Paolo Poli (Corriere)
Paolo Poli (Corriere)

Paolo Poli, il fratello perfido di Carmelo Bene dall’occhio beffardo

Dispiegò la sua critica dei classici ch’egli ritenne classici, senza alzare la voce, senza ghigni di alcun genere, senza mettersi in mostra, al contrario sempre sottraendosi

di Franco Cordelli

Benché tra l’uno e l’altro corressero dieci anni di differenza, Paolo Poli l’ho sempre pensato come il fratello cattivo, anzi perfido, di Carmelo Bene. Carmelo era nato dieci anni dopo e crescendo di quel fratello maggiore si era ingelosito, aveva deciso (così mi figuravo) d’esser cattivo, di non lasciare a quel suo fratello tutta la cattiveria di cui sin da giovane si stava dimostrando capace. Allora il minore cominciò ad alzare la voce, a fare le facce feroci, a sferrare colpi ovunque gliene venisse il ghiribizzo. Ma, precisamente, dove? Perbacco, sui classici, sui sommi, là dove il pensiero e il sentimento sono più in alto.

A fare quello che il fratello maggiore, Paolo, faceva — esercitare la cattiveria (ciò che tutti noi chiamiamo critica), guardare con occhio beffardo gli scrittori minori, i non-classici, i non-alti, coloro che si sono espressi in specie per il popolo — al fratello minore, Carmelo, appariva di poco conto. Sono buoni tutti a prendere in giro le favole per ragazzi, le devozioni, le storielle che ci vengono trasmesse quando siamo piccoli: e insomma i sillabari, anche se portano la firma di illustri come Goffredo Parise — che è il titolo di una delle ultime opere su cui Paolo Poli ha esercitato il suo genio, il suo genio unico non già in Italia, ma c’è da giurarlo, nel mondo. Vorrei precisare: il talento e poi il genio di questo grande fiorentino non fu tale perché scelse un profilo basso, perché si misurò non con i giganti bensì con autori e opere classificate come di minor conto.