di Maurizio Ambrosini – da lavoce.info

In modo sempre più esplicito l’Europa cerca di sottrarsi a quegli obblighi di tutela dei diritti umani che dovrebbero essere un suo vessillo. Decisioni basate su due equivoci: il legame tra rifugiati e terrorismo e una percezione del numero e delle caratteristiche dei migranti smentita dai fatti.

Accordo oneroso per l’Europa

Sono riprese in grande stile le operazioni di salvataggio dei richiedenti asilo nel Mar Mediterraneo. L’incremento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno supera il 30 per cento. Dipende dalla stagione primaverile e dalle migliori condizioni del mare, ma è assai probabile che nello stesso tempo si stia verificando un riorientamento delle rotte di fuga dalle guerre, dopo i controversi accordi tra l’Unione Europea e la Turchia.

I paesi dell’Unione, incapaci di trovare un accordo sulla gestione condivisa del diritto di asilo, si sono invece ritrovati sul principio di rimandare in Turchia chi approda dal mare senza autorizzazione: in altri termini, hanno esternalizzato la gestione dell’asilo, affidandola non più o non soltanto ai paesi meridionali dell’Unione, ma coinvolgendo un partner discusso come Ankara.

Per comprendere come l’accordo sia un effetto dell’affanno europeo sulla questione, basti pensare che la Turchia applica il principio della riserva geografica, non riconoscendo ai siriani il titolo di rifugiati: dovrà cambiare le proprie norme per accoglierli formalmente, anche se non sappiamo con quali diritti e con quali misure di protezione. Sull’altra sponda, la Grecia non riconosce ad Ankara la qualifica di paese terzo sicuro: anch’essa dovrà operare dei cambiamenti legislativi.

Molto onerose sono altresì le condizioni imposte dalla Turchia per assumere il ruolo di presidio delle frontiere europee: oltre al raddoppio dell’impegno finanziario (da 3,2 a 6 miliardi di euro), l’abolizione dell’obbligo del visto per i cittadini turchi diretti verso l’area Schengen e l’accelerazione delle trattative per l’ingresso di Ankara nell’Ue.

Se una delle ragioni per il rifiuto di accogliere i profughi era il timore di un’islamizzazione dell’Europa, la soluzione trovata non sembra particolarmente idonea a fugarlo. Va da sé poi che la legittimazione della Turchia come partner affidabile e necessario significa di fatto un riconoscimento internazionale per il governo Erdogan, malgrado la crescente repressione interna, verso giornalisti, intellettuali, oppositori politici e minoranza curda.

Nel frattempo, varie organizzazioni umanitarie hanno ritirato i loro operatori dall’isola di Lesbo, ritenendo che l’indurimento delle politiche europee, con il prelievo forzoso delle impronte, il trattenimento delle persone, le precarie condizioni di accoglienza, impedisca di svolgere le attività di protezione per cui si erano mobilitate.

La demografia sconfigge il panico

Possiamo parlare di un panico europeo di fronte ai rifugiati e di un tentativo sempre più esplicito di sottrarsi agli obblighi di tutela dei diritti umani che sono sempre stati esibiti come un vessillo della civiltà europea.

Due equivoci sono al contempo causa ed effetto del panico. Il primo è il legame tra rifugiati e terrorismo: i responsabili degli attentati sono nati e soprattutto cresciuti in Europa, ma di fronte agli attacchi i governi annunciano la chiusura delle frontiere, mostrando di credere che le minacce vengano dall’esterno.

Il secondo equivoco è la confusione tra immigrati e rifugiati, con effetti insieme enfatizzanti e distorsivi. Molti credono, inclusi grandi organi di informazione, che l’immigrazione sia in crescita tumultuosa, che l’asilo ne sia la motivazione prevalente, che gli immigrati siano maschi, mussulmani, provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. Limitandoci alla sola Italia, il volume dell’immigrazione è stazionario, intorno ai cinque milioni di persone. Rifugiati e richiedenti asilo sono poco più di 150mila (in Libano sono 1,5-2 milioni). Gli immigrati entrano per ragioni di lavoro e per ricongiungimento familiare (circa un milione sono minori), sono in maggioranza europei, donne, provenienti da paesi di tradizione cristiana. Questi semplici dati di fatto vengono rimossi, a favore di una narrazione drammatizzante e ansiogena.

Come ha scritto Amnesty International in un messaggio rivolto ai leader europei, “Non è delle urne che dovreste preoccuparvi, ma dei libri di storia”. Eppure le elezioni sono sempre dietro l’angolo, e i rifugiati non votano.

 

Maurizio Ambrosini
Maurizio Ambrosini

Maurizio Ambrosini è docente di Sociologia delle migrazioni nell’università degli studi di Milano, dove coordina il corso di laurea in “Scienze sociali per la globalizzazione”. Insegna inoltre nell’università di Nizza. E’ responsabile scientifico del Centro studi Medì di Genova, dove dirige la rivista “Mondi migranti” e la Scuola estiva di Sociologia delle migrazioni. E’ autore di Sociologia delle migrazioni, manuale adottato in parecchie università italiane.. Suoi articoli e saggi sono usciti in riviste e volumi in inglese, spagnolo, francese, tedesco, portoghese e cinese. Ha pubblicato ultimamente: Non passa lo straniero? Le politiche migratorie tra sovranità nazionale e diritti umani (Cittadella, 2014); Migrazioni irregolari e welfare invisibile. Il lavoro di cura attraverso le frontiere (Il Mulino, 2013) e curato Governare città plurali (FrancoAngeli, 2012) e Perdere e ritrovare il lavoro (Il Mulino, 2014).