Ferruccio e il figlio Romeo (foto nonnoferruccio.it)
Ferruccio e il figlio Romeo (foto nonnoferruccio.it)

Ci vediamo al Porto in piazza da Ferruccio (l.p. Corriere Adriatico, 27.VII.1999)

 

Oltre che un volto era una voce. Colpiva l’orecchio già quando sbucavi da Castelnuovo, specie se ancora non c’era tanta gente e quindi la confusione era poca. Ma pure con quella … Beh, Ferruccio era il padrone della piazza. E se lo meritava perché è lui che l’aveva turisticamente nobilitata con il suo chiosco. Ferruccio Lucchetti era il gelato. Capitava spesso a Loreto o a Recanati o a Castello (fidardo) di sentire la gente darsi appuntamento “…questa sera al Porto, in piazza da Feruccio”, con una “r”, naturalmente. Così si dice anche ora che è morto da qualche anno. Dopo la voce, però, arrivava la faccia. Ed apparivano due occhi vivaci, fiammeggianti tensione nei momenti critici degli affollamenti al banco, ricchi di umana simpatia nelle pause, poche. Il gelato di Ferruccio (non voglio togliere niente a nessuno, né di allora né di oggi) sottolineava lo status symbol nell’estate portorecanatese; venire qui e non fare tappa da Lucchetti era come andare in gita a Roma e non vedere il cupolone. Il Padreterno lo ha richiamato a sé troppo presto, Ferruccio, ma gli ha risparmiato di subire il calvario dei socialisti. Il PSI è stata la sua passione politica e lui non era certo tipo di viverla, la morte del partito, con serenità. C’è anzi da star certi che, pizzicato da qualche cliente sull’argomento, anche per scherzo, Ferruccio non avrebbe esitato a perderlo. E non per eccesso di complimenti.

Il bar Ferruccio, anni '50 (foto collezione Mario Matassini)
Il bar Ferruccio, anni ’50 (foto collezione Mario Matassini)

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Quelle esibizioni di zì Nemesio (l.p. Corriere Adriatico, 5.VIII.1999)

 

Zì Nemesio Castellani (foto portorecanatesi.it)
Zì Nemesio Castellani (foto portorecanatesi.it)

Le sue ultime estati le ha passate in tournée. Come altro si possono chiamare le esibizioni di zì Nemesio Castellani, detto il Trentino, nei vicoli e negli slarghi del paese? Zì Nemesio si scalmanava in balli e danze che conosceva solo lui, accompagnato da Gujè (Guglielmo Cittadini) a sua volta detto Occhibelli, armato di organetto e con una voce ormai rotta dagli anni, come lo erano le movenze del Trentino, il quale non mancava però di vantare di essere figlio d’arte richiamando alla memoria degli astanti la discendenza classicheggiante da una madre greca e ballerina. Bah, chissà. Del resto, laggiù sotto l’equatore, tutto era possibile *.

Infatti era nato a Lourenço Marques, oggi Maputo, in Mozambico, nel 1899 o nel 1900, e questa origine esotica la custodiva come una leggenda. C’è da dire che è riuscito, anche adesso che è morto da un bel po’, a circondare con un filo di mistero la sua vita. Almeno l’inizio, perché il resto lo conosciamo abbastanza bene.

Alla moglie Nannina la Quadrata, la nascita di Nemesio dalla spuma dell’Oceano Indiano importava punto o poco, preoccupata com’era di riuscire a coniugare il pranzo e la cena, prosaiche necessità alle quali lui sembrava pensare in modo piuttosto poetico ed episodico. Storiche le loro cagnare, con i giovinastri dell’epoca in agguato nei dintorni per rubare gesti e parole da replicare, poi, davanti a un pubblico di coetanei entusiasti.

Eccelleva su tutti e lo ha dimostrato in tante riviste di Carnevale, Remo Scocco; nessuno, come lui, (e chissà se mai ce ne sarà un altro) può dirsi capace di restituire alla nostra memoria il modo di parlare e di muoversi di zì Nemesio.

Il quale non è certo stato uno stinco di santo, come tanti altri. Però da quando se ne è andato, lui come Gujè, non possiamo far finta che l’anima dei vicoli abbia conservato il colore di prima.

 

* In realtà la madre di Nemesio era inglese e si chiamava Emily Bromwell, danzatrice a Maputo quando partorì il figlio. Questo l’ho scoperto durante una ricerca sui portorecanatesi che andavano alle stagioni di pesca in Mozambico tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Nessuno gli credeva, al Trentino, quando lo diceva. Approfitto anche di questa occasione per porgergli le mie sentite scuse. Ultimo: c’è qualcuno che sa dirmi il perché del suo soprannome?