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Dialetto in pillole (11) – Purtannari/e

Le purtannare (quadro di Rodolfo Gentili da Macerata)

Le purtannare (quadro di Rodolfo Gentili da Macerata)

In un numero di Potentia-Archivi di Porto Recanati e dintorni del 2004 (il 14) ebbi modo di intervenire in un’amichevole disputa sorta tra Novella Torregiani e Giovanni Caporaletti riguardo al valore da dare al vocabolo purtannaru/a: da dove viene esattamente? va preso con significato positivo o meno? si tratta di un insulto o di un complimento?

Ho subito scartato la congettura, prospettata da un amico, di una derivazione dall’italiano portare + l’arabo narang, arancio, che avrebbe ricordato l’attività di molte delle nostre donne un tempo venditrici di aranci e si sarebbe potuto spiegare come espressione di un assai comune processo di fusione e modificazione cui sono state sottoposte migliaia di parole in ogni lingua.

Meno peregrina mi è sembrata l’ipotesi dell’origine transalpina, causata dalla presenza di eserciti francesi nel territorio, particolarmente in epoca napoleonica; in quelle circostanze diversi termini sono stati accolti dal dialetto, vedi toupet (la segnurina del tuppè (v)a a la messa che nun c’è; se perde ‘na cia(v)atta, la segnurina è tutta matta) oppure visaì da vis-à-vis (faccia a faccia), mobile con uno specchio all’interno dell’anta che, aperta, ci pone di fronte alla nostra immagine. Avrebbe dunque potuto avere origine, purtannara, dal verbo tanner, nel suo valore di importunare, cioè di donne che vengono per dar noia ai governanti o ai militari d’oltralpe perché chiedono in continuazione e questo e quello: vengono pour tanner (pronuncia: purtané), per infastidire. Troppi arzigogoli, mi sono detto *.

Finalmente e sono cose che accadono quando meno te le aspetti, l’idea che mi sembra quella giusta. Mi sono ricordato di Emilio Cecchi e di una frase che tanto tempo fa avevo letto nel suo libro Corse al trotto (1952). Mi aveva incuriosito e perciò non mi era svanita dalla memoria. Riferendosi probabilmente a qualche scrittore di sua conoscenza, Cecchi annotò che il suo stile faceva l’effetto di un autore per portanari (o portonari, cioè portinai), con chiaro significato denigratorio del termine, vale a dire che si parla di un autore di assai poco pregio, che va bene per gente bassa. La conferma del significato negativo del vocabolo mi è poi venuta dal Grande Dizionario Utet della lingua italiana, curato da Salvatore Battaglia, che alla voce portinaio trascrive diverse varianti tra le quali quella che qui segnalo.

Conclusione: è probabile che qualcuno abbia usato il termine riferendolo ai nostri uomini o alle nostre donne, per significare, p.e., che si comportavano al modo dei portinai (indebitamente ritenuti chiacchieroni, impiccioni etc..) e che il vocabolo, come è sovente accaduto nella storia delle parole sia stato via via accolto dai più e abbia finito per indicare la nostra popolazione in generale. Che poi, in epoche più recenti, il termine sia venuto ad assumere un significato più benevolo (come il bolognese birichén > birichino, inizialmente inteso come persona ai margini della vita sociale, ai confini della malavita e oggi usato in modo benevolo soprattutto se riferito ai bambini) nulla toglie alla sua origine per niente lusinghiera.

 

* Il toupet è un ciuffo di capelli sulla fronte; avoir du toupet si diceva, e si dice, di ragazze che si acconciavano così i capelli e ritenute ardite, sfrontate e osées e/o che si danno arie da emancipate.

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