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Papa: basta clericalismo. I laici, anche in politica, non hanno bisogno di indicazioni

Foto da internet

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di PAOLO RODARI – repubblica.it

Pubblicata una lettera di Francesco alla Pontificia Commissione per l’America Latina e i Caraibi guidata dal cardinale Marc Ouellet. Un testo che offre uno spaccato della sua idea di Chiesa e di quale ecclesiologia dopo il Concilio Vaticano II

Nella Chiesa di Francesco i vescovi non stanno davanti al gregge come a volerli pilotare nello loro azioni, e questo vale sia per la politica sia per la vita di tutti i giorni. È bandito, insomma, «il clericalismo», quell’«atteggiamento che annulla la personalità dei cristiani», che li trasforma in aiutanti dei preti, mentre la loro vocazione è un’altra, del tutto autonoma. Piuttosto la Chiesa deve stare dalla parte della gente, «accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale».

Entra nel cuore dell’ecclesiologia proposta dal Concilio Vaticano II, Papa Francesco, in una lettera pubblicata oggi (ma firmata il 19 marzo) e inviata al presidente della Pontificia commissione per l’America latina e i Caraibi, il cardinale Marc Ouellet, dopo che la stessa Commissione ha dedicato la sua assemblea plenaria all’«indispensabile impegno dei fedeli laici nella vita pubblica dei paesi latino-americani».

Secondo il Papa, «e illogico, e persino impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta». In merito, Francesco cita sant’Ignazio de Loyola, che raccomanda una pastorale «secondo le necessità di luoghi, tempi e persone». Perché l’inculturazione «è un processo che noi pastori siamo chiamati a stimolare, incoraggiando la gente a vivere la propria fede dove sta e con chi sta. L’inculturazione è imparare a scoprire come una determinata porzione del popolo di oggi, nel qui e ora della storia, vive, celebra e annuncia la propria fede.
Con un’identità particolare e in base ai problemi che deve affrontare, come pure con tutti i motivi che ha per rallegrarsi. L’inculturazione è un lavoro artigianale e non una fabbrica per la produzione in serie di processi che si dedicherebbero a fabbricare mondi o spazi cristiani».

Il clericalismo è per Francesco una tentazione da cui guardarsi. Perché troppo spesso, dice, «siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana; su come, nella sua attività quotidiana, con le responsabilità che ha, s’impegna come cristiano nella vita pubblica. Senza rendercene conto, abbiamo generato una èlite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede. Sono queste le situazioni che il clericalismo non può vedere, perchè è più preoccupato a dominare spazi che a generare processi. Dobbiamo pertanto riconoscere che il laico per la sua realtà, per la sua identità, perchè immerso nel cuore della vita sociale, pubblica e politica, perchè partecipe di forme culturali che si generano costantemente, ha bisogno di nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede».

Francesco ricorda Lumen Gentium, che dal numero 9 al 14 spiega come la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio e «non solo a pochi eletti e illuminati». Mentre il clericalismo va spegnendo poco a poco «il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli». Dopo un invito a valorizzare la «religione del popolo» secondo l’insegnamento di Paolo VI, Bergoglio chiede ai vescovi di stare al fianco dei laici impegnati nella vita pubblica, specialmente nelle città, diventate luoghi dello scarto: «Che cosa significa – chiede – per noi pastori il fatto che i laici stiano lavorando nella vita pubblica? Significa cercare il modo per poter incoraggiare, accompagnare e stimolare tutti i tentativi e gli sforzi che oggi già si fanno per mantenere viva la speranza e la fede in un mondo pieno di contraddizioni, specialmente per i più poveri, specialmente con i più poveri. Significa, come pastori, impegnarci in mezzo al nostro popolo e, con il nostro popolo, sostenere la fede e la sua speranza.
Aprendo porte, lavorando con lui, sognando con lui, riflettendo e soprattutto pregando con lui. I laici sono parte del Santo Popolo fedele di Dio e pertanto sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi siamo chiamati a servirli, non a servirci di loro».

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