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Immigrazione: più italiani all’estero che stranieri in Italia

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di VLADIMIRO POLCHI

Il dato consolidato Istat segnala un ribaltamento del trend. Il ritratto multietnico del paese nel Dossier statistico del centro studi Idos.

Gli immigrati sono l’8,3% della popolazione, contribuiscono al sistema pensioni con oltre 10 miliardi di contributi e sono determinanti in diversi settori, dall’assistenza alle famiglie all’agricoltura. Oltre mezzo milione di imprese.  Nel 2015, per la prima volta dopo molti anni, il numero di cittadini italiani residenti all’estero ha superato quello dei cittadini stranieri residenti in Italia. E’ quanto emerge dal Dossier Statistico Immigrazione 2016, realizzato dal Centro studi Idos e della rivista Confronti, in collaborazione con l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni) e presentato oggi a Roma. Secondo i dati Istat citati nel dossier, sono infatti 5 milioni e 26 mila gli stranieri residenti nel nostro Paese nel 2015 contro i 5 milioni e 200mila italiani che, in base ai dati delle anagrafi consolari, risiedono fuori dalla madrepatria. Nel 2014, gli italiani all’estero e gli stranieri in Italia si equivalevano.

Il Dossier statistico Idos, però, aggiunge la stima sulle presenze effettive, che contemplano anche coloro che pur avendo un permesso di soggiorno non hanno preso la residenza: con questo criterio, gli immigrati regolari nel nostro Paese sfiorano i 5 milioni e mezzo, ai quali vanno aggiunti 1.150.000 che hanno già acquisito la cittadinanza italiana.

Cinque milioni e mezzo di “nuovi italiani” – Nel dettaglio, il rapporto stima che gli stranieri regolarmente in Italia siano 5 milioni e 498 mila (ai quali si aggiungono 1.150.000 di cittadini di origine straniera che hanno acquisito negli anni la cittadinanza italiana). Provengono in maggioranza da Romania (22,9%), Albania (9,3%), Marocco (8,7%), Cina (5,4%), Ucraina (4,6%). Il loro apporto, secondo il dossier, è “funzionale dal punto di vista demografico”. Da anni infatti la popolazione in Italia è in diminuzione. “Questa tendenza peggiorerà, trovando tuttavia un parziale temperamento nei flussi degli immigrati – si legge nel Dossier – ; l’Istat ha ipotizzato, a partire dal 2011, una media di ingressi netti dall’estero superiore alle 300mila unità annue (livello rispetto al quale in questi anni si è rimasti al di sotto), per discendere sotto le 250mila unità dopo il 2020, fino a un livello di 175mila unità nel 2065”.

Il record in Emilia – Nel 2015 l’Emilia-Romagna si conferma la regione d’Italia con la maggiore incidenza di cittadini immigrati: i residenti sono 533.479, il 12% della popolazione. Gli stranieri residenti registrano un calo nell’ultimo anno di 3.268 unità (-0,6%), ma il saldo negativo è determinato dal fatto che molti hanno acquisito la cittadinanza italiana. Nel 2015 sono nati nella regione 8.812 bambini con entrambi i genitori di origine straniera. La popolazione straniera si distribuisce in tutte le province con incidenze percentuali sempre superiori alla media nazionale dell’8,3%: si va dall’8,5% di Ferrara al 14,2% di Piacenza. La provincia con il maggior numero di stranieri rimane Bologna, con 117.122 residenti, seguita da Modena (91.867) e Reggio Emilia (67.703). Quasi un quinto degli immigrati che vive in Italia, invece, abita in Lombardia: 1.149.011 residenti, ovvero il 22,9% dei 5.026.153 presenti nel nostro Paese. L’incidenza sul totale della popolazione lombarda è dell’11,5%.

Le pensioni degli immigrati.

La presenza degli immigrati, specialmente per quanto riguarda le pensioni per invalidità, vecchiaia e superstiti (Ivs), fornisce un corposo gettito contributivo (10,9 miliardi di euro nel 2015). I non comunitari titolari di pensione per Ivs gravano solo per lo 0,3% sul totale delle pensioni (39.340 su 14.299.048). “Benché sia consistente l’aumento annuale dei nuovi beneficiari, il differenziale rispetto agli italiani sarà elevato ancora per molti anni e andrà a beneficio delle casse previdenziali”. E ancora: il bilancio costi-benefici dell’immigrazione per le cassi statali sarebbe pari a 2,2 miliardi di euro.

Un fiume di denaro inviato a casa. Il sostegno degli immigrati ai Paesi di origine è evidenziato dalle rimesse. In Italia si è registrato il picco delle rimesse nel 2011, con 7,4 miliardi di euro, scesi a 5,3 miliardi nel 2015. “Gli invii sono gestiti solo in un decimo dei casi dalle banche, preferite per le grandi transazioni, mentre negli altri casi prevalgono gli operatori di money transfer”. Clamorosa la diminuzione del flusso monetario verso la Cina: da 2,6 miliardi di euro nel 2011 a 0,6 miliardi nel 2015.

I salari degli stranieri.

Nel 2015 gli stranieri presenti nell’Ue sono stati il 7,3% degli occupati e il 12,5% dei disoccupati, mentre in Italia l’incidenza è stata del 10,5% tra gli occupati e del 15% tra i disoccupati. Nel periodo 2008-2015 per gli immigrati il tasso di disoccupazione è aumentato di 7,7 punti (per gli italiani di 4,8). Solo il 6,8% degli stranieri lavora nelle professioni qualificate, mentre il 35,9% svolge professioni non qualificate e un altro 30% lavora come operaio. In media la retribuzione netta mensile per gli stranieri è inferiore del 28,1% (979 euro contro i 1.362 degli italiani). E ancora: “In questa lunga fase di crisi, non tutte le collettività hanno tenuto come quella cinese, anche perché caratterizzata da una quota di lavoratori indipendenti pari al 47,5% contro una media del 12,5% tra tutti gli immigrati. I saldi occupazionali rilevati dall’archivio Inail sono stati positivi solo per le collettività maggiormente coinvolte in attività autonome, specie nel commercio (Cina, Egitto, Bangladesh, Pakistan). Ben diversa la situazione dei marocchini, il cui tasso di disoccupazione è del 25,4% e quello di occupazione del 44,1%”.

Nuovi assunti e imprenditori. Gli immigrati nel 2015 hanno comunque inciso per il 28,9% sui nuovi assunti, “valori che sottolineano la loro funzionalità al mercato occupazionale in numerosi comparti e, in particolare, in quello del lavoro presso le famiglie e in agricoltura”. Ha continuato a essere positivo anche l’andamento delle imprese a gestione immigrata, aumentate di 26mila unità e arrivate al numero di circa 550mila.

Il lavoro domestico.

Nel lavoro domestico è occupata la metà delle donne immigrate, che in diverse collettività costituiscono la maggioranza (sono 8 su 10 in quella ucraina, mentre appena 2 ogni 10 tra i senegalesi e i bangladesi). Nel 2015, secondo l’Osservatorio sul lavoro domestico dell’Inps, le badanti e le colf sono 886.125, di cui 672.194 con cittadinanza straniera. Ma, secondo stime, le persone che lavorano in nero uguagliano quelle assicurate. Non solo. In questa fase di crisi anche le donne italiane si sono inserite maggiormente nel comparto e tra il 2007 e il 2015 sono passate da 140mila a 213.931.

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