La Resistenza a Porto Recanati
La Resistenza a Porto Recanati

Negli anni ’50 abitavo al primo piano di una casa in via Leopardi vicino all’officina di Aldo ‘Ngriccia (Grilli); al secondo alloggiavano Santì Ascani, i figli Peppe, Ivana, Edy (Edelwaiss), Giulia e la moglie Vittoria Gardini, con la quale gestiva un negozio di generi alimentari, una cooperativa nata dopo la guerra sotto il segno delle brigate Garibaldi, infatti la bottega si chiamava La Garibaldina. Era uno stanzone con entrata in via Leopardi e in via Mentana, piuttosto buio, con un piccolo retrobottega. Apparteneva a Biagio de Amato (Giri), che aveva il ristorante Il Diavolo del Brodetto nel lungomare [1].

La Garibaldina. Mia madre mi metteva in mano i quattrini e il biglietto con la lista dei generi da acquistare. Andavo volentieri a incontrare il saluto sorridente di Santì e il volto gioviale di Vittoria. A volte andavo pure, però, senza quattrini. Allora la formula era: Ha dittu mamma che me daghi un ettu de murtatella, dopu passa lìa a pagà. Santì, che era stato operaio anche lui alla Montecatini come mio padre, non muoveva ciglio; tirava fuori il quaderno nero, segnava il debito contratto e aspettava tranquillo che gli operai ricevessero la quindicina. Appena il genitore arrivava a casa con la paga, il primo dovere di mia madre era di andare a saldare i conti sospesi, e in testa c’era Santì. Persona tranquilla, mi sembrava. Ero lontano dalla verità. Solo dopo quaranta e più anni ho saputo chi fosse davvero quell’uomo lì. Nato nel 1906, aveva una ventina d’anni quando avvenne che il direttore Giulio Ridolfi lo cacciò dalla Montecatini. Lui, Santì, in fabbrica faceva propaganda politica, parlava di Lenin, confezionava scritte sovversive

Funerali_solenni per i morti nella strage di Montalto, marzo '44 - foto sito storiamarche900.it
Funerali_solenni per i morti nella strage di Montalto, marzo ’44 – foto sito storiamarche900.it

sui carrelli della pirite, roba tipo Viva il proletariato, Viva lo sciopero e simili. Ridolfi lo chiamò per  un monito, un invito a calmarsi, a fare attenzione al proprio comportamento o roba simile.

Santì calmo continuò a non starci e perciò gli venne notificato il licenziamento: Potete mandarmi via da qui – disse -, ma mi restano le mie braccia: mi basteranno. Andò a fare il muratore. Dopo che il fascismo creò il gran pateracchio del 25 luglio e poi si mise al servizio dei tedeschi, Ascani non ci pensò un attimo a prendere la via della montagna, coi ribelli. Diventò tenente colonnello partigiano e commissario politico della divisione di Macerata; partecipò ad azioni di guerriglia, lanciò bombe, sparò colpi di pistola e di fucile. Fece il partigiano sul serio e visse sempre nel terrore che i neri se la prendessero con i suoi familiari. E poco ci mancò. Alla fine non rimase lì a lucrare posti, soldi o carriera. Tornò a casa a fare il padre, il marito e a vendere pane e pasta.

Di quell’epopea restano alcuni documenti, le attestazioni di stima degli ex compagni, qualche citazione nei libri che raccontano la guerra partigiana nelle Marche e una foto della moglie Vittoria, in testa al corteo della Liberazione a Macerata, bandiera rossa tenuta alta e fatta sventolare con orgoglio [2].

Il figlio Peppe  negli anni ’50 giocava da mezz’ala con gli arancioni del Portorecanati calcio. Me lo ricordo bene perché già a sei/sette anni ero assiduo spettatore delle partite al Nazario Sauro, sotto la tutela di zio Cesarì Canaletti, fratello di mia madre. Uno dei ricordi più belli di Peppe sarà certo una partita a Fabriano col primo tempo chiuso sul 3 a 0 a favore dei cartai e ribaltato nel secondo grazie a tre goals di Stelvio Attili e a uno suo. Segnò il 3 a 2, in mezzo a una mischia paurosa dalla quale uscì di forza, palla al piede. Secondo me, si era ricordato di essere figlio di partigiano combattente e così entrò col pallone in rete ridando fiato alle speranze portolotte di riagguantare il risultato. Quella volta i nostri arancioni rientrarono circondati di gloria e ripieni di fierezza, come i legionari di Scipione dalla battaglia di Zama. Poi gli Ascani cambiarono casa e si trasferirono dall’altra parte della via, dove Vittoria è vissuta, vigile e … compagna, fino alla morte, avvenuta pochi anni fa.

 

 

[1] Biagio de Amato va letto come Biagio figlio di Amato Giri. È forma abituale della nostra parlata dialettale. Vale anche per altri gradi di parentela: ‘Ntunina de Nenu el calafatu (Antonia moglie di Nazzareno) oppure ‘Incè’ de ‘Ndrè de Carlu (Vincenzo figlio di Andrea a sua volta figlio di Carlo).

[2] Su Sante Ascani e la moglie Vittoria Gardini venne scritta pure una canzone che ne celebrava le gesta partigiane. Per quante ricerche abbia fatto, mi è ancora sconosciuto l’autore. La canzone l’ho pubblicata nel mio Le undici di notte e l’aria oscura, Recanati, Grafica Bieffe, 2013, pp. 63-64.