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Cultura. La storia della famiglia nel romanzo borghese

Fonte Internet

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La lettura di alcuni romanzi dell’ottocento e del novecento: romanzo borghese, naturalista, di formazione e neorealista, consente di farsi un’idea della famiglia quale si sviluppa nel corso dei due secoli, attraverso alcuni grandi snodi di carattere storico, economico e sociale. La letteratura viene utilizzata come fonte della ricerca storica

Le chiavi di lettura dei romanzi:

  1. Il matrimonio: come ci si sposa, famiglia alto borghese, operaia.
  2. La presenza dei figli, la loro educazione, le aspettative per il loro futuro.
  3. La casa della famiglia borghese e operaia: il comfort, l’arredamento, i pasti, la vita di famiglia.
  4. Amore romantico e matrimonio borghese.
  5. Innamoramento e amore: i modi di corteggiare, di innamorarsi, di scriversi, l’amore dentro e fuori il matrimonio (l’adulterio).

AUTORI & ROMANZI:

  1. Mann, I Buddenbrook. L. Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič. Stendhal, Il Rosso e il Nero. G. Flaubert, Madame Bovary. H. De Balzac, Grandezza e decadenza di Cesare Birotteau. H. De Balzac, La cugina Betta. H. De Balzac, Eugenie Grandet. R. Musil. Il giovane Törless. E. Zola, Germinale. C. Dickens, Tempi difficili. G. Verga, I Malavoglia e la roba. I. Svevo, Una vita. V. Pratolini, Metello.

“La morte di Ivan Il’ič”, di L. Tolstoj

La morte di Ivan Il’ič pubblicato per la prima volta nel 1886, è un racconto di Lev Nikolaevič Tolstoj. È una delle opere più celebrate di Tolstoj, influenzata dalla crisi spirituale dell’autore, che lo porterà a convertirsi al Cristianesimo. Tema centrale della storia è quello dell’uomo di fronte all’inevitabilità della morte. In un’aula del tribunale di San Pietroburgo, i colleghi di Ivan Il’ič commentano la sua morte che è occasione per alcuni di loro di prendere il suo posto. Dopo questo incipit, l’autore racconta la storia di Ivan Il’ič, un modesto funzionario dell’impero zarista, del suo matrimonio con Praskov’ja Fedorovna, dei suoi figli: Liza, la maggiore e Vasilij, il figlio minore. Attorno a loro ruota tutto il ceto impiegatizio russo, inutili impiegati di svariate istituzioni inutili, coì le definisce sarcasticamente L. Tolstoj.

Chiavi di lettura del racconto

“La morte di Ivan Il’ič” di L. Tolstoj

 

  • Il palazzo di giustizia presso il quale il defunto Ivan Il’ič aveva i suoi colleghi di lavoro: l’ambiente, le meschinità dei funzionari, l’arrivismo *
  • La carriera di Ivan Il’ič
  • Il matrimonio di Ivan Il’ič
  • La crisi del suo matrimonio
  • I figli nati dal matrimonio
  • La casa di Ivan Il’ič
  • La malattia di Ivan Il’ič
  • La morte di Ivan Il’ič

Vocabolario

* L’arrivismo è una forma estrema di competizione e auto-competizione intesa in ambito professionale, politico, e scolastico come esagerata ambizione di carriera tesa al raggiungimento dello status sociale. La differenza tra arrivismo e determinazione sta nel concetto di meritocrazia, che è alla base della filosofia della persona determinata; invece tale concetto è snobbato dall’arrivista, la cui base filosofica è il cinismo. All’arrivista non interessa il rispetto degli altri e per gli altri, per lui gli altri non sono degni di rispetto, ed ogni mezzo è lecito per scavalcarli.

  • Il palazzo di giustizia presso il quale il defunto Ivan Il’ič aveva i suoi colleghi di lavoro: l’ambiente, le meschinità dei funzionari, l’arrivismo

“ … Così, avendo saputo che Ivan Il’ič era morto, il primo pensiero di ognuno dei signori riuniti in quello studio fu di considerare che ruolo avrebbe avuto quella morte nel trasferimento o nella promozione dei presenti o dei loro conoscenti. “Adesso, probabilmente, avrò il posto di Stabel o di Vinnikov”, pensò Fёdor Vasil’evič. “E’ giù parecchio che me l’hanno promesso e per me questa promozione significa un aumento di ottocento rubli oltre all’indennità di cancelleria”. “Adesso è il momento di chiedere il trasferimento da Kaluga per mio cognato”, pensò Pёter Ivanovič. Mia moglie ne sarà felicissima. Ora non potrà più dire che non ho fatto niente per i suoi parenti”.

“… Il fatto stesso che fosse morto un amico suscitava un sentimento di gioia per il fatto che era morto lui e non loro… I conoscenti più prossimi, i cosiddetti amici di Ivan Il’ič, senza volerlo pensavano anche al fatto che ora c’erano da adempiere i noiosissimi obblighi di rito, che ora avrebbero dovuto andare alla cerimonia funebre e a trovare la vedova per porgerle le condoglianze” (Cfr. L. Tolstoj “La morte di Ivan Il’ič”, pp. 142- 143, Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma 2005). Pёter Ivanovič, compagno di studi di Ivan Il’ič  all’Università e collega di lavoro si piega a tutte le formalità, suo malgrado, nonostante il suo amico Švarc, presente anche lui in casa del morto, lo invita a pensare più alla prossima partita a vint ( gioco di carte) della sera che al morto. Si fa il segno della croce davanti al morto perché così si usa, fa le condoglianze alla vedova, ascolta le sue confidenze. La cosa più importante che voleva da lui “riguardava le questioni inerenti la possibilità, in caso di morte del marito, di ottenere del denaro dallo Stato” (pag. 150). Dopo aver salutato la vedova, la figlia di Ivan Il’ič, il fidanzato di questa,

il figlio di Ivan Il’ič, Gerasim, il contadino servitore della casa, il sacerdote, esce e va da Fёdor Vasil’evič, in tempo per fare una partita a vint, inserendosi come quinto giocatore.

 

  • La carriera di Ivan Il’ič: il suo carattere ed il suo mondo

 

“La storia della vita trascorsa da Ivan Il’ič era la più semplice e ordinaria, e la più spaventosa. Ivan Il’ič era morto a quarantacinque anni, funzionario del Tribunale. Anche suo padre era un funzionario che a Pietroburgo, in vari ministeri e dipartimenti, aveva fatto quel tipo di carriera che porta la gente alla condizione particolare in cui, sebbene sia chiaro che non sono in grado di svolgere alcuna effettiva funzione, ciononostante, grazie al loro lungo stato di servizio e al loro grado, non possono essere licenziati, motivo per cui vengono loro attribuiti ruoli irreali e alcune migliaia di rubli reali (da sei a diecimila), con cui raggiungono la più avanzata anzianità. Era questo il caso del consigliere segreto Il’ja Efimovič Golovin, inutile membro di svariate inutili istituzioni” (ibidem, pp. 152- 153). Il’ja Efimovič Golovin aveva tre figli maschi. Il più grande aveva fatto la stessa carriera del padre ma in un altro ministero, senza infamia e senza lode: “Si avvicinava a quell’anzianità di servizio che per inerzia garantiva lo stipendio” (Ibidem pag. 153). Il terzo figlio era un fallito. Dovunque in posti diversi si era rovinato la reputazione. Ivan Il’ič era il secondo maschio. “Era una via di mezzo: intelligente, piacevole ed educato. “All’Istituto di Diritto, dove aveva concluso gli studi con profitto, era già uguale a come sarebbe stato in seguito e per tutta la vita: un uomo capace, allegramente benevolo e socievole, ma rigorosamente dedito a ciò che considerava suo dovere… Né da ragazzo, né in età adulta era mai stato un adulatore; tuttavia fin dalla prima giovinezza, provava attrazione, come una mosca verso la luce, per coloro che avevano una posizione sociale superiore alla sua, dai quali mutava le abitudini, la visione del mondo e coi quali instaurava rapporti di amicizia” (pag. 154). Diplomatosi in decima classe all’Istituto di Diritto, ottenuto dal padre il denaro necessario, aveva ordinato al famoso sarto Šarmer l’uniforme da funzionario, si era appeso alla catena dell’orologio una medaglia con incise in Latino le parole “respice finem”, mira alla conclusione. Il suo primo incarico, procuratogli dal padre, è quello di delegato speciale presso il governatore della provincia. In provincia Ivan Il’ič conduce una vita piacevole e disimpegnata, frequenta gli ambienti bene, corteggia con galanteria le mogli dei suoi superiori, qualche bevuta assieme ai colleghi, ma niente che andasse fuori le righe di un contegno da perbenista. Dopo cinque anni gli viene offerto un posto di giudice istruttore presso un altro governatorato. Ivan Il’ič accetta di buon grado. Anche in questo nuovo incarico è un giovane per bene, discreto, capace di separare il dovere d’ufficio dalla vita privata e di suscitare la stima generale. “Non abusava mai del suo potere, al contrario cercava di attenuarne l’espressione; ma la consapevolezza di quel potere e la possibilità di attenuarlo costituiva per lui il massimo interesse e l’aspetto più attraente del suo nuovo impiego. Per quanto riguardava il lavoro, ovvero le istruttorie, Ivan Il’ič aveva appreso rapidamente come prendere le  da tutte le questioni estranee al suo ruolo ufficiale e come affrontare qualsivoglia questione in forma tale che la questione si riflettesse sui documenti solo a livello superficiale, in modo da evitare del tutto qualsiasi sua personale opinione e, soprattutto, in modo da far rispettare ogni necessario aspetto formale… Trasferendosi  nella nuova città aveva fatto nuove conoscenze e amicizie, aveva assunto un atteggiamento diverso con una impostazione leggermente nuova. Si era posto ad una certa rigorosa distanza dalle autorità di governatorato, selezionando la migliore cerchia cittadina della nobiltà forense e facoltosa, e aveva assunto un tono di moderato liberalismo e di evoluto senso dello Stato, lievemente incline alla critica verso il governo” (pag. 157). E’ proprio in questa nuova città che impara a giocare a vint e a passare le serate in compagnia dei nuovi amici. Lo stipendio era aumentato e questo gli permetteva un tenore di vita migliore.

 

  • Il matrimonio di Ivan Il’ič

 

Dopo due anni di servizio nella nuova città Ivan Il’ič conosce la sua futura moglie. “Praskov’ja Fёdorovna Michel era la più attraente, intelligente e brillante ragazza della cerchia frequentata da Ivan Il’ič. … Lei si era innamorata di lui. Ivan Il’ič non aveva l’intenzione chiara e precisa di sposarsi, ma visto che la ragazza si era innamorata di lui, si era posto la domanda: “In fondo, però, perché mai non dovrei sposarmi?” “Praskov’ja Fёdorovna era una ragazza di un buon casato nobiliare ed era bella, aveva anche la sua piccola dote. Ivan Il’ič avrebbe potuto ambire a un partito migliore, ma anche Praskov’ja Fёdorovna era un buon partito… La sua era una buona famiglia e lei era affettuosa, graziosa e assolutamente onesta… scegliendo quella moglie, faceva qualcosa di gradito a se stesso e al contempo faceva ciò che era ritenuto giusto dalle persone più influenti. Così si era sposato” (pag. 158- 159). I primi tempi della vita matrimoniale, prima che la moglie restasse incinta trascorrono sereni con le carezze coniugali, il mobilio nuovo, le stoviglie nuove, la biancheria nuova. Con i primi mesi di gravidanza iniziano le difficoltà. La moglie, così pareva ad Ivan Il’ič diventa gelosa, pretende da lui che si prodigasse per lei, gli faceva delle scenate spiacevoli e volgari per qualsiasi motivo. Nonostante queste nubi, Ivan Il’ič continua a pensare positivo, continuando a vivere come prima del matrimonio, frequentando i propri amici per una partita a carte. Praskov’ja Fёdorovna diventa sempre più difficile: “Con la nascita della bambina, i tentativi di allattamento e i conseguenti insuccessi, con le malattie reali e immaginarie della piccola e della madre, in cui si pretendeva che lui si sentisse coinvolto, ma di cui Ivan Il’ič non riusciva a capire niente, l’esigenza di difendere la sua vita extra- familiare si era fatta ancora più pressante…Non più di un anno dopo le nozze Ivan Il’ič aveva compreso che la vita coniugale, pur presentando talune comodità, in sostanza era una faccenda assai complessa e opprimente, nei confronti della quale, per poter adempiere al proprio dovere, cioè per condurre una vita discreta e socialmente apprezzabile, era necessario sviluppare un atteggiamento particolare, come nei confronti del lavoro… Richiedeva alla vita familiare esclusivamente le comodità che poteva ricavarne: un buon pasto, l’organizzazione domestica, un buon letto e, soprattutto, l’osservanza delle forme e della discrezione stabilite dal giudizio sociale” (pag. 161). Le difficoltà della vita coniugale si mescolano con l’avanzamento di carriera di Ivan Il’ič che viene nominato Procuratore Generale in un’altra città di un altro governatorato.

 

  • La crisi del suo matrimonio

 

Il trasloco in questa nuova città avviene nelle ristrettezze economiche. Nella nuova residenza la moglie non si trova bene. Lo stipendio del marito anche se era più alto non bastava comunque a far fronte al caro vita che era più alto. La vita di coppia conosce alti e bassi. Solo comunque pochi i rari momenti di felicità. La moglie rimprovera il marito di colpe non sue. Muoiono due figli in tenerissima età. Rimangono la figlia maggiore (Liza) ed il figlio minore (Vasilij). La figlia studiava in casa e cresceva bene. Ivan Il’ič avrebbe voluto mandare il figlio minore all’Istituto di Diritto, la moglie invece, per dispetto, lo aveva iscritto al ginnasio. Anche l’educazione dei figli costituiva motivo di contrasto tra i coniugi. Il marito cercava di condurre nel migliore dei modi la sua vita fuori dalla famiglia, badando al lavoro e coltivando la cerchia degli amici. Ivan Il’ič “Trascorreva sempre meno tempo in famiglia e, quando era costretto a farlo, cercava di garantirsi il proprio conforto grazie alla presenza di estranei. La cosa fondamentale per Ivan Il’ič era il suo lavoro. Nel lavoro si concentrava l’interesse della sua vita. E quell’interesse lo assorbiva” (Pag. 162- 163).

 

  • I figli nati dal matrimonio

 

Vasilij, il figlio più piccolo “assomigliava terribilmente al padre. Sembrava Ivan Il’ič da ragazzo, proprio come Pёter Ivanovič lo ricordava all’Istituto di Diritto”. Davanti alla salma del padre “Aveva gli occhi di chi ha pianto e di chi, a tredici- quattordici anni, ha perso la propria innocenza” (pag. 151). Liza, la figlia maggiore, un vitino da vespa, bella come poche altre, era l’oggetto del corteggiamento dei ragazzi appartenenti alla cerchia degli amici di famiglia di Ivan Il’ič. Trova il fidanzato nel giovane giudice istruttore Petriščev, figlio di Dmitrij Ivanovič Petriščev e unico erede al suo patrimonio. E legata più alla manna che al padre. Condivide le regole imposte dall’etichetta di una famiglia di rango. Ama trascorrere con la mamma e con altri conoscenti le serate a teatro, ma non perché amasse l’arte ma perché tutte le famiglie bene andavano a teatro.

 

  • La casa di Ivan Il’ič

 

I sette anni trascorsi da Ivan Il’ič come Procuratore Generale sono i più difficili della sua vita. I dissapori con la moglie crescono ed i due figli prendono strade diverse. Liza si fidanza con il giudice istruttore Petriščev, Vasilij frequenta il Ginnasio ma è solo ad affrontare la vita. Grazie alle conoscenze che Ivan Il’ič ha all’interno del Tribunale, riesce, su raccomandazione di un suo amico, ad avere un nuovo incarico al Ministero di Grazia e Giustizia, posto che “lo faceva salire di due ranghi sopra i suoi colleghi, con cinquemila rubli di stipendio e tremilacinquecento di indennità” (Pag. 166). E’ quello che Ivan Il’ič aveva sempre desiderato. Voleva far morire di invidia quanti non lo avevano apprezzato ed avevano preferito dare ad altri incarichi ugualmente ben retribuiti. Lascia la moglie in città ed intanto si reca a Pietroburgo presso cui trascorrerà il resto della sua vita. Ivan Il’ič, avuto il trasferimento a Pietroburgo, al ministero di grazia e giustizia si dà subito da fare per trovare un appartamento dove sistemare la propria famiglia. Lo trovò come lo avevano sognato marito e moglie: “Sale di ricevimento ampie, alte, all’antica, uno studio enorme, comodissimo, camere per la moglie e per la figlia, uno studio per il figlio: tutto come se fosse stato pensato apposta per loro. Ivan  Il’ič si occupò di persona dell’arredamento, scelse le tappezzerie, acquistò i mobili, scegliendoli soprattutto fra le anticaglie, che secondo lui davano un particolare tono…Nell’appartamento c’era in sostanza tutto quello che si trova di solito nelle case di coloro che sono dei veri ricchi, ma che vogliono assomigliare a dei ricchi e finiscono così per assomigliare soltanto a se stessi: damaschi, ebani, fiori, tappeti, bronzi, tutto sullo scuro e sul brillante. C’era tutto quello che escogitano le persone di un certo ceto per assomigliare a tutte le persone di quello stesso ceto” (L. Tolstoj, pag. 167- 168). Non era importante se tra marito e moglie i rapporti fossero quasi inesistenti, quello che importava era fingere agli occhi di una società perbenista ed ostentare una ricchezza basata su uno stipendio di cinquemila rubli più un premio di trasferimento di tremilacinquecento rubli. Nella foga della sistemazione della nuova casa, mentre stava armeggiando accanto ad una finestra nel tentativo di sistemare nel migliore dei modi il drappeggio delle tende, Ivan Il’ič cade dalla scala e batte violentemente il fianco contro la maniglia della finestra. E’ l’inizio di una serie di dolori che lo porteranno progressivamente a scoprire che ha una malattia incurabile. “Nella nuova casa, anche se le divergenze tra marito e moglie rimanevano, erano entrambi così contenti e così tanto avevano da fare che tutto si concludeva sempre senza grandi liti. Quando invece non ci fu più nulla da sistemare, cominciarono ad annoiarsi un pochino e ad avvertire la mancanza di qualcosa, ma subito apparvero le prime amicizie e consuetudini e la vita fu nuovamente piena” (pag. 169). Frequenta nuovi amici, continua a giocare a vint, si butta sul lavoro, anche in casa trascorre delle ore a leggere i classici, ad ordinare i fogli delle udienze. I diverbi con la moglie continuano quando trova qualcosa fuori posto: tovaglie macchiate, strappi alle tende. Si era quasi dissanguato per quella casa e voleva vedere ogni cosa al suo posto. Altri momenti di attrito scoppiano quando la moglie fa rilevare al marito che è uno spendaccione perché ha ordinato per un ricevimento troppe torte o troppi cioccolatini. Ivan Il’ič confessa a se stesso che l’unico momento gioioso della sua vita è quando può giocare a vint in compagnia dei suoi amici, uscire e non sentire più Praskov’ja Fёdorovna che lo rimprovera sempre.

  • La malattia di Ivan Il’ič

 

Ivan Il’ič incomincia ad avvertire un leggero fastidio al lato sinistro dell’addome ed avere un cattivo sapore in bocca. Questo malessere si trasforma in malumore che comincia a guastare ancora di più i rapporti con sua moglie. Presero a litigare sempre più spesso ed ogni piacevolezza e spensieratezza sparirono. Ogni occasione era buona per litigare, anche la più futile: il cibo che non era buono, Vasilij che appoggiava il gomito sul tavolo, la figlia Liza che si pettinava in modo strano. “Praskov’ja Fёdorovna, avendo concluso che suo marito aveva un carattere orribile che le aveva causato una profonda infelicità, cominciò a commiserarsi. E tanto più si commiserava, tanto più odiava il marito. Cominciò ad augurarsi che lui morisse, ma non poteva augurarselo sul serio, perché altrimenti sarebbero rimasti senza stipendio” (Pag. 174). Ivan Il’ič, convinto anche dalla moglie, si decide di andare da tutti i più grandi luminari della medicina, ma ogni volta che si avvicina ad uno di loro, percepisce che ognuno non è affatto interessato a lui, alla sua vita, ma come faceva lui nella professione di giudice, sapeva solo emettere diagnosi, prescrivendogli delle cure. Da tutte le diagnosi, qualcuno parlava di rene, un altro di intestino cieco, Ivan Il’ič traeva la conclusione che lui stava male e che a tutti gli altri, questo non importava affatto, né ai suoi colleghi né a sua moglie né a sua figlia che vedevano in lui solo una iattura, un intralcio alla loro vita. Le sue condizioni di salute peggioravano di giorno in giorno, tanto da credere ad una improbabile guarigione con le icone sacre, sentendo il racconto di una paziente che era guarita grazie a queste icone. Agli occhi di Praskov’ja Fёdorovna risultava che “ il colpevole della malattia era lui stesso: tutta quella malattia altro non era che un nuovo dispetto che lui faceva alla moglie… In Tribunale gli  che lo guardassero qua e là come uno che ben presto avrebbe liberato il suo posto, poi all’improvviso i suoi amici si mettevano amichevolmente a deridere il suo sconforto” (Pag. 181). Anche nel gioco del vint non era più quello di una volta. Tutto faceva pensare ad Ivan Il’ič che la sua vita era avvelenata, che avvelenava la vita degli altri e che quel veleno non sarebbe diminuito. Si decide di andare dal suo amico Pёter Ivanovič che lo porta da un suo amico dottore. Questi gli fa rilevare “che aveva un affarino, un piccolo affarino insignificante nell’intestino cieco”. Questa diagnosi lo tranquillizza un po’, deciso a prendere tutte le medicine che il dottore gli prescrive, tanto da avere la sensazione di stare meglio. Ma il male non scompare, anzi peggiora di giorno in giorno. Si fanno allora pressanti alcune riflessioni: “L’intestino cieco, il rene! Il problema non è l’intestino cieco o il rene, ma la vita e la morte. Sì, c’era la vita e ora se ne sta andando, se ne va via e non posso trattenerla: Già, perché devo ingannarmi? Non è forse chiaro a tutti, tranne a me, che sto morendo, che è solo una questione di settimane, di giorni, o magari sarà proprio adesso… Non ci sarò più e cosa sarà di me? Ma dove sarò quando non ci sarò più? Davvero morirò? No, non voglio” (Pag. 186). In preda a queste domande angoscianti mentre tutti gli altri ridono e vivono la loro vita, la stessa che lui aveva vissuto fino alla propria malattia, manifesta nei loro confronti un astio incontenibile: “Per loro è indifferente, ma moriranno anche loro. Che ottusità. Io morirò prima e loro dopo e proveranno le stesse cose. Animali” (Pag. 186). Quando rimane solo Ivan Il’ič prova a ripensare ai vecchi sillogismi del Kizevetter imparati negli anni di scuola: “Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale”. Per tutta la vita gli era sembrato sempre giusto, ma riguardo a Caio, non a se stesso. Una cosa era l’uomo Caio, l’uomo genericamente inteso, e questo era assolutamente giusto; ma lui non era Caio… lui era il piccolo Vanja con la sua mamma ed il suo papà, coi fratellini Dmitrij e Vladimir, con i suoi giocattoli, col cocchiere, con la bambinaia, poi con la piccola Katja, con tutte le gioie, i dispiaceri e gli entusiasmi dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza… Caio era stato innamorato come lui? Era forse capace come lui di presiedere un’udienza? Caio era certamente mortale ed era giuso che morisse, ma lui, Ivan Il’ič, con tutti i suoi sentimenti, i suoi pensieri, per lui era un’altra cosa. E non era possibile che dovesse morire. Sarebbe stato troppo spaventoso. Questo era quello che sentiva. Se anche io dovessi morire come Caio, lo saprei, ci sarebbe una voce interiore a dirmelo, ma non c’è niente di simile dentro di me” (pag. 188- 189).

 

  • La morte di Ivan Il’ič

 

Nelle ultime settimane di vita, la malattia e la morte sono un tutt’uno per  Ivan Il’ič, tanto è difficile separarne i confini. Cerca di vivere per il lavoro, ma sempre un’idea lo ossessiona: la morte: “E la c osa peggiore era che lei veniva a distrarlo non perché lui potesse fare qualcosa, ma solo perché la guardasse diritto negli occhi, perché, guardandola senza poter fare niente, soffrisse in modo indicibile” (pag. 190- 191). A nulla valgono l’oppio e la morfina che gli iniettano per alleviare il dolore. Tutti attorno a lui sembrano pensare ad una sola cosa: quando potrà togliersi di torno per non intralciare la loro felicità? Solo nei confronti del servitore Gerasim non ha sfoghi di odio represso. Gerasim è il ragazzo di campagna, pulito, vigoroso, appesantito dal vitto cittadino che attende ai suoi impegni di servitore in casa Il’ič con assoluta dedizione., anche nei servizi più umili, quale è quello di svuotare il vaso da notte. Ivan Il’ič invidiava tutte le persone che fingevano che lui fosse semplicemente malato non che stesse morendo. Invidiava la forza, la vitalità che lo stavano abbandonando, ma non la forza e la vitalità di Gerasim nei cui confronti matura giorno dopo giorno sentimenti di profonda gratitudine. Desiderava tanto di essere carezzato, coccolato come si fa con i bambini, ma tutti non erano capaci di manifestare nei suoi confronti la benché minima solidarietà. Solo Gerasim era capace di tutto questo. Matura sempre più un odio profondo verso sua moglie e verso il dottore che gli sa solo raccontare pietose bugie. Rimasto solo con il fedele Gerasim, Ivan Il’ič dà fondo a tutte le sue ultime riflessioni sul mistero della vita e della morte: “Piangeva per la sua impotenza, per la sua terribile solitudine, per la crudeltà degli umani, per la crudeltà di Dio, per la sua assenza…stranamente tutti i migliori della sua vita piacevole gli parevano ora qualcosa di molto diverso da come gli erano apparsi allora. Tutti, tranne i primi ricordi di infanzia… Anche nell’Istituto di Diritto c’era qualcosa di buono: c’era l’allegria, l’amicizia, c’erano le speranze… Forse non ho vissuto come avrei dovuto? Ma come è possibile, se ho fatto tutto come si deve! Si diceva…” (pag.210). La verità, forse stava nel fatto che avrebbe dovuto vivere diversamente da come invece era vissuto, ma non c’era più tempo. Il lavoro, l’organizzazione della sua vita, la famiglia, gli interessi sociali e professionali, tutto gli appariva falso. Sola la visita del sacerdote, chiamato dalla moglie, lo rasserena: “Quando arrivò il sacerdote e lo confessò, lui si addolcì, si sentì come alleviato dai suoi dubbi e, di conseguenza, anche dalle sue sofferenze e fu colto da un attimo di speranza” (Pag. 216). Gli ultimi attimi di vita sono un calvario: tremiti, rantoli, grida di sofferenza inaudita, poi “proferì d’un tratto a voce alta. – Che gioia immensa! …E’ finita! Disse qualcuno dei presenti. Egli udì quelle parole e le ripeté dentro di sé. “La morte è finita”, si disse, “non esiste più”.

 

Raimondo Giustozzi

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