Le undici di notte e l'aria oscura, Edizioni Lo Specchio
Le undici di notte e l’aria oscura, Edizioni Lo Specchio

(è opportuno ricordare che qui sono elencate parole che o non sono presenti nel vocabolario del dialetto portorecanatese “Léngua Màtre” o, se presenti,  non sono corredate da  fraseologia e versioni etimologiche qui riportate)

 

E

 

(v)élu – sostantivo maschile, velo; riferito anche alla monacazione: ha piàtu el vélu = è diventata suora; anche: è ‘ndàta in chiège sènza (v)élu = di donna sfrontata, irrispettosa della religione.

 

èllu – avverbio, èccolo-a-i-e; altre forme: èllu-a, èlli-e / edèllu-a, edèlli-e / èsselu-a, èsseli-e.

 

esèrcetu – sostantivo maschile, esercito, forza armata; latino exèrcitus.

 

(v)etturìna – sostantivo femminile, donna di malaffare; forse dalle piccole vetture, calessi, dove i clienti imbarcavano le prostitute.

L'esercito alla guerra (serenoregis.org)
L’esercito alla guerra (serenoregis.org)

spigoli

esèrcetu

 

“Dopu tant’anni de sencèru amore, bellina, fui chiamatu a la bandiera”

È l’inizio di uno stornello, che ci porta al duro momento della separazione degli amanti perché lui deve andare al servizio militare. Un obbligo universale, sancito da Statuti e Costituzioni, visto come una disgrazia perché, in molti casi, privava le famiglie delle braccia-lavoro indispensabili, specie nel caso di genitori avanti con l’età.

I vantaggi si vedevano poco; quasi sempre accadeva che, in realtà, il congedato non fosse andato molto avanti nella conoscenza e nell’uso delle armi. Però, si conosceva il mondo, altra gente, qualche vizietto. Molti dei portorecanatesi erano arruolati in marina; ne abbiamo avuti anche imbarcati su navi in servizio in Cina, all’epoca della rivoluzione dei boxers.

Non si rado il servizio militare causava seri problemi ai rapporti tra fidanzati. Lo può testimoniare una canzoncina che, a occhio e croce, dovrebbe avere almeno 100 anni:

“Alla partenza mia / bella piagnéi / cul fazzulettu aji occhi / te sciuccài / nun eru al turió / che già ridéi /  eru a La Spezia /  e un antru / già tu amài”.  Che questo testo  possa aver avuto un’origine locale è suggerito dal riferimento al “turió”, cioè alla torre quadrata del castello svevo. Solo suggerito, però.

Un’altra canzone molto conosciuta, che a me cantava mio nonno, era quella di Giulia, sul tema del soldato che ritorna e trova la fidanzata morta. Eccone i primi due versi:

“Sono le undici di notte e l’aria è scura / e nel silenzio dormono gli augelli…”.

In un’altra versione, che qui dialettizzo perché così l’ho sempre sentita, l’attacco era assai più poetico:

“El celu è ‘na cuperta recamata / le stelle cu’ la luna fa all’amore”. Il finale era straziante:

“Oh Giulia, Giulia dove dormendo stai / angelo del cuor mio, angelo di bontà”.

La guerra provocò tra i nostri portolotti un centinaio di morti tra la prima e la seconda, bombardamenti (quasi 150 nella pazzia mondiale mussoliniana), civili uccisi da bombe inesplose e riemerse per qualche motivo dopo la fine del macello.

L’ultimo ricordo: la resurrezione degli incubi quando tornò alla luce nel maggio 1991, per un puro caso, il rifugio antiaereo costruito sotto il campetto di calcio dei Salesiani. Ognuno vi riconobbe il fantasma della paura.

 

Foto unadonna.it
Foto unadonna.it

F

 

fattìccia, aggettivo, detto di donna appariscente, non bella, ma mésta ssu (messa su, che ha un qualche cosa che attrae, resa appetibile dal trucco o da un certo modo di vestire o altro).

 

farfallétta, sostantivo femminile, ciuffo di capelli sulle tempie sporgenti dalla tesa del cappello.

 

ffatturàtu, aggettivo maschile, fatato, posto sotto incantesimo.

 

fialùta, sostantivo femminile, scintilla, voluta di fiamma; altra ipotesi etimologica rispetto a quella segnalata nel dizionario Léngua Màtre dove si rimanda al greco phiálē (tazza + latino alùta, scintilla): latino flagràre>provenzale flar da cui i dialettali fiarùta (Camerano) e, infine, fialùta (Osimo, Porto Recanati, Loreto).

 

fiàra, sostantivo femminile, fiamma, avvampare del volto: buttà’ le fiàre, essere rosso in viso per la collera.

 

frégna,  sostantivo femminile, cosa da poco o cosa in generale: indica anche il sesso femminile; > sfregnàtu, sostantivo maschile e aggettivo, lamentoso all’eccesso; per l’etimo, lat. fràngere > perfetto frègi, spaccare, spaccatura.

 

furfè’, sostantivo maschile, retribuzione basata su una valutazione globale di merce o simili; francese forfait : fàmu un furfè’ = accordiamoci su una cifra complessiva.

 

fusò, sostantivo maschile, pantalone sportivo che si restringe verso il basso e termina con una fascetta che passa sotto il piede; francese fuseau (pantalon fuseau).

 

 

spigoli

 

fattìccia – insulti

 

Per guadagnarsi l’appellativo di “fattìccia”, la donna non doveva essere bella, ma darsi la pena di farsi bella, di apparire bella, truccata e vestita nel modo giusto. In una parola: possedere “charme”.

L’aggettivo, però, contiene un suffisso che ha tutta l’aria di un dispregiativo.

Allora: una “fattìccia” sarebbe una donna non bella di natura, ma “costruita” per bene apparire, un che di artificioso sovente mal riuscito. Una “posticcia”.

Tra i termini poco gentili che si possono rivolgere alle dame, tuttavia, questo è uno dei meno feroci perché, in realtà, contiene pure un sommesso, tacito riconoscimento di una sorta di restauro al viso e al corpo in qualche modo apprezzabile.

Altro, per esempio, è dire “ténta” oppure “smitriàta”. La prima era l’accusa di avere l’anima nera come il fondo del “caldaru de la tenta”, che era il grande calderone usato per la tintura delle reti e delle corde; quindi, un’anima infernale, cattiva. La seconda evocava persone senza misura, senza metro, fuori da ogni regola, impudenti e ribalde.

Tutto ciò viaggiava rabbiosamente dall’una all’altra portolotta nelle cagnare tra comari. Che non si facevano solo al Porto, certo.

Mi è capitato di leggerne una di tipo recanatese, messa in versi da Augusto Mazzagalli, vissuto nella seconda metà del XIX secolo. È sorretta da un linguaggio delicato al confronto del profluvio ‘purtannaru’ di “mpunturàta, ciangaróna, casellànta, spazzìna, quellu ch’a fattu la màtre fa la fija, zózza o anche léngua zózza, lenguàccia lónga, léngua che tàja e cùge, figamóscia, sànta catafìssa, làdra e puttanóna”. Può bastare.

La signora messa in campo dal buon Augusto, però, se pure con meno ferocia della nostra portolotta, non è che le mandi a dire. La sua interlocutrice è una “pora càna” ed è bene che faccia “pìssa là”; per essere presentabile dovrebbe “reschiaràsse” notte e giorno, non solo i panni, ma tutto, faccia compresa; si può dire che nella città madre agli affronti si gira un po’ intorno, si preferisce la circonlocuzione all’insulto diretto, l’ironia è più fine, l’attacco meno sanguigno.

Mi sa, invece, che una degna controparte della “purtannàra” dovrebbe essere la “curunàra” loretana, ma è uno studio che va fatto a parte mettendo nel conto anche le signore usemane e castellane.