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mercoledìcinemaCinelinguaggi

Nelle tiepide notti d'estate, gli spettatori potranno godersi l'esperienza estiva del cinema seduti comodamente, esplorando il rapporto emozionale tra cinema e musica. Potranno anche, dopo la proiezione, dilungarsi, parlando di cinema degustando del buon vino e ascoltando musica.

11.07 “Jersey Boys” di Clint Eastwood

18.07 “The Rocky Horror Picture Show” di Jim Sharman

25.07 “Tutti per uno” di Richard Lester (il primo film dei Beatles).

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Dialetto in pillole (28) D

Una vecchia dame-jeanne (foto antartiques.canalblog.com)

Una vecchia dame-jeanne (foto antartiques.canalblog.com)

damegiàna > ‘ndamegianà’togliere il vino dalla botte per metterlo nelle damigiane; francese dame-jeanne: Giovanna I^ d’Angiò, regina di Napoli (XIV secolo) incontrò un vetraio che realizzò per lei una grossa bottiglia, che l’artigiano voleva chiamare reine Jeanne; fu la stessa sovrana a suggerire il più modesto dame-jeanne.

débbetudebito; nella fraseologia: a ffa’ débbetu e nun pagàllu edè cume de nun a(v)éllu = non pagare un debito è come non averlo; ogne ‘mpumésta è débbetu = la promessa va mantenuta.

de(v)uzió’ devozione/i.; era pure il sacchetto con medaglie e santini che i bambini portavano al collo; nel significato di portafortuna va ricordato che, oltre le medagliette e i santini, il sacchetto posto al collo dei bambini conteneva sovente anche l’erba della Madonna, che proteggeva dal malocchio.

di’dire; fraseologia: el di’ nun còsta gnè’ = parlare non costa nulla;  dìlla tónna = parla chiaro, dilla tutta (come sta la faccenda); da’ da di’ a calchidù’ = dar fastidio a qualcuno; mìga lu dìghi a un zórdu! = so benissimo di che cosa parli.; nun (av)ému dìttu gnè’ = magari a chiusura di qualche conferenza di pettegolezzi tra donne (e pure uomini, perché no?); ce dìce = ci sta bene (con il discorso che si sta facendo oppure la cravatta con il vestito etc…), si adatta; massè’, ce dìce ‘sa ròbba adè? = adesso che cosa ci entra questo?

dià(v)uludiavolo; fraseologia (piuttosto comune): è un dià(v)ulu, per dire che è molto bravo in una certa cosa, che è inarrestabile (p. e. come calciatore, ciclista etc…); ci ha el dià(v)ulu addòssu = è sempre agitato come un indemoniato; el dià(v)ulu ce métte la códa = per mandare a male le buone cose; fa’ el dià(v)ulu a qquàttru = fare una gran cagnara, provocare un’accesa discussione, urlare; rémpe el becchièru se no me ce pìscia el dià(v)ulu = riempimi il bicchiere se no …; per farsi versare altro vino.

dindaròlu –  sostantivo maschile, salvadanaio, dalla voce onomatopeica dindì’, soldi.

dinghillò’perditempo, scioperato, anche lento nel fare le cose; vedi veneziano bacchillone, uomo sciocco, sempliciotto; confronta anche con il toscano gingillóne; il senese dispone di ghinghellàre, ghinghellìo = dondolare, dondolio e anche di ghinghillozzo, altalena, che può indicare chi si gingilla, si dondola di qua e di là perdendo tempo.

La lapide di Valentini al Castello Svevo

La lapide di Valentini al Castello Svevo

duèllu – sostantivo maschile, duello: el duèllu de (V)alentini = il duello di Attilio Valentini, giornalista portorecanatese, morto in Argentina, appunto in duello, nel 1893; lat. duo+bèllum.

La stele di Attilio Valentini

La stele di Attilio Valentini

spigoli

débbetu

Uno dei tabù della vecchia società portorecanatese. “Fa’ débbetu” voleva dire automaticamente mettersi nei guai, procurarsi preoccupazioni, scivolare piano piano, con moto inesorabile, lungo la china dell’affanno quotidiano e della perdita della tranquillità. Eppure quasi mai si riusciva a evitarlo, nelle famiglie di operai, pescatori, artigiani e contadini, ma anche di commercianti. Il “débbetu” più trangugiabile era quello della spesa quotidiana. Quante volte sono andato nella bottega di alimentari “La Garibaldina” di Santì Ascani a comprare il pane o la pasta uscendo poi col dirgli, come tutti, “ha dìttu màmma che segni; po’ passerà lia a ppagà’”.

E Santì segnava, in un quaderno dalla copertina nera, a quadretti, dove ogni mezza pagina era dedicata a un cliente; lui sapeva quel che si penava a vivere, aveva fatto l’operaio, l’avevano cacciato dal posto di lavoro perché era un “sovversivo” (pensate un po’: rivendicava di che vivere e un orario di lavoro decente!). I “débbeti” che mettevano paura erano altri. Per la casa, per esempio. O per l’acquisto del motopeschereccio, ma anche di una lancettina. O per mettere su bottega di falegname. Lungo, l’elenco.

Dove si prendevano i soldi? Il ricorso alle banche è un uso, diciamo così, tardo; c’erano quelli che ne chiedevano i servizi, ma si contavano in pochi; i più cercavano quattrini tra i parenti, presso qualche famiglia importante (si dice che i Volpini abbiano finanziato parecchi acquisti di natanti) e c’era pure chi finiva da qualche usuraio/a. Costoro non sono mai mancati nemmeno al Porto e, more solito, si trattava spesso di gente arricchitasi con qualche commercio e qualche ruberia di cui chiedevano diuturno perdono al Signore, con straordinaria puntualità alla messa e ai sacramenti della confessione e comunione. Devo ammettere che anche oggi, quando mi si prospetta un acquisto importante, da soddisfare con convenienti rate, fitte però, e che non finiscono mai, non vado a buttare il cappello nell’impresa.

 

Biografia di Attilio Valentini di Lino Palanca

Biografia di Attilio Valentini di Lino Palanca

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