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Robert Mapplethorpe: scatti di un viaggio all’inferno

Robert Mapplethorpe: scatti di un viaggio all’inferno

di Barbara Meletto

Un’ossessiva ricerca sensuale unita ad una studiata costruzione formale caratterizza l’opera di Robert Mapplethorpe.

Scandaloso ed irritante, scaltro sino al disincanto, sincero fino alla provocazione, poeta della cultura omosessuale e dei i suoi riti erotici e sociali, Mapplethorpe fu il primo artista a mettere il pubblico perbenista di fronte ad una realtà sommersa, che lo condusse diritto verso la morte, avvenuta per Aids.

Mai come in questo caso arte e vita si fusero in un’inarrestabile parabola discendente.
Nato nel 1946 in un sobborgo di Long Island chiamato Floral Park, un luogo tranquillo ed anonimo, “un buon posto in cui crescere e un buon posto da cui andar via”, come disse egli stesso, Mapplethorpe fu il terzo di sei figli di una coppia di cattolici irlandesi osservanti.
Nel 1963 andò a studiare al Pratt di Brooklyn, dove cominciò a fotografare con una polaroid e si rese definitivamente indipendente dai genitori.

Dai primi scatti alle prime amicizie importanti che lo tuffarono in una girandola di esperienze: da Patti Smith a Andy Warhol, da Susan Sontag a Cindy Sherman, da Francesco Clemente a Sam Wagstaff, ricco ed aristocratico collezionista, amante e mecenate di Mapplethorpe.
Droghe e pratiche sadomasochistiche, l’amore estremo in tutte le sue forme, l’erotismo più spinto unito al senso della morte, furono il suo mantra di vita e l’essenza di ogni sua fotografia.

Spezzando la sottile barriera che ancora separava l’arte dalla pornografia, Mapplethorpe documentò il perverso universo sessuale dell’underground newyorkese, scavando dentro se stesso e le sue torbide fantasie: onesto fino all’eccesso, fino all’esibizione estrema del proprio dolore.

Bramoso di una consacrazione pubblica, alquanto turbata e scandalizzata dalle sue foto, Mapplethorpe fece della sua opera un tributo all’Eros, un Eros totale e totalizzante, linfa e motore del mondo.

Attraverso i suoi scatti, Mapplethorpe diede corpo alla sua personale verità: la fotografia ha il compito di liberare il corpo dalla condizione di repressione in cui è posto, lasciando in questo modo lo spazio per la ricerca del suo piacere più vero e profondo.

I tabù e i vincoli religiosi vengono così sciolti per trovare una consacrazione quasi divina: nella classica perfezione delle forme la perversione si sublima e si edifica.

Ma prima ancora che nelle sue immagini strabordanti di erotismo, è nel suo volto strafottente e, via via, sempre più tormentato e malato che si ritrova la cifra stilistica della sua opera: dall’autoritratto in cui si immortalò come dandy a quello in cui comparì come terrorista, dalla versione satanica a quella con il volto consumato dall’Aids.

Al di là del culto per il maledetto e per l’alternativo, Mapplethorpe ebbe la forza di gridare la propria diversità, testimone e protagonista egli stesso di una realtà fatta di pulsioni, dove le categorie etiche non hanno peso.

Tra bene e male, lecito ed illecito, morale ed immorale, esistono solamente uomini e donne con i loro desideri rimossi, abilmente ricondotti da Mapplethorpe entro la dimensione dell’arte.

“Nel fotografare un fiore mi pongo più o meno nello stesso modo di quando fotografo un cazzo. In sostanza è la stessa cosa. E’ un problema di luce e di composizione. Non c’è molta differenza. La visione è la stessa.”

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