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Amministrative Porto Recanati. La rinascita culturale del Paese richiede di andar oltre il consumo del passato, per creare nuove idee e opere.

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Per il Porto Recanati Festival 2014 abbiamo voluto provocatoriamente usare la parola “Petrolio” come tema del festival per indicare che «la cultura è il petrolio dell’Italia», una ricchezza della nostra terra da fare sgorgare per incanto il prezioso liquido della cultura; ma non è così semplice, infatti dal punto di vista economico, la cultura è altra cosa dal petrolio: per ottenere dei risultati soddisfacenti occorrono investimenti di alto valore economico, a volte persino rischiosi.  La cultura, ha bisogno di infrastrutture intangibili, ovvero «di una società che pensa e che ama pensare».

Ma il problema non è solo questo. Nel nostro paese si può osservare un disinteresse pressoché completo per le forme della produzione culturale innovative e legate alla contemporaneità, e allo stesso tempo propone un’offerta culturale prevedibile, totalmente modellata su tempi e interessi di un turismo globalizzato.

Le nostre città sono viste come luoghi fruibili prima di tutto dai turisti; in esse, i residenti sono diventati i complici compiacenti su cui si riversa parte della ricchezza portata dai visitatori, mentre il tessuto sociale, trasformato in piccoli personaggi di Disneyland, perde vertiginosamente la propria identità, con l’effetto dello spopolamento.
Il problema quindi che vogliamo porre ad dibattito è come progettare, immaginare il nostro paese attraverso la cultura, l’arte; una questione che in un momento come l’attuale è assolutamente prioritaria. La condizione che riteniamo  indispensabile è la creazione di un’identità collettiva.

13087280_236465143388906_8208582046787476778_oOggi l’intero Paese pensa al proprio passato come a uno scrigno, una tomba da custodire; e alimenta una nostalgia perniciosa che è l’esatto opposto della comprensione storica; la nostalgia, scrivono, è la pellicola della rimozione.
La parola chiave per comprendere lo stallo in cui si trova il Paese è appunto «rimozione». Gli italiani non sono in grado di riconciliarsi con la propria storia. Per usare la cultura come fattore di sviluppo bisogna fare prima di tutto i conti con se stessi, col proprio passato, e avere un’idea collettiva del futuro. Uno dei capisaldi di questo blocco psichico, che riguarda l’intera Italia, il Nord come il Centro e il Sud, è la televisione, la neotelevisione, come l’ha definita Umberto Eco nel 1983, che ha alimentato negli ultimi vent’anni, sulla falsariga del modello americano dell’intrattenimento, questa mancata comprensione, oltre a fornire ai telespettatori massicce dosi di glamour e vintage, se non proprio di pornografia di massa a buon mercato. La cultura si è fissata su stereotipi per cui il popolo amerebbe il pop, mentre una minoranza d’intellettuali la cultura alta, altro luogo comune che finisce per avvalorare l’unica televisione dominante, quella commerciale, e il suo conformismo di fondo (Marco Belpoliti, La Stampa).
Giorgio Vasta, ha espresso in modo icastico questo situazione: «L’Italia è un Paese a somma zero». L’industria culturale nel nostro Paese, scrivono gli studiosi Caliandro e Sacco, non favorisce per nulla l’innovazione, ma vive su modelli precostituiti e già affermati. Come fare per ripartire? Innovando, introducendo quello che Robin Wood, saggista americano, ha definito disturbance, il disturbo culturale, che è proprio dell’arte e della letteratura, e che «permette di misurare la distanza creativa tra la nuova proposta e il gusto già affermato». La cultura dovrebbe diventare un contesto esperienziale, in cui le persone imparano a creare possibilità per se stesse e per gli altri investendo sul proprio potenziale di sviluppo umano.

Un’impresa non da poco, ma indispensabile.

 

 

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