Lo scrittore israeliano, a margine di un incontro a Milano in Triennale, rilancia la sua idea per un percorso di pace

 – da Linkiesta

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua (GALI TIBBON/AFP/Getty Images)
Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua (GALI TIBBON/AFP/Getty Images)

Non c’è dubbio: serve più Europa, e non solo per i Paesi europei. Serve anche in Medioriente. Secondo lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua, il tempo per la pace con i palestinesi è sempre più lontano, ma sempre più urgente. E gli unici che possono aiutarli non sono più gli Stati Uniti, ma i più vicini stati Europei, «come la Francia».

Al termine di otto anni di “dottrina Obama” lo stato di Israele deve fare i conti con un mondo cambiato. Soprattutto, con un alleato storico ormai troppo distante. E Yehoshua, sempre molto critico contro il governo di Tel Aviv, rilancia quella che, per lui, è l’unica soluzione possibile: non due Stati, come si pensava all’epoca della creazione di Israele attraverso la risoluzione Onu 181 del 1947, ma una «forma di Stato con due nazioni». Ormai le condizioni sono cambiate in modo irrimediabile, le rivendicazioni dei due popoli, in particolare quelle dei Palestinesi, si sono modificate.E ad aiutare l’incontro tra le due parti possono essere solo Paesi europei.

Yehoshua è a Milano per l’incontro del 6 maggio a Milano, in Triennale, per il Festival dei Diritti Umani. Il tema del dibattito è “Dalle donne ebree alle donne d’Israele”, e insieme a lui c’è Barbara Stefanelli, vicedirettore del Corriere della Sera, e Maryam Ismail, antropologa italo-somala – appare alla fine l’ancora sindaco Giuliano Pisapia, già rimpianto dal pubblico.

Lo scrittore è preoccupato per il futuro del Medioriente. «Occorre agire al più presto». Uno dei problemi è la situazione demografica: gli ortodossi – che non riconoscono lo Stato israeliano – crescono in modo esponenziale, mentre al di fuori di Israele cresce anche la popolazione palestinese. Il rischio è quello di una polarizzazione della società e, forse, la fine dello Stato stesso. «Però il tasso di natalità degli arabi israeliani, cioè dei cittadini dello stato di Israele di origine araba, secondo le statistiche, sta diminuendo». È un passo importante: «Si sono arricchiti e si sono modernizzati. E la diminuzione delle nascite ne è una conseguenza». Il problema resta nelle colonie.

«Anche lì, è necessario trovare una soluzione. Non riconoscono lo Stato di Israele, ed è difficile ricondurli entro i confini di uno Stato. La cosa più semplice è, anche in una soluzione di due Stati, creare aree apposite dedicate a loro», e di includerli nello Stato palestinese. Una sorta di enclave che bilanci, in questo senso, le comunità arabe in Israele. «Il processo di pace dovrà essere seguito dall’Europa – sì, dalla Ue – e non più dagli Stati Uniti. Tocca a loro prendere la guida e risolvere la situazione».

Al momento il Medioriente è attraversato da conflitti molto più gravi – e anche di questi «gli Usa sono responsabili». Ciò che accade in Siria e in Iraq «è terribile. Non ci sono altre parole. Lo sfacelo di due Stati e di due popolazioni distrutte è devastante». E Israele deve, a maggior ragione, in una situazione così instabile e confusa, «stringere ancora di più i suoi rapporti con i Paesi con cui ha relazioni pacifiche, come la Giordania e l’Egitto, e fare pressioni sull’autorità palestinese per raggiungere un accordo definitivo sulla situazione israelo-palestinese». Il tempo stringe e il Medioriente si frantuma in califfati ed ex-stati. In questo quadro cupo l’unica speranza «è l’isolamento», in attesa di una mano amica. Europea, stavolta.