui deve affidarsi ad esso altrimenti non è un vero soldato: Lui allora pensa: “Sono in guerra… tornerò ad essere quello che veramente sono quando verrà la pace… per adesso mi lascio andare”. Purtroppo, però, nessuno che abbia rubato o ammazzato sia pure in guerra, speri mai di tornare ad essere quello che era prima, almeno secondo me” (pag. 199). Nel piccolo villaggio di Sant’Eufemia, per controllare se mai arrivassero i tedeschi, gli sfollatati ed i contadini avevano messo dei ragazzi da sentinelle. Questi appena vedevano qualche tedesco inoltrarsi su per le montagne e venire verso il villaggio, ripetevano la parola d’ordine “Malaria” per dar modo a quelli del villaggio, di nascondere fagioli, farina, strutto, salsicce e quanto uno aveva. Il cibo intanto scarseggia sempre di più; Cesira, Rosetta, Michele si recano in una località chiamata Sassonero. Qui incontrano un gruppo di sfollati – tra i quali un prete impazzito (Matteo) – che hanno trovato rifugio in una grotta. Gli sfollati non hanno cibo da vendere, consigliano di rivolgersi ad alcuni pastori di religione evangelista. A prezzo altissimo Cesira ottiene da un pastore qualcosa da mangiare. Maggio: si ha notizia che gli anglo-americani hanno sferrato l’offensiva e avanzano. La gioia degli sfollati è grandissima, ma, preannuncia Cesira, “Le difficoltà non facevano che cominciare” (p. 215).

Capitolo VIII

Gli alleati sfondano il fronte. Un gruppo di tedeschi fuggitivi giunge a Sant’Eufemia: dopo aver chiesto e ottenuto qualcosa da mangiare, costringono Michele ad accompagnarli verso nord, per indicare loro la strada. Michele si accompagna al piccolo gruppo di soldati tedeschi: “Qualcuno, non so chi, gridò: “Michele scappa”. Il tedesco con tutto che fosse sfinito, si voltò come un fulmine dalla parte donde era venuto il grido e sparò. Per fortuna il colpo si perdette tra le pietre della macera; ma il tedesco raggiunse lo stesso scopo che era di intimidire i contadini e gli sfollati e di impedirgli di fare qualcosa per Michele. Infatti tutti si sparpagliarono atterriti, riformando però il cerchio un po’ più lontano; e quindi guardarono in silenzio il tedesco che se ne andava, spingendo avanti Michele con la canna della pistola, nella schiena. Così partirono e io ho ancora davanti agli occhi, come se ci fossi presente, la scena della loro partenza: il tedesco con il braccio piegato per puntare la pistola, Michele che gli camminava davanti” ( pag. 226). Inutile dire le urla della madre e della sorella di Michele. Solo il padre Filippo cerca di incoraggiare le donne e gli altri dicendo loro che Michele ce l’avrebbe fatta e sarebbe ritornato. Purtroppo Michele non ritornerà. Morirà falciato da una raffica di mitra. Ma di questo, Cesira e Rosetta verranno a conoscenza verso la fine delle loro disgrazie. Rosetta soffre e si preoccupa per Michele. Cesira è presa, come gli altri sfollati, dalla gioia per l’imminente ritorno a Roma e vuole illudersi che Michele riesca a salvarsi. Prima di lasciare Sant’Eufemia, Cesira scrive: “Io nove mesi che avevo passato in quella stanza li avevo vissuti giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto con l’intensità della speranza e della disperazione, della paura, del coraggio, della volontà di vivere e del desiderio di morire. Soprattutto, però, avevo aspettato una cosa, la liberazione, che aveva la qualità di essere giusta oltre che bella, di riguardare anche gli altri oltre che me. E allora capii ad un tratto che chi aspetta una cosa come questa, vive con maggiore forza e verità di quelli che non aspettano nulla. E passando dal mio piccolo al più grande, pensai che lo stesso poteva dirsi di tutti coloro che aspettano cose tanto più importanti, come il ritorno di Gesù sulla terra e il successo della giustizia per i poveretti. E dico la verità, come uscii dalla stanza per andarmene definitivamente, mi sembrò di abbandonare non dico proprio una chiesa ma un luogo quasi sacro perché là dentro ci avevo sofferto tanto e, come ho detto, avevo aspettato e sperato non soltanto per me ma anche per gli altri” (pag. 230). Madre e figlia lasciano Sant’Eufemia e raggiungono Fondi. Vi trovano una grande confusione: soldati americani, soldati inglesi, sfollati, contadini. Sono soprattutto gli americani a colpire Cesira: gentili, ma indifferenti. Ancora di più la colpiscono negativamente gli italoamericani, i più sgarbati. Cesira si rende conto che la situazione non è così rosea come gli sfollati se l’erano immaginata a Sant’Eufemia. Dopo qualche disavventura, Cesira viene a sapere che chi nel corso della guerra ha aiutato un soldato inglese, viene ora favorito in modo particolare. Rosetta ricorda alla madre l’episodio di Natale, quando avevano ospitato i due soldati inglesi, così le due donne ottengono l’aiuto del Comando inglese: un maggiore promette di farle accompagnare il giorno dopo a Vallecorsa. Cesira pensa di avercela fatta: “Ero riuscita, attraverso questa tempesta della guerra, a portare in salvo me stessa e mia figlia”. Ma non è così.

Capitolo IX

Il giorno seguente un soldato inglese accompagna con la macchina le due donne al paese di Cesira. Cesira commette l’imprudenza di congedare il soldato prima di rendersi conto che il paese è deserto, e l’inglese d’altra parte non sembra preoccuparsi più di tanto dei pericoli cui possono andare incontro in quella situazione due donne sole. Dopo la partenza del soldato, mentre madre e figlia si apprestano ad entrare nel villaggio, passa una colonna di autocarri e macchine militari: sono alleati, francesi e marocchini. Cesira e Rosetta entrano nel villaggio, che trovano deserto, e decidono di riposarsi nella chiesa. Qui vengono sorprese da un gruppo di marocchini che violentano la ragazza, mentre la madre perde i sensi. Più tardi Cesira, rinvenuta, ha l’impressione che Rosetta sia morta. Avvicinatasi, si accorge che la ragazza è viva, l’aiuta a rialzarsi, l’accompagna fuori. Rosetta parla pochissimo. Le due donne si fermano in una capanna di pastori abbandonata. Qui Cesira si addormenta; al risveglio non trova più la figlia, teme e quasi si aspetta che si sia uccisa, scopre invece che è andata a lavarsi. Rosetta si mostra sempre più silenziosa, apatica e indifferente: in quei giorni, osserva la narratrice a posteriori, il carattere della figlia cambiò radicalmente: “La mia povera Rosetta era diventata bruscamente donna, così nel corpo come nell’animo, donna indurita, esperta, amara, senza alcuna illusione né alcuna speranza…L’avevo veduta  fino allora tutta religione e bontà, purezza e dolcezza; dovevo aspettarmi che d’ora in poi ella si voltasse all’eccesso opposto, con la stessa mancanza di dubbi e di esitazioni, la stessa inesperienza e assolutezza. E più volte, a conclusione delle mie riflessioni su questo doloroso argomento, mi sono detta che la purezza non è una cosa che si possa ricevere dalla nascita, in dono, per così dire, dalla natura; che essa si acquista attraverso le prove della vita; e chi l’ha ricevuta dalla nascita la perde presto o tardi e tanto peggio la perde quanto più si era fidata di possederla; e che, insomma, quasi quasi, è meglio nascere imperfetti e diventare, via via se non perfetti, almeno migliori che nascere perfetti e quindi essere costretti ad abbandonare quella prima effimera perfezione per l’imperfezione dell’esperienza e della vita” (Pag.  273, 274, 275).

Capitolo X

Le provviste di cibo, avute dagli inglesi, diminuiscono sempre di più, soprattutto per il notevole appetito di Rosetta. Cesira decide di lasciare il rifugio e di andare a Fondi. Le due donne ricevono un passaggio da un certo Clorindo che, alla guida di un camion, si reca appunto a Fondi. Durante il viaggio Cesira si accorge che Clorindo stringe la mano di Rosetta, senza che la ragazza reagisca. A Fondi c’è solo disperazione e miseria: gli alleati hanno proseguito il loro cammino e hanno lasciato le cose come erano prima del loro arrivo, anzi peggio, perché ora non si può più neanche sperare nell’arrivo degli inglesi. Clorindo accompagna Cesira e Rosetta da alcuni suoi conoscenti, un po’ fuori Fondi. Si tratta della famiglia di Concetta, i cui figli sono soci in affari di Clorindo. Comincia così il secondo soggiorno in casa di Concetta. Da lei Cesira e Rosetta apprendono la morte di Michele: il giovane ha cercato di difendere alcuni contadini che i tedeschi stavano per uccidere ed è morto con loro. Questa notizia commuove Cesira, mentre Rosetta rimane fredda e indifferente. Sempre più spesso la ragazza accompagna Clorindo e rimane fuori tutta la notte; a nulla valgono le proteste, la rabbia, la disperazione di Cesira, la quale vede ormai annullata la propria autorità di madre. Cesira finisce con lo sperare che almeno Clorindo e Rosetta si sposino, ma la figlia le dice che Clorindo ha già moglie. Del resto, egli è tornato a Frosinone, suo paese; sarà uno dei figli di Concetta ad accompagnare le due donne a Roma. Una notte Cesira, in preda alla disperazione, sogna di stare per uccidersi e di essere fermata da Michele: Così, tutto ad un tratto, pensai che volevo morire e saltai giù dal letto e, con le mani che mi ballavano dall’impazienza, accesi la candela e andai in fondo alla stanza a prendere una corda che stava appesa ad un chiodo e serviva a Concetta per stenderci i panni ad asciugare, dopo il bucato. In quell’angolo della baracca, c’era una seggiola di paglia; io salii sulla seggiola, con la corda in mano, decisa ad appiccarla a qualche chiodo oppure ad un travicello del tetto e poi passarci il collo, dare un calcio alla seggiola e lasciarmi piombare giù e farla finita una buona volta. Ma proprio mentre, con la corda in mano, levavo gli occhi verso il soffitto cercando un appiglio a cui legarla, ecco, sentii che, dietro di me, la porta della baracca si apriva pian piano. Mi voltai allora, e vidi che Michele era sulla soglia, proprio lui. Era tale e quale come l’avevo veduto l’ultima volta, quando i nazisti l’avevano portato via; e ci feci caso che, come allora, aveva un pantalone più lungo che gli arrivava fino alla scarpa e uno più corto che gli giungeva appena alla caviglia…E vedendo che io stavo in piedi su una seggiola, con una corda in mano, fece subito un gesto come per dire: “No, non farlo, questo no, questo non devi farlo” (pag.299).

Capitolo XI

Viene il giorno del ritorno a Roma. Rosario, appunto uno dei figli di Concetta, guida il camion. Durante il viaggio Cesira chiede a Rosetta di cantare una canzone, ma la ragazza non ci riesce. Improvvisamente il camion viene bloccato da tre uomini. Rosario scende, ha un alterco con i tre e viene ucciso. L’arrivo di una macchina costringe i tre a fuggire: è una macchina con due ufficiali inglesi, che prosegue senza fermarsi. Poco dopo passa un camion guidato da un italiano, il quale dà un passaggio alle due donne. Ad un tratto, durante il viaggio, Rosetta comincia a cantare e a piangere: Cesira si convince che la figlia non è cambiata, che piange per Rosario “e poi per se stessa e per me e per tutti coloro che la guerra aveva colpito, massacrato e stravolto” (p. 335). Cesira, che poco prima aveva sottratto dei soldi dal cadavere di Rosario, decide di restituirli alla madre del giovane. Finalmente appaiono all’orizzonte i sobborghi di Roma e la cupola di San Pietro. Per Cesira quella cupola significa che lei può tornare con fiducia alla vita normale, ma significa anche che questa fiducia lei la deve al canto, alle lacrime, al dolore di Rosetta. “Quella  cupola mi diceva che io potevo ormai ritornare fiduciosa a casa e la vecchia vita avrebbe ripreso il suo corso, pur dopo tanti cambiamenti e tante tragedie. Ma anche mi diceva che questa fiducia tutta nuova, io la dovevo a Rosetta e al suo canto e alle sue lacrime. E che senza quel dolore di Rosetta, a Roma non ci sarebbero arrivate le due donne senza colpa che ne erano partite un anno prima, bensì una ladra e una prostituta, quali, appunto, attraverso la guerra e a causa della guerra, erano diventate” (pag. 313). La donna ricorda Michele, la lettura del passo del Vangelo: la resurrezione di Lazzaro: “Mi tornò in mente Michele che non era con noi in questo momento tanto sospirato del ritorno e non sarebbe mai più stato con noi; e ricordai quella sera che aveva letto ad alta voce, nella capanna di Sant’Eufemia, il passo del Vangelo su Lazzaro; e si era tanto arrabbiato con i contadini che non avevano capito niente ed aveva gridato che eravamo tutti morti, in attesa della resurrezione, come Lazzaro. Allora queste parole di Michele, mi avevano lasciata incerta; adesso, invece, capivo che Michele aveva avuto ragione; e che per qualche tempo eravamo state morte anche noi due, Rosetta ed io, morte alla pietà che si deva agli altri e a se stessi. Ma il dolore ci aveva salvate all’ultimo momento; e così, in certo modo, il passo di Lazzaro era buono anche per noi, poiché, grazie al dolore, eravamo alla fine, uscite dalla guerra che ci chiudeva nella sua tomba di indifferenza e di malvagità ed avevamo ripreso a camminare nella nostra vita, la quale era forse una povera cosa piena di oscurità e di errore, ma purtuttavia la sola che dovessimo vivere, come senza dubbio Michele ci avrebbe detto se fosse stato con noi” (pag. 314).  E con queste parole il romanzo si conclude.

Film “La Ciociara”. Nel 1960, sotto la regia di Vittorio De Sica, sceneggiatura di Cesare Zavattini, uscì la riduzione cinematografica che aveva lo stesso titolo del romanzo. Il film di de Sica fu veramente il capolavoro di tutta la cinematografia neo realista. Gli interpreti dei personaggi costituivano un cast d’eccezione. Sophia Loren vestiva i panni di Cesira, Eleonora Brown, quelli di Rosetta. Jean – Paul Belmondo era Michele, Carlo Ninchi, Filippo, il padre di Michele, Raf Vallone era Giovanni, Renato Salvatori era Florindo, il camionista che Cesira e Rosetta incontrano sulla via di casa, dopo aver subito entrambe la violenza ad opera dei soldati marocchini. Accanto a questi attori più conosciuti, una schiera di volti meno noti ma ugualmente importanti: Emma Baron (Maria), Andrea Checchi (il federale), Pupella Maggio (una contadina), Bruna Cealti (una sfollata), Antonella Della Porta (la madre impazzita), Franco Balducci (il tedesco nel pagliaio), Luciano Pigozzi (Scimmiozzo),  Vincenzo Musolino (il piccolo), Ettore Mattia (il passeggero sul treno), Mario Frera (Peppuccio), Curt Lowens (ufficiale tedesco).

Raimondo Giustozzi

 

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