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Oltre il mito delle preferenze: chi le usa e dove?

di Andrea Piazza

La scena politica portorecanatese, dopo decenni di relativa quiescenza del dibattito politico per la particolare conformazione del tessuto sociale che la caratterizza, finalmente si è allineata al plurale confronto politico. Questo grazie anche all’affacciarsi di nuove generazioni che reclamano rappresentanza e e per la mutata geografia politica a livello nazionale.
Importante contributo è dato sicuramente dalla entrata in scena dei canali digitali di informazione che hanno permesso a più voci di rappresentare e far conoscere i temi del dibattito politico cittadino.
La nascita dei blog e di magazine on line hanno arricchito la quantità e la qualità di informazioni disponibili all’elettore.
A questo proposito risulta interessante valutare la valutazione  della dinamica delle preferenze nella formazione delle liste. A tal proposito pubblichiamo un interessante analisi delle ultime competizioni elettorali.

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Tratto dal Resto del Carlino del 27 aprile 2016

Secondo le indicazioni del governo, presto l’Italia avrà un nuovo sistema elettorale, che sostituirà il cosiddetto “Consultellum” creato nel dicembre 2013 dalla sentenza della Corte Costituzionale contro il precedente Porcellum. Come ad ogni passaggio parlamentare, il tema del voto di preferenza ritorna in auge. Ma qual è la situazione negli altri paesi europei? E quanti elettori si avvalgono poi del voto di preferenza quando ne hanno l’occasione?

Affrontiamo in primo luogo il tema della diffusione del premio di preferenza: questa opzione è ovviamente disponibile soltanto per i sistemi elettorali proporzionali. Nel caso vi sia invece un sistema maggioritario, con collegi uninominali, la presenza di un solo candidato per ciascuna porzione territoriale rende superfluo il voto di preferenza (come accade in Regno Unito e Francia). Il voto di preferenza entra in gioco invece per i sistemi che prevedono circoscrizioni plurinominali, e quindi dove in una lista elettorale verosimilmente soltanto un certo numero di candidati sarà eletto. In questo scenario si propongono varie alternative a seconda del tipo di lista.

Possiamo trovarci infatti di fronte al caso della lista bloccata quando gli eletti sono proclamati scorrendo in la lista nell’ordine stabilito dal partito. Il capolista è il primo degli eletti nella circoscrizione, seguono poi i vari candidati a seconda dei seggi che spettano al partito. Questo metodo è in vigore in Germania (anche se calmierato dall’elezione in collegi uninominali di metà dei deputati, come spiegato qui), ma anche paesi in Spagna, Portogallo e Romania.

Il metodo teoricamente più distante alla lista bloccata è quello della lista aperta: in questo caso gli elettori hanno a disposizione una o più preferenze per indicare chi, tra i candidati proposti dal partito che votano, li rappresenta maggiormente. Questa opzione è presente in Italia (un sistema con preferenza unica è stata appunto introdotta dalla sentenza n. 1/2014 della Corte Costituzionale) ma anche, tra gli altri, in Polonia, Finlandia e Grecia.

Abbiamo poi diversi modelli che si situano a metà strada fra questi due “estremi”: la lista flessibile, la lista variabile e il voto singolo trasferibile. La lista flessibile prevede che l’elettore possa esprimere una preferenza per un candidato, ma che l’ordine di elezione possa essere modificato solo a certe condizioni (generalmente le preferenze raccolte dal candidato devono oltrepassare una quota rilevante dei voti espressi nella circoscrizione, ad esempio l’8% in Svezia). Questo rende difficile che la preferenza produca i propri effetti. Questo approccio è presente in numerosi paesi europei, quelli in arancione nella mappa. La lista variabile lascia aperte diverse opzioni ai partiti che concorrono, lasciando a loro la scelta del metodo con cui presentarsi all’elettorato (è ciò che avviene in Danimarca). Infine, il voto singolo trasferibile prevede più preferenze espresse per singoli candidati, secondo un ordine di gradimento (utilizzato solo in Irlanda a livello nazionale).

Vediamo quindi come non vi sia un trend chiaro verso le liste aperte nei sistemi proporzionali. Anzi, considerando le clausole che rendono spesso difficile la reale efficacia delle preferenze nelle liste flessibili, complessivamente i sistemi proporzionali tendono a lasciare la scelta degli eletti ai partiti, tramite la compilazione della lista e l’ordine di presentazione dei candidati.

Ma che cosa succede in Italia? Abbiamo dato un’occhiata alle analisi del Centro Italiano Studi Elettorali (CISE), sulle Elezioni Europee del 2014. Queste elezioni, insieme a quelle comunali, consentono all’elettore di esprimere delle preferenze (fino a tre) insieme al voto dato a una lista. Ciò permette di calcolare un Indice di preferenza (IP): quante preferenze sono state utilizzate rispetto a quelle disponibili? L’indice, che varia fra 0 (nessuna preferenza utilizzata) e 1 (tutte le preferenze utilizzate), si calcola ponendo al numeratore il totale delle preferenze espresse, e al denominatore i voti validi moltiplicati per il numero di preferenze a disposizione (come abbiamo detto, tre in questo caso). (1) Cliccando su ciascuna regione potete visualizzare l’IP di ciascuna regione:

Balza subito all’occhio come l’utilizzo delle preferenze sia un fenomeno squisitamente meridionale. Infatti, se si escludono le regioni dove la presenza di minoranze linguistiche porta a un voto “personale” verso i candidati che rappresentano le comunità francofona e altoatesina (in Val d’Aosta e Trentino Alto Adige), gli elettori utilizzano più di un quinto delle preferenze a loro disposizione solo da Roma in giù. All’estremo opposto troviamo il Piemonte, la Toscana e l’Emilia-Romagna, dove viene utilizzato solo l’8% delle preferenze disponibili.

Il dato complessivo ci mostra un utilizzo tutt’altro che entusiastico del voto di preferenza per le Elezioni Europee 2014: solo il 15% delle preferenze a disposizione degli elettori è stato poi utilizzato (pari a 12.715.549 cognomi scritti sulle schede). I dati non ci dicono se ciò sia dovuto alla bassa affluenza, alla scarsa conoscenza dei candidati o alla presenza di circoscrizioni ampie, ma di sicuro pochi elettori hanno usufruito dell’opportunità di indicare direttamente i propri rappresentanti.

Analizzando invece i dati per partito, troviamo altre differenze interessanti.

I dati CISE ci consentono di notare come l’utilizzo delle preferenze sia diverso anche a seconda del partito. Al primo posto, con il 27% delle preferenze utilizzate, troviamo gli elettori dell’NCD-UDC. Si noti che questo partito ha ottenuto risultati migliori al Sud, e quindi come le proprie zone di forza si sovrappongono a quelle dove le preferenze sono maggiormente utilizzate. Troviamo poi l’Altra Europa per Tsipras e Fratelli d’Italia (liste minori, probabilmente con una maggiore conoscenza locale dei candidati e un voto più “personale”) e la Südtiroler Volkspartei (partito della minoranza altoatesina) con il 24% delle preferenze utilizzate. Decisamente sotto la media invece l’utilizzo delle preferenze da parte degli elettori del Movimento 5 Stelle. Si sospetta che ciò sia dovuto a una minore conoscenza dei candidati, che non hanno mai ricoperto cariche politiche in precedenza, a fronte di un risultato ragguardevole per la lista di Beppe Grillo (quasi 5 milioni e 800mila voti). Solo il 10% delle preferenze disponibili sono utilizzate dagli elettori M5S.

Simili dati emergono da una nostra analisi sulle preferenze dell’ultima mini tornata elettorale nelle regioni italiane: le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria del 23 novembre 2014 (2). Per entrambe le competizioni elettorali vediamo come l’IP sia più alto rispetto alle precedenti elezioni europee, e come la regione settentrionale faccia registrare un valore ben più basso di quella meridionale (16% delle preferenze utilizzate in Emilia-Romagna, contro il 44% delle preferenze usate in Calabria). Se a livello territoriale non emergono differenze notevoli, l’utilizzo delle preferenze cambia invece a seconda del partito politico.

In entrambi i casi vediamo come gli elettori che votano per il Movimento 5 Stelle utilizzino di meno le preferenze, e come al contrario NCD si confermi il “partito delle preferenze”. Interessante anche il dato del PD, che a livello regionale sembra in grado di proporre candidati che raccolgano più consenso personale rispetto a quelli delle elezioni per il Parlamento Europeo.

In conclusione possiamo affermare, in attesa dei dati delle prossime elezioni politiche, come l’utilizzo delle preferenze si connoti come un fenomeno marginale. Soltando una minoranza di elettori le utilizza, e il fenomeno raggiunge una certa incisività soltanto nelle regioni meridionali e per i partiti con forti candidati locali.

Si ringrazia Salvatore Borghese per la collaborazione.

Note:

(1) Di conseguenza, questo dato in presenza di più preferenze esprimibili non ci dà il numero di elettori che hanno usato la preferenza (ciò è possibile solo in caso di una sola preferenza attribuibile). Infatti, intuitivamente, su un campione di 3 elettori se ciascuno esprimesse una sola preferenza si avrebbe un IP di 3/9, che sarebbe pari all’IP di un campione di 3 elettori dove solo uno esprime tutte e tre le preferenze.

(2) Abbiamo calcolato l’IP per le liste che abbiano conseguito un risultato superiore al 2% dei voti validi, anche per evitare dati poco significativi.

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