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Dialetto in pillole – 39 Parole da non perdere

(è opportuno ricordare che qui sono elencate parole che o non sono presenti nel vocabolario del dialetto portorecanatese “Léngua Màtre” o, se presenti,  non sono corredate da  fraseologia e versioni etimologiche qui riportate)

 

G

 

galùppa/gulùppa (vedi vocabolario “Léngua Màtre”). Busta, ma il maschile sgulùppu, sostantivo vale per sviluppo (fisico): quéssu è el tèmpu de’ sgulùppu = l’età dell’adolescenza; in Léngua Màtre si veda sguluppà’ (stessa voce).

 

gànciu. ganciogancéttu, sostantivo maschile, strumento dei calafati per togliere la stoppa vecchia dalle commessure della barca.

 

garganèlla (a). A garganella, locuzione, bere direttamente dalla bottiglia: latino tardo gàrgala, trachea.

 

gàttu. gatto. gàtta-màula, sostantivo femminile, protagonista della storiella: de chi ci hai paùra? – De la gàtta màula etc…, detto a un bambino preso da paura: hai paura della gatta che dorme? – Maula è termine ispano-americano con il senso di vile, codarda.

 

ggìggiu. Uomo fatuo, perditempo; vedi “Léngua Màtre”: qui registro una possibile derivazione dal toscano bell’aggéggio, nel senso di furbastro, poco serio, quindi da aggéggiu>fr. ant. agiets.

 

foto sito granatieridisardegna.it

foto sito granatieridisardegna.it

ghétte. Sostantivo femminile, gambiera abbottonata di lato, usata soprattutto per i bambini; per gli adulti, sorta di pantaloni, abbottonati di lato e con una striscia di stoffa da passare sotto la pianta del piede. Le *ghettìne, diminutivo, vanno dal ginocchio in giù; francese guêtre.

 

ghìngheri. Sostantivo maschile plurale, riferito all’agghindarsi, usato nell’espressione méttese tùttu in ghìngheri = vestirsi in maniera ricercata; francese guinder, issare, mettere su, nel senso di agghindarsi, abbigliarsi.

 

ggiaggià’. nascondino. Etimo: potrebbe venire dal veneziano squagiàr, che significa farsi scoprire, farsi scovare. Altri: latino iacère>italiano popolare mettersi a giàgiu, disteso, come si fa a nascondino per non farsi vedere.

 

giàru. erba di fratta. Per l’etimologia, non individuata in Léngua Màtre, ipotizzo qui una derivazione dal latino, arum maculatum pianta erbacea irritante; meno probabile appare la derivazione da garum, salsa in uso presso i romani e raccomandata spesso dal famoso cuoco Apicio.

 

giudèu. Sostantivo maschile, giudeo, usato quasi esclusivamente come componente nella parola spregiativa cangiudèu (cane di un giudeo); latino iudaeus<greco īudaîos.

 

gnàgnera. lamento continuognagnerèlla, sostantivo femminile, nel senso di pioggerella continua e fastidiosa.

 

góla. golasgulusitùra, sostantivo femminile, mangiucchiare cibo di cui si è golosi.

 

grane. Sostantivo femminile, chicchi d’uva bolliti, che si mettono nelle botti del vino novello; latino grànum.

 

granatièru. Sostantivo maschile, granatiere, detto di persona alta e robusta, di imponente stazza fisica (i granatieri erano addestrati a lanciare granate).

 

guàttu. pesce ghiozzo. Altra ipotesi etimologica oltre quanto indicato in “Léngua Màtre”:  il lat. coàctus deve aver dato luogo a ad-coactàte, acquattarsi, nascondersi, con lo stesso significato del verbo derivato nguattàsse.

Un guazzetto di pesce - foto sito buonissimo.org

Un guazzetto di pesce – foto sito buonissimo.org

 

guazzéttu. guazzetto. Sostantivo maschile, ricetta di pesce povero (un tempo); per l’etimo vedi guàzza (latino medievale guazàre).

 

guzzà’. aguzzare. Da riferire anche all’operazione di assottigliamento della cima del pagliaio, dopo la trebbiatura, con l’aggiunta di foglie.

 

 

 

A nascondino (giaggi+á) - foto mdplab.bolgspot.com

A nascondino (giaggi+á) – foto mdplab.bolgspot.com

spigoli

 

ggiaggià e altri giochi

 

Uno dei giochi preferiti dai ragazzi, da Castennôu a Sammarì era quello del giaggià. In italiano si legge nascondino, cache-cache in francese, cachette a Montréal, bopeep in Inghilterra e ocultar a Madrid. Voglio dire, lo conosce il mondo intero.

Da noi si faceva di solito la sera, quando calava il buio. La masnada  poteva essere composta anche da 10-15 ragazzini e quello che stava “sotto” (cioè aveva l’incarico, dopo aver contato fino a un certo numero, di trovare gli altri, che si erano andati a nascondere) aveva il suo bel da fare a individuarli tutti. C’erano due scuole di pensiero sul “ggiaggià”: oltre la versione normale, esisteva pure quella “tana liberi tutti”; una roba terribile, dato che il cacciatore, se veniva beffato anche solo dall’ultimo brigante da scovare, che arrivava a toccare la tana prima di lui e diceva “Tana liberi tutti!”, doveva ricominciare da capo, era come se avesse tanto faticato per nulla. La consolazione, piccola però, concerneva il terreno di caccia, limitato per legge non scritta, ma rispettata; non è che se si giocava gió la marina de Sammarì potevi nasconderti sulla Fiumarella.

I coraggiosi (temerari, forse è più esatto) giocavano a “ca(v)àllu lóngu”, di solito in spiaggia: cinque/sei ragazzi si mettevano a schiena piegata, allacciati tra loro, con il primo che poggiava le mani su un casotto (capanno); quelli dell’altra squadra, a turno, saltavano sulla loro schiena, badando bene a calarci con forza, gridando prima “èccheme!”. Vincevano i cavalli se riuscivano a restare in piedi, i cavalieri se il cavallo cedeva.

Poi, le “piastre”. Venivano messe in fila delle figurine, che si ergevano da un mucchietto di sabbia, dritte piantate come in segno di sfida al tiratore; si prendeva una distanza di parecchi metri e si lanciavano le piastre. Chi abbatteva le figurine se le portava a casa. Le piastre erano sassi da spiaggia, tra i più larghi e piatti possibile.

Si giocava pure a cento altri giochi (il “tanièngu”!), uno più carognesco dell’altro. Però, this is the question, si giocava, e si giocava all’aperto. E insieme. Mica soli davanti a un computer o a un cellulare.

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