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Cultura. Thomas Mann, l’Omero di Lubecca e I Buddenbrook

Thomas Mann Internet

I Buddenbrook, pubblicato nel 1901, è un romanzo di impianto ottocentesco, che contiene una ampia e accurata descrizione del quadro storico e sociale del periodo in cui si svolgono le vicende. Lo stile ricco e complesso permette di cogliere particolari e sfumature dei luoghi e degli avvenimenti. Dato l’ampio arco di tempo (1835- 1877) attraverso cui si svolgono le vicende, il protagonista non è unico; l’autore disegna e mette a fuoco di volta in volta i vari personaggi della famiglia Buddenbrook, dalla prima alla quarta generazione. Il libro è suddiviso in undici parti, ognuna composta da un certo numero di capitoli: la suddivisione nelle suddette sezioni non è strettamente legata a particolari salti temporali, anche se ognuna di queste separazioni coincide con la fine di una certa sequenza di avvenimenti.

 

Chiavi di lettura del romanzo

  • La casa
  • La presenza dei figli in casa Buddenbrook
  • Come ci si sposava presso una famiglia borghese
  • Amore romantico, amore borghese
  • La psicologia dei quattro protagonisti principali: Tom, Tony, Hanno, Christian Buddenbrook
  • La rivalità dei Buddenbrook con gli Hagenström
  • Un nuovo modello di scuola

 

La casa

 

La casa di una famiglia borghese dell’ottocento somigliava molto alle dimore nobiliari. Diventava quasi lo status symbol dell’agiatezza raggiunta attraverso il commercio, la libera professione o il ricoprimento di ruoli impiegatizi nelle istituzioni statali. Il romanzo “I Buddenbrook- Decadenza di una famiglia” prende avvio proprio dall’inaugurazione della nuova casa che il settantenne Johann Buddenbrook, proprietario dell’omonima ditta che commercia in granaglie, fondata nel  1768, ha fatto costruire nella Mengstrasse, una strada di Lubecca. Insieme al console Johann senior, nella casa abita la moglie Antoinette, con il figlio secondogenito della coppia, Johann jr. detto Jean, sposato con Elisabeth (“Bethsy”) Kröger, da cui ha avuto Thomas, Antonie e Christian. Accanto a questo nucleo familiare nella casa vivono anche Klothilde Buddenbrook (“Thilde”), figlia di un nipote del vecchio signor Buddenbrook, che vive con la famiglia, e Ida Jungmann, la fedele governante. I convitati sono diversi amici di famiglia, tra cui Hoffstede, il poeta della città e il dottor Grabow, nonché i due coniugi Kröger (genitori di Elisabeth). L’edificio della Mengstrasse comprato da Johann Buddenbrook, dove cresceranno molti dei protagonisti del romanzo, ha sicuramente un valore affettivo fortissimo per i componenti della famiglia, ma non solo. Essa rappresenta in un certo senso la stabilità e la forza dei Buddenbrook, e, con la scritta DOMINUS PROVIDEBIT sul  frontone, è un chiaro segno di come la famiglia si affidasse alla protezione di Dio. Il fatto che la casa sia prima abbandonata da Tom e Gerda e poi venduta agli Hagenström (in entrambi i casi non per impellenti bisogni economici), dà un segnale forte del progressivo degrado dei Buddenbrook.

I Buddenbrook e gli invitati “Sedevano nella stanza dei paesaggi, al promo piano dell’ampia e vecchia casa nella Mengstrasse, che la ditta “Johann Buddenbrook” aveva acquistato tempo prima e che la famiglia abitava da poco. Le tappezzerie robuste ed ondeggianti, che una piccola intercapedine separava dal muro, rappresentavano un’infinità di paesaggi, dai colori delicati, come il tappeto sottile che ricopriva il pavimento, idilli nel gusto del diciottesimo secolo, con allegri vendemmiatori, contadini operosi, pastorelle infiocchettate che tenevano in grembo candidi agnelli sul reto di specchi d’acqua o si baciavano con affettuosi pastori. Il giallo del tramonto dominava in tali quadretti, e si armonizzava con il giallo delle tappezzerie dei bianchi mobili laccati e della seta delle tende alle due finestre. Il tavolo rotondo, con le gambe sottili, dritte e leggere, dagli ornamenti dorati, non era davanti al divano ma alla parete opposta, di fronte al piccolo harmonium, sul coperchio del quale era posato l’astuccio del flauto. Oltre alle rigide sedie a braccioli distribuite regolarmente lungo le pareti, c’era solo un piccolo tavolo da cucito vicino alla finestra, e, di fronte al divano, una fragile scrivania di lusso, ricoperta di ninnoli. Di fronte alle finestre, attraverso una porta a vetri si intravedeva un vestibolo a colonne in penombra, mentre sulla sinistra di chi entrava, l’alta bianca porta a battenti conduceva nella sala da pranzo. Sull’altra parete in una nicchia semicircolare, e dietro un’artistica porta traforata di lucido ferro battuto, scoppiettava la stufa… (T. Mann, I Buddenbrook, pag. 5, Fabbri editore, Roma 2006).

Suggestiva e piena di particolari la sala dove è posto il grande tavolo attorno al quale si siedono i commensali: “Sul fondo azzurro cielo delle tappezzerie spiccavano bianche divinità quasi plastiche tra esili colonne. Le pesanti tende rosse erano accostate, e in ogni angolo della stanza ardevano otto candele. Su un alto candelabro dorato, oltre a quelle dei candelieri d’argento sulla tavola. Sul massiccio buffet, di fronte alla stanza dei paesaggi, c’era un grande quadro, un golfo italiano dai toni blu sfumati, che risaltava splendidamente grazie ad una particolare illuminazione. Rivestiti in damasco rosso, imponenti divani dalle spalliere rigide erano accostati alle pareti” (pag. 11).

Larga parte in tutto il romanzo è dedicata ai sapori e  agli odori, come nel banchetto che viene dato per l’inaugurazione della nuova casa, ma non solo. Vivande, vini, porcellane, musiche ritornano in tante pagine del libro: “Servita la bollente zuppa di erbe con il pane abbrustolito, tutti cominciarono a usare i cucchiai…Comparve un enorme prosciutto rosso mattone, cotto e affumicato, condito con una salsa di scalogni bruna e acidula e con una tale quantità di verdure, che un solo piatto avrebbe potuto saziare tutti…”. Sulla tavola compaiono cavoletti di Bruxelles e patate. “Le signore non avevano seguito a lungo la discussione (tra gli uomini sulla importanza della cultura classica che veniva soppiantata da quella pratica), madame Kröger dominava la conversazione, spiegando in modo appetitoso come cucinare al meglio le carpe con il vino rosso. “Quando sono tagliate a pezzettini, mie care, si mettono in teglia con cipolle, chiodi di garofano e fette biscottate e poi si aggiunge un po’ di zucchero e con un cucchiaio di burro… Ma non bisogna lavorarle, mie care; devono conservare il sangue, per carità..” (pag. 17). “Compariva ora, in due vassoi di cristallo, il plettenpudding, un budino a strati di amaretti, lamponi, biscotto e crema… Non appena da quelle modeste bottiglie sgorgò il dolce nettare dorato della vecchia Malvasia a colmare i bicchieri da dessert, il pastore Wunderlich ritenne fosse il momento di alzarsi con il bicchiere in mano” (pag. 18).

Anche la nuova casa di Thomas e Gerda, una volta sposati, situata alla Breite Strasse, non è da meno della casa paterna alla Mengstrasse: “C’era l’edera alle finestre, semplici mobili in legno, di quercia… Qui a destra la cucina e la dispensa… Salirono la comoda scala sulla larga guida rosso scuro. Sopra oltre la porta a vetri, s’allungava uno stretto corridoio: là s’affacciava la sala da pranzo: un pesante tavolo rotondo, su cui bolliva il samovar, tappezzerie rosso scuro damascate, sedie di noce intarsiate con sedili di paglia e una massiccia credenza. Seguiva un accogliente soggiorno tappezzato di grigio, che una portiera separava dal salottino con balcone arredato con poltrone di reps a righe verdi. Un quarto del piano era occupato da un salone a tre finestre. Poi passarono nella camera da letto. Era sulla destra del corridoio, con tende e immensi letti di mogano. Tony andò a una porticina traforata in fondo, premette la maniglia e mostrò l’inizio di una scaletta a chiocciola che conduceva al sotterraneo, verso il bagno e le camere delle domestiche… (pag. 181).

Diventato senatore, a capo della ditta J. Buddenbrook, alla morte del padre, Thomas Buddenbrook, inizia a pensare di costruire una casa tutta per sé, per sua moglie Gerda e per il figlioletto Hanno: “Nell’estate di quell’anno ’63 cominciò a riflettere sul progetto di costruire una nuova grande casa… Si gettò a capofitto nell’impresa.. Il senatore Buddenbrook realizzò i suoi piani. Per l’acquisto del terreno nella Fischergrube non ci fu nessuna difficoltà, e la casa nella Breite Strasse, che il mediatore Gosch con aria rabbiosa si era subito offerto di collocare, fu comperata dal signore Stephan Kistenmaker…ben presto nelle riunioni di famiglia del giovedì (nella vecchia casa di Mengstrasse) si potè avere un anticipo della facciata: un magnifico palazzo con cariatidi di arenaria che sostenevano il balcone e con il tetto piatto a terrazzo… venne l’autunno e sorse la nuova casa di Thomas Buddenbrook. Non c’era in città argomento di conversazione più appassionante! Era una casa tipptopp, sicuramente la più bella in tutti i sensi! … Quel giorno fu festeggiato con le cerimonie d’uso” (pag. 254- 257)

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LA PRESENZA DEI FIGLI IN CASA BUDDENBROOK

 

Questi due giovanetti – disse Jean Jacques Hoffstede, il poeta della città – sono ragazzi magnifici. Thomas è una testa solida e seria, diventerà commerciante, non c’è dubbio. Christian invece mi pare un po’ un accidente, eh! Studierà, io credo; è spiritoso e brillante” (T. Mann, I Buddenbrook, pag. 8, Milano 2012). Il signor Buddenbrook rideva divertito. La sua è una famiglia borghese nella quale i figli hanno un posto rilevante perché destinati a riceverne l’eredità. Il romanzo di Thomas Mann, I Buddenbrook appunto, è una saga della famiglia borghese, romanzo autobiografico per eccellenza dello scrittore tedesco. Capo famiglia e padrone della ditta che commercia in cereali è Johann Buddenbrook, suo figlio Johann junior è console onorario dei Paesi Bassi ed ha tre figli: Thomas, Christian e Tony. Questi ultimi rappresentano la terza generazione dei Buddenbrook, ne seguirà una quarta che vivrà solo di un pallido ricordo dei fasti del loro antenato. Thomas, Christian e Tony sono presentati dall’autore con tratti di gustosa complessità. “Christian era un ragazzetto di sette anni e somigliava già a sua padre in modo ridicolo. Gli stessi occhi, piuttosto piccoli, rotondi e infossati, lo stesso naso, fortemente pronunciato e curvo, così riconoscibile; sotto gli zigomi un paio di linee indicavano che la forma del volto non avrebbe mantenuto per sempre la stessa pienezza infantile” (Ibidem, pag. 8). “Tony era una creaturina piuttosto ardita, e la sua sfrenatezza destava non poche preoccupazioni nei genitori, in particolare nel console; e sebbene fosse intelligente – a scuola imparava svelta quel che le era richiesto – la sua condotta lasciava talmente a desiderare che alla fine perfino la direttrice, la signorina Agathe Vermehren, sudando un po’ per la soggezione, comparve nella Mengstrasse (dove era la casa dei Buddenbrook) per raccomandare alla moglie del console, con ogni riguardo, di fare lei un severo rimprovero alla giovane figlia che, nonostante molte piacevoli ammonizioni, si era di nuovo comportata in modo sconveniente sulla pubblica via” (pag. 38). “Thomas, che sin dalla nascita era destinato a diventare commerciante e futuro proprietario della ditta e frequentava la sezione tecnica della vecchia scuola dalle volte gotiche, era un ragazzo intelligente, vivace e giudizioso, che peraltro si divertiva un mondo quando Christian, studente di ginnasio e non meno dotato, ma meno serio, imitava con strabiliante disinvoltura gli insegnanti – in particolare il bravo signor Marcellus Stengel che insegnava canto, disegno e simili piacevoli materie” (pag. 39).

 

 

 

Come ci si sposava presso una famiglia borghese

Tony, la figlia minore di Johann junior Buddenbrook, è giunta in età da marito ed ha diversi pretendenti, tra i quali il signor Grünlich. “Lei mi rifiuta?” – chiese quasi senza voce Grünlich, rivolgendosi a Tony. “Sì”, confermò Tony e per prudenza soggiunse: “Mi dispiace”. Grünlich non sa darsi pace davanti al rifiuto di Tony, fino a cadere in ginocchio davanti a lei: “Tony!” disse pianissimo, prendendole dolcemente la mano: “Guardi cos’ha fatto di me. E’ proprio senza cuore? Mi ascolti. Lei vede davanti a sé un uomo disperato, rovinato, sì un uomo che morirà di cordoglio se lei respingerà il suo amore! Sono qui ai suoi piedi. Avrà il coraggio di dirmi: la disprezzo?”. “No, no!” esclamò Tony in tono consolatore. “La sue lacrime s’erano asciugate, commozione e pietà si risvegliavano in lei. Mio Dio, come doveva amarla per insistere tanto in una domanda che a lei era così estranea e indifferente! Possibile che proprio a lei dovesse toccare? Erano cose che si leggevano nei romanzi, ed ecco che ora, nella vita reale, un signore in giacchetta da passeggio era inginocchiato davanti a lei e la supplicava. L’idea di sposarlo le era parsa assurda, perché lo aveva giudicato sciocco. Ma quant’è vero Dio, in quel momento non sembrava affatto sciocco, il signor  Grünlich. La sua voce e il suo viso esprimevano un’ansia così sincera, una preghiera così onesta e disperata” (T. Mann, I Buddenbrook, pp. 67- 68, , Milano Libri Spa, 2012). Il console Buddenbrook e sua moglie Bethsy trovano che Grünlich, quanto a bellezza non è proprio un Apollo, ma ha una solida posizione economica. “Il suo capitale ammonta a 120.000 talleri, situazione provvisoria, visto che ogni anno fa dei notevoli passi avanti… Quindi, come sai, Bethsy, non posso che augurarmi questo matrimonio, che porterebbe alla ditta ed alla famiglia solo dei vantaggi” (pag. 69). Tutti incoraggiano la piccola Tomy a fare il gran passo. Anche il pastore Kölling, in chiesa, presenti i Buddenbrook e Tomy, commentando il passo che dice come la donna debba lasciare padre e madre per seguire il marito, aggiungeva: “una giovane, una donna bambina che non ha propria volontà né discernimento, ma che si oppone tuttavia ai giudizi amorevoli dei propri genitori, è punibile, e il Signore la rigetterà dalla sua bocca”. Tomy, ascoltando la predica, capisce che quanto il pastore sta dicendo è rivolto a lei e che Kölling fosse d’accordo con il padre e la madre. Rimane seduta al proprio posto, rossa e accasciata, con la sensazione che gli occhi di tutto il mondo la guardassero, e la domenica seguente si rifiuta categoricamente di andare in chiesa. “In casa, la piccola Tomy, si aggirava taciturna, non rideva quasi mai, aveva perso l’appetito e sospirava qualche volta da spezzare il cuore, come se lottasse con una decisione, e poi guardava i suoi in modo pietoso. Faceva compassione. Dimagriva, era evidente, e perdeva la sua freschezza” (pag. 70). Il console, d’accordo con la moglie decide di mandarla, per un periodo di vacanza presso un suo amico, Diederich Schwarzkopf, comandante dei piloti, in una località turistica, a Travemünde. Qui la giovane conosce Morten, figlio del comandante, e ben presto i due si innamorano. Ma il loro amore rimane solo un amore romantico perché i due giovani appartengono a due classi sociali diverse, inferiore quella di Morten, il giovane studente di medicina, contestatore, arrabbiato, che segue da vicino i moti rivoluzionari studenteschi del 1848. Bendix Grünlich si reca allora a Travemünde, dove mette al corrente Schwarzkopf della situazione, affermando che Morten ha usurpato i suoi diritti su Tony. Il vecchio Schwarzkopf convoca il figlio e, nel ricordargli la differenza tra la loro famiglia e i Buddenbrook, gli annuncia che Tony partirà da casa il giorno seguente. Tony, addoloratissima, torna a casa con Tom, e durante tutto il viaggio pensa a lungo sul da farsi; alla fine prende la decisione di sposare Grünlich, non per amore, ma per contribuire al buon nome e alla prosperità della famiglia: “Come l’anello di una catena”, aveva scritto il babbo… oh, sì, sì! Proprio come anello di quella catena lei si sentiva piena d’importanza e di responsabilità… chiamata a cooperare con risoluzioni e con atti alla storia della sua famiglia!”.

AMORE ROMANTICO AMORE BORGHESE

 

Il soggiorno di Tony a Travemünde inizia da luglio fino ad ottobre inoltrato di una imprecisata estate. In casa Schwarzkopf conosce il figlio Morten, studente di medicina. Dopo un primo imbarazzo, tra i due ragazzi, hanno quasi la sessa età, nasce una confidenza ed una amicizia che possono far pensare ad un qualcosa di diverso; ma il loro rimane solo un amore romantico. Tony sacrifica l’interesse che ha per il giovane per sposare Grünlich, anche se sa di non amarlo, ma le convenienze sociali lo richiedono. “Morten era di media statura, abbastanza esile e biondissimo. I baffi incipienti, incolori come i capelli corti che gli coprivano la testa allungata, si vedevano appena; vi corrispondeva una carnagione indicibilmente chiara, una pelle come porcellana porosa, che alla minima occasione si tingeva di rosso chiaro. Gli occhi erano di un azzurro un po’ più scuro di quelli del padre, ma avevano la stessa espressione bonariamente indagatrice, non troppo vivace; i suoi lineamenti erano armoniosi e piuttosto piacevoli” (pag. 74). Quasi tutta la terza parte del romanzo è dedicata al soggiorno balneare a Travemünde. Anche il paesaggio sembra unirsi all’amore tra i due giovani: “Camminavano lungo la spiaggia, sulla battigia, lì dove la sabbia è bagnata, allisciata e indurita dalle onde, e quindi camminavano senza fatica… Camminavano, accompagnati dal mormorio ritmico delle lunghe onde, in viso la fresca brezza salsa, che soffia libera e senza ostacoli, avvolge le orecchie e provoca una dolce vertigine, un lieve stordimento, camminavano nella vasta, calma e sussurrante pace del mare, che innalza a misteriosi significati ogni minimo rumore, lontano o vicino” (pag. 83). Morten partecipa assieme ad altri studenti universitari ad incontri e dibattiti che porteranno di lì a poco alle rivolte del 1848 che restano però sullo sfondo. “Vogliamo la libertà di stampa, di mestiere, di commercio, vogliamo che tutti gli uomini possano concorrere fra loro senza privilegi possibili e il merito abbia il suo premio” (pag. 83). Tony ascolta interessata ma la sua educazione borghese non le fa fare il salto. Tra i due nasce l’amore, lo scenario è sempre il mare: “Rimasero a lungo in silenzio mentre il mare risuonava verso di loro calmo e lento. Tony credette d’improvviso di essere unita a Morten in un grande, indefinibile, incredibile e nostalgica comprensione di ciò che significava libertà…venne l’autunno, si alzava il primo vento gagliardo. Nuvole grigie, sottili e strappate svolazzavano svelte nel cielo. Torbido, gonfio, il mare era ricoperto in lungo e in largo di schiuma. Possenti e immensi cavalloni si avvicinavano con inesauribile, paurosa lentezza, s’incurvavano imponenti, formando una concavità verde scuro, lucida come il metallo, per finire a frangersi sulla sabbia… Un gabbiano ogni tanto sfrecciava sul mare e lasciava udire il suo grido rapace” (pag. 87). Soli sulla sabbia, Morten chiede a bruciapelo chi sia Grünlich, nome che aveva fatto Thomas, il fratello di Tony, il primo giorno che l’aveva accompagnata in carrozza a Travemünde. Tony scolora in volto, poi gli dice chi sia, un uomo che non può soffrire. Morten le dice: “Ben presto lei tornerà in città. Mi vuole promettere di non dimenticare questo pomeriggio in spiaggia, fino al mio ritorno e quando sarò dottore e potrò pregare suo padre per noi due, anche se sarà difficile? E che nel frattempo lei non esaudirà nessun signor Grünlich? Non ci vorrà molto, vedrà! Lavorerò come un… non è per niente difficile. Sì, Morten, disse lei, felice e assente, contemplandogli gli occhi, la bocca e le mani, che tenevano le sue.. Egli si portò più vicino al petto la mano di lei e chiese con voce smorzata e supplichevole: “Non vorrebbe dopo questo, non potrei suggellare? Lei non rispose, non lo guardò neanche, spinse silenziosamente il busto vicino a lui, sul monticello di sabbia, e Morten la baciò lentamente e a lungo sulla bocca. Poi chinarono lo sguardo sulla sabbia, uno di qua e uno di là, e si vergognarono moltissimo” (pag. 89). Grünlich si precipita a Travemünde per reclamare i suoi diritti di futuro marito, così come stabilito dal papà di Tony, il console J. Junior Buddenbrook. Tornata a casa, Tony afferrato l’album di famiglia, “prese la penna, non la immerse, ma la tuffò  nel calamaio, e con l’indice curvo, la testa accaldata, reclinata sulla spalla, scrisse con la sua goffa calligrafia, ascendente da sinistra a destra.. Si fidanza il 22 settembre 1845 con il signor Bendix Grünlich di Amburgo” (pag. 97). Per quanto riguarda la dote da dare a Tony, viene stabilito: “Sono pienamente d’accordo con lei, mio stimato amico. La questione è importante e dev’essere risolta. Dunque: l’ammontare tradizionale della dote in contanti per una giovane della nostra famiglia è di settantamila marchi”. Ai settantamila, il console ne aggiunge altri diecimila. “Grünlich fa una smorfia come per dire: non è troppo, ma può bastare” (pag. 97- 98). Dal matrimonio nasce Erika. Il matrimonio non dura molto. Grünlich è costretto a dichiarare bancarotta. Gli affari con il socio non vanno affatto bene. Grünlich aveva sposato Tony solo per interesse non perché l’amasse. “Il matrimonio viene sciolto legalmente nel febbraio del 1850” (pag. 141). Anche il successivo matrimonio con Alois Permaneder, un commerciante di Monaco di Baviera, si rivela un fallimento. Tony non si adatta all’ambiente che trova volgare. Il marito, pigro e senza ambizioni,  viene sorpreso poi dalla moglie mentre sta infastidendo una governate. E’ la goccia che fa traboccare il vaso.

 

La psicologia dei quattro protagonisti principali

Il romanzo di Mann non ha un vero protagonista, ma la narrazione è centrata maggiormente su quattro personaggi: Tony, Tom, Christian e Hanno; le loro vicende e i loro pensieri non vengono seguiti in modo lineare ma il fatto che l’autore si focalizzi su di loro, specialmente dal punto di vista psicologico, e applichi esclusivamente a loro il discorso indiretto libero, è innegabile.

Tom

Tom fin da piccolo cresce seguendo le orme del padre e del nonno, lasciando la scuola ed entrando giovanissimo nella ditta; quando Jean muore è lui a succedergli. Tom si dà subito da fare per gestire al meglio i commerci di famiglia (con il suo spirito giovane e intraprendente), e nei suoi “viaggi di istruzione” conosce e ottiene la mano di Gerda, non disdegnando la ricca dote della ragazza: “Io nutro per Gerda Arnoldsen la più entusiastica ammirazione, ma non intendo scrutare nel mio intimo tanto profondamente da stabilire se, e fino a che punto, la dote cospicua che fin dal primo incontro mi fu con un certo cinismo sussurrata all’orecchio, abbia contribuito a destare quest’entusiasmo. Io l’amo, ma la mia felicità e il mio orgoglio sono ancora accresciuti per il fatto che, facendola mia, conseguo nel tempo stesso un ragguardevole aumento di capitale per la ditta” (Thomas Buddenbrook). Queste parole lasciano intuire come le motivazioni di matrimonio di Tom non siano tanto distanti da quelle che avevano portato la sorella Tony a sposare Bendix Grünlich. Il successo del matrimonio è seguito dalle prime difficoltà, che in qualche modo Thomas riesce a gestire, mentre raggiunge altri importanti successi: il risultato più importante che Tom consegue in quel periodo è l’elezione a senatore (preceduta dalla lieta nascita del tanto atteso erede, Hanno). Ben presto la mole di impegni comincia a logorare Tom, che pur prosegue imperterrito a mietere successi desiderando sempre di più: “Il nome della ditta acquistò fama, non solo in città ma anche fuori, e nella vita pubblica l’autorità del console si accresceva costantemente. Tutti riconoscevano con invidia o con piacere le sue capacità; mentre lui stesso si sforzava invano di lavorare con calma, una cosa dopo l’altra, giacché si sentiva sempre disperatamente in ritardo sui progetti sbrigliati della sua fantasia”. La spesa per erigere una nuova grande casa, simbolo del grande prestigio acquisito, è uno di quei progetti grandiosi che Tom decide comunque di portare avanti. La costruzione della casa è anche l’ultima impresa di Tom: da quel momento negli affari, in famiglia e nella società di Lubecca, egli conoscerà tante amarezze e poche gioie. Tom, mantenendo sempre il suo aspetto integerrimo, cerca di evitare le difficoltà, ma esse, a dir suo, sembrano inseguirlo: “Soltanto non dovete credere che ci troviamo su un letto di rose…[..]..gli affari vanno male, vanno a rotta di collo…[..]..vi dico solo questo: se il babbo fosse vivo, se fosse qui con noi, giungerebbe le mani e ci raccomanderebbe tutti alla misericordia di Dio” (Thomas Buddenbrook).  Per la prima volta dopo Jean e Johann, un capofamiglia Buddenbrook si pone degli interrogativi sul mondo borghese, finora sempre amato e rispettato. Tom non trova un’alternativa a quel tipo di condotta di vita (che Gerda e Hanno, ad esempio, trovano nella musica): il dubbio che gli si è insinuato dentro lo rode però terribilmente. “Che cos’era dunque, egli tornava a chiedersi: un uomo pratico o un languido sognatore?”. Tom è preso da una grande inquietudine, che riesce presto a superare. La vita però prosegue, e nulla cambia: il senatore Buddenbrook continua a dare tutto se stesso per superare i momenti di crisi (tra cui la vendita quasi forzata della casa di Mengstrasse), ma i suoi sforzi sono vani. Qualche tempo dopo, la stanca mente di Tom è presa da nuove e più terribili paure e perplessità: “Lo slancio fantasioso, il vivace idealismo della sua gioventù si erano spenti…[..]..Thomas Buddenbrook si sentiva indicibilmente stanco e tediato”.  “L’assoluta mancanza di un qualche entusiasmo ardente e sincero, l’impoverimento e la desolazione dell’animo suo – una desolazione tale che la sentiva quasi di continuo come un’angoscia vaga e opprimente – uniti a un inesorabile senso del dovere e a una ferma volontà di sostenere degnamente e a qualunque prezzo la sua parte, di celare con tutti i mezzi la sua decadenza, e di salvare le apparenze, avevano così trasformato la sua esistenza, rendendola artificiosa, consapevole, forzata, e facendo sì che ogni parola, ogni gesto, ogni atto compiuto in pubblico diventasse una recitazione faticosa ed estenuante”. Le sue condizioni fisiche peggiorano ulteriormente, mentre il terrore della morte che sente vicina gli fa comprendere di non essere ancora pronto per concludere i suoi giorni, di non aver sistemato tutto. Tom cerca allora di trovare rifugio nella filosofia di Schopenhauer, ma quando l’ebbrezza per ciò che aveva scoperto finisce, cerca di ancorarsi alla religione, che però non è, nemmeno lei, in grado di dargli risposte e certezze.  Tom, allo stremo delle forze mentali e fisiche, all’uscita dallo studio del dentista che non è riuscito a estrargli un dente malato, stramazza sulla strada coperta di fango; il corpo del morente viene portato a casa tutto sudicio e sporco, metafora terribile della sua caduta finale: “In tutta la sua vita nessuno gli ha mai visto addosso un granello di polvere… È un’ironia, un’infamia, che la fine debba venire così” (Gerda Buddenbrook).

Tony

Tony Buddenbrook conserva per tutto il romanzo il suo carattere fanciullesco, la sua propensione allo scherzo e alla risata giovanile, nonostante tutti i guai che le capitano. Ella rimane sempre fedelissima alla famiglia e alla ditta, una vera “cariatide” di casa Buddenbrook che nessuna avversità riesce a scuotere. In un certo senso è Tony la vera protagonista de I Buddenbrook e incarna, assieme al fratello, al padre ed al nonno, l’essenza della famiglia, pronta a sacrificare ogni sentimento e forza al bene della “Ditta”. Un’altra caratteristica di Tony è la sua sicurezza del fatto che Dio guidasse “meravigliosamente le sorti della famiglia”: anche quando la sua fede è contraddetta dai fatti, ella non la mette mai in discussione, tranne alla fine del romanzo. Orgogliosa del suo status sociale di “gente ricca”, attaccata ai piccoli lussi che il benessere familiare permette, Tony fa di tutto per dare il suo contributo alla causa dei Buddenbrook, anche a costo di sacrifici personali. Il primo episodio in cui Tony mostra tutto l’attaccamento alla famiglia è quando Bendix Grünlich le fa la corte: la ragazza non prova alcuna simpatia per l’uomo, e oltretutto in quel periodo si innamora di Morten Schwarzkopf. Alla fine però decide di sposare Bendix, per avere un ruolo attivo e positivo all’interno dei Buddenbrook; il padre Jean comincia a sospettare di ciò quando, il giorno del matrimonio, congedandosi dalla famiglia, Tony gli domanda: “Sei contento di me?”. Purtroppo per Tony il matrimonio si rivelerà un fallimento: pochi anni dopo Bendix si ritrova a navigare in cattive acque e costringe la moglie a occuparsi delle faccende di casa, a lei sgraditissime. Sull’orlo del lastrico, decide di chiedere aiuto al suocero: quando Jean arriva, anche spinto dal senso di colpa per aver quasi costretto la figlia al matrimonio, si convince ad aiutarlo. Prima però spiega la reale situazione economica alla figlia: il marito senza il suo aiuto è destinato alla bancarotta; Tony, di fronte alla prospettiva di una simile sciagura, comincia a mostrare il suo vero stato d’animo. La giovane Buddenbrook sa che anche con l’aiuto del padre, Bendix avrebbe necessitato di molto tempo per riprendersi, e lei avrebbe vissuto nella povertà e nel disonore. Così Tony confessa al padre di non aver mai amato suo marito e di essere pronta a tornare alla Mengstrasse. La decisione matura definitivamente quando il padre Jean, con grande furbizia, le accenna che il salvataggio di Grünlich causerebbe non pochi problemi alla ditta: “ D’altra parte, – riprese poi, – non ti posso nascondere che la ditta, prescindendo da questo fatto, ha subito perdite, e se si dovesse alienare una somma simile si troverebbe indebolita al punto.. da potersi difficilmente risollevare. Non lo dico certo per… Non poté finire. Tony era balzata in piedi, aveva anche fatto due o tre passi indietro, e stringendo sempre in mano il fazzoletto bagnato esclamò: – Ho capito. Basta. Mai! Sembrava quasi un’eroina. La parola “ditta” aveva colpito nel segno. Probabilmente era stata ancor più decisiva che l’avversione per il signor Grünlich. – Assolutamente no, papà! – continuò fuori di sé. – Vuoi far bancarotta anche tu? Basta. Mai! Jean, dopo aver negato ogni aiuto a Bendix, se ne torna a casa portando con sé Tony e la nipotina Erika. Poco tempo dopo Tony ottiene il divorzio dal marito. Il secondo matrimonio di Tony, con Alois Permaneder, è incentivato fortemente dal desiderio della donna di cancellare l’onta delle prime nozze per il bene dei Buddenbrook: “Nonostante non ami affatto lo sposo… in fondo non si tratta affatto della mia felicità, ma soltanto di riparare nel modo più logico e tranquillo al mio primo matrimonio, poiché questo è il mio dovere verso il nome che porto” (Tony Buddenbrook).  Anche la relazione con Permaneder durerà pochissimo, soprattutto perché Tony non può patire la pigrizia e la totale mancanza di ambizioni del marito; soprattutto la donna non sopporta l’ambiente di Monaco di Baviera, molto più rozzo rispetto a Lubecca. In seguito cercherà di far andare per il meglio il matrimonio della figlia Erika con Hugo Weinschenk, ma tale unione sarà distrutta dal processo e dalla condanna al carcere dell’uomo. Il crollo finale dei Buddenbrook vede Tony mera spettatrice, tranne quando cerca di opporsi in tutti i modi alla vendita della Mengstrasse agli odiati Hagenström. Solo alla fine del romanzo, con le morti ravvicinate di Thomas e Hanno, il suo ottimismo e la sua fiducia nell’aiuto divino ai Buddenbrook si scalfiranno di fronte alla definitiva rovina.

Hanno

La parte finale del romanzo che va dalla morte di Thomas Buddenbrook a quella di Hanno è quasi interamente dedicata all’ultimo erede maschio della famiglia lubecchese, ormai in rovina. Fin da piccolo Hanno mostra un carattere molto sensibile: è un bambino timido, fragile, che si emoziona facilmente; il padre Thomas non ama questo lato caratteriale del figlio, e vede nella sua sensibilità una debolezza che si aggiunge a quella fisica. Nonostante gli sforzi del padre di instradarlo verso il mondo degli affari, il piccolo Buddenbrook si mostra totalmente restio a quella realtà mercantile che era stata la componente principale della vita del padre, del nonno e del bisnonno. Nemmeno la scuola suscita in lui alcun interesse: Hanno è del tutto dedito alla musica, compone piccoli pezzi per pianoforte (di cui prende lezioni), e assiste con gioia alle rappresentazioni delle opere, specialmente di Wagner. Il suo unico amico, il piccolo conte Kai, è anch’egli un animo sensibile: ama scrivere e raccontare storie da lui inventate. L’adolescente Hanno verrà colpito dal tifo, e il suo fragile corpo non reggerà alla malattia. La sua morte sancisce la fine dei Buddenbrook, ma il ragazzo, nella sua breve esistenza, non risulta uno sconfitto come il padre. Egli infatti ha sempre seguito la sua passione artistica per la musica, non si è sacrificato alle volontà della famiglia, disinteressandosi della ditta Johann Buddenbrook e della scuola. Hanno risulta così l’estremo, raffinato prodotto di una famiglia nata nella durezza del commercio, ma che ha saputo raggiungere, sia pure a prezzo di dolore, incomprensione e morte, una dimensione più alta della vita.

Christian Buddenbrook

Christian è fin da bambino di carattere istrionico, ama fare scherzi e imitazioni, e le sue “sciocche buffonerie” destano simpatia nella maggior parte della gente che conosce. Crescendo, mantiene il carattere divertente ed originale, anche se il suo atteggiamento gaudente gli procura le prime antipatie da parte del fratello Tom, serio e responsabile. Infatti, se da una parte Christian è un buontempone, dall’altra mostra una estrema pigrizia e uno scarso interesse per gli affari della ditta. Inoltre la sua salute è cagionevole, e una serie di indefiniti malanni gli impediscono di applicarsi al lavoro. Per fargli acquisire esperienza nel campo del commercio viene spesso mandato all’estero, ma anche in questi posti si dedica più al divertimento (donne, teatro, musica..) che al lavoro. Alla morte del padre viene assunto dal fratello per occuparsi della corrispondenza inglese della ditta ma, anche a causa delle sue cattive condizioni di salute, perde pian piano voglia ed entusiasmo, e si assenta sempre di più dal lavoro. In questo periodo il rapporto tra Tom e Christian diventa quanto mai conflittuale: la cosa che fa imbestialire il nuovo capofamiglia Buddenbrook è l’integerrimo nome di famiglia sia macchiato dalla sua reputazione. I rapporti tra i due fratelli peggiorano sempre più, finché Christian non va via di casa per sposare Aline, una ragazza di facili costumi di cui si era innamorato e da cui aveva avuto una figlia. Poco dopo, le sue condizioni di salute lo costringono a farsi ricoverare in un istituto, dove rimarrà fino alla fine del romanzo.

La rivalità dei Buddenbrook con gli Hagenström

La famiglia Hagenström, pur non rivestendo un ruolo narrativo nella storia, è essenziale ai fini della comprensione dell’intero romanzo, soprattutto perché le figure dei suoi componenti costituiscono una sorta di antagonisti dei Buddenbrook. Gli Hagenström sono una famiglia di commercianti all’ingrosso, senza alcun prestigio, che col tempo riescono a ritagliarsi uno spazio sempre più grande all’interno della realtà economica e sociale di Lubecca, spesso rivaleggiando con i Buddenbrook. Dal punto di vista sociale gli Hagenström sono la nuova borghesia, i parvenu che scalzano la vecchia borghesia (i Buddenbrook), senza timori reverenziali ed in modo spietato e repentino. Tony soprattutto nutre per loro un profondo odio, in parte dovuto a degli screzi giovanili; considera il loro successo (che va di pari passo con la decadenza della sua famiglia) immeritato e ingiusto, e non nasconde, nemmeno pubblicamente, questa sua avversione. In particolare Tony fin da piccola odierà terribilmente Hermann, suo quasi coetaneo, e il fratello di lui, che sarà responsabile, in futuro, della condanna al carcere del genero, Hugo Weinschenk. Nella parte centrale del romanzo, la famiglia Hagenström si incarna perfettamente nel suo capofamiglia, Hermann. Egli ricopre lo stesso ruolo di Thomas Buddenbrook, e infatti i due sia politicamente si economicamente si trovano spesso uno di fronte all’altro; nonostante alcuni successi (tra cui l’elezione a senatore), di fatto Tom non riuscirà a reggere il confronto, seppur indiretto, con Hermann. L’episodio che sancisce il definitivo sorpasso degli Hagenström sui Buddenbrook è la vendita della Mengstrasse. Intorno al 1870 Tom decide, data la sua inutilità e per rimpinguare la casse familiari, di vendere la vecchia casa in cui i Buddenbrook vivevano da due generazioni; la transazione viene affidata ad un intermediario, che trova un compratore proprio in Hermann Hagenström. Tony, venuta a conoscenza del fatto, fa di tutto per opporsi a quel passaggio di: “… e qualche volta le toccava per forza passare davanti ai negozi e alle vetrine dell’edificio posteriore…[..].. o alla maestosa facciata anteriore..[..]..In quelle occasioni la signora Permaneder-Buddenbrook si metteva a piangere in mezzo alla strada e per quanta gente ci fosse proprietà. Alla fine Tony cede, ma il vedere che la casa in cui aveva passato tanti bei momenti fosse proprietà d’altri le provocherà sempre dolore: Anche dopo l’acquisto della casa, mentre la famiglia Buddenbrook vive periodi incessanti di crisi, gli Hagenström fanno capolino nella vita dei suoi componenti: emblematico in tale senso è il fatto che il piccolo e debole Hanno venga talvolta picchiato dai robusti figli di Hermann. Hermann Hagenström e la sua famiglia rendono palese, con la loro ascesa, la decadenza della rispettabile e integerrima famiglia Buddenbrook, nonostante gli sforzi di Tom e Tony. Mann non era comunque molto interessato a focalizzarsi sullo scontro e sul passaggio di consegne tra la vecchia e la nuova borghesia, tanto è vero che solo Tony e, in parte minore, Tom, vedono con disperazione il “sorpasso”.

UN NUOVO MODELLO DI SCUOLA

Tutto cambia, anche la scuola frequentata molti anni prima da Thomas e Christian non è più quella che frequenta Hanno. “La Scuola era diventata uno Stato nello stato, nella quale regnava il rigore prussiano con una tirannide tale che non solo i professori, ma anche gli alunni si consideravano funzionari, aspirando alla carriera e quindi ad essere ben visti dai potenti” (pag. 442). Prepotenza e volgarità la fanno da padroni. Solo l’amico di Hanno, il conte Kai si diverte nel chiamare gli insegnanti con nomignoli inventati per sopravvivere al grigiore dei giorni sempre uguali: “padreterno”,  “pappagallo”, “ragno”, mettendo in evidenza un lato del loro carattere o qualche difetto fisico. In questo ambiente, Hanno vacilla, fortuna che gli è vicino il conte Mölln, chiamato Kai. Esilarante è l’episodio della lezione del prof. di Inglese, un giovane insegnante in prova all’istituto: “Era la lezione di Inglese con il candidato Modersohn, un giovane filologo che da qualche settimana insegnava in prova all’istituto… Aveva poche probabilità di essere assunto; ci si divertiva troppo alle sue lezioni… Il baccano in classe non diminuì neanche quando suonò la campanella della quarta ora. Si chiacchierava e si rideva, pieni di eccitazione per il ballo che si preparava… Hanno se ne stava seduto in silenzio a guardare lo spettacolo. Alcuni imitavano i versi degli animali. Il canto d’un gallo lacerò l’aria, e dal suo posto in fondo Wasservogel grugnì come un maiale, senza lasciar vedere che era lui a produrre  quei suoni…Il candidato Modersohn, fatti tre passi dalla porta, pestò un petardo che provocò un fragore simile a dinamite. Fece un salto, poi sorrise smarrito e si fermò davanti ai banchi di mezzo piegandosi in avanti come era sua abitudine e appoggiando il palmo della mano sul primo banco. Ma questa sua abitudine era nota, perciò quel punto bianco era stato cosparso di inchiostro, così il signor Modersohn si imbrattò la manina maldestra. … I grugniti di Wasservogel erano sempre più forti e naturali, e d’un tratto una gran quantità di piselli crepitò contro la finestra, rimbalzò e ricadde fragorosamente nella stanza. “Grandina”, disse qualcuno forte e chiaro, e il signor Modersohn sembrò crederlo, perché si ritirò sulla cattedra e chiese il registro. Non lo faceva per scrivervi delle note, ma perché, pur avendo già tenuto cinque o sei lezioni in quella classe, ancora non conosceva bene gli allievi, ed era costretto a leggerne i nomi sull’elenco scritto. “Feddermann”, disse, “vuole recitarmi la poesia, per favore?”. “Assente”, urlarono varie voci. Mentre Feddermann grande e grosso era seduto al suo posto e con incredibile abilità lanciava piselli per tutta la classe. Il signor Modersohn strizzò gli occhi e sillabò un nome nuovo: Wasservogel”, disse. “Defunto”, esclamò Peterson, colto  da un eccesso di amaro umorismo. E tra scalpiccio di piedi, grugniti, chicchirichì e risa di scherno, tutti ripeterono che Wasservogel era morto. Il signor Modersohn strizzò gli occhi, si guardò intorno, storse amaramente la bocca e guardò di nuovo il registro, indicando con la manina goffa il nome che ora stava per chiamare. “Perlemann”, disse senza troppa convinzione. “Purtroppo colto da pazzia”, disse il conte Kai con voce chiara e ferma; e fra il lievitare degli strepiti anche ciò fu confermato… (pag. 450- 451- 452).

Raimondo Giustozzi

 

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