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Caso Banca Etruria, il crac di Arezzo: potere e segreti

Le metamorfosi della città dell’oro dove il Pd ha il vestito della Dc e la banca riflette la crisi d’identità

di Sergio Rizzo, Corriere.it

Caso Banca Etruria (foto Corriere.it)

Caso Banca Etruria (foto Corriere.it)

La pioggerellina sottile e dorata dello sponsor Banca Etruria bagnava tutto. Il Volley Arezzo. Il baseball. Il Lions hockey club. Il Vasari rugby. L’unione ciclistica aretina. Il circuito tennistico Vallate aretine. Il Golf Casentino. Poi i corsi di atletica leggera, la Società ginnastica Petrarca, il Giro ciclistico della Toscana. Perfino la squadra di calcio femminile. E come a Siena il Monte dei paschi ha sempre foraggiato il Palio, poteva astenersi Banca Etruria dal sostenere la Giostra del Saracino?
Dice Rossano Soldini che il paragone fra le due città toscane è improprio. Siena dipendeva totalmente dal Monte dei paschi. Così invece non è qui. Ma la botta è stata tremenda. «La banca era un organo vitale di Arezzo. E ora non si è diffusa la paura. Lo sa le telefonate di amici, anche influenti in città, che mi chiedono se fanno bene a tenere lì i soldi? Questo atterrisce…».

Le parole di Soldini fanno correre un brivido lungo la schiena. Lui è fra gli aretini più in vista. Ha un’azienda di scarpe con 200 dipendenti e ha visto la bestia dall’interno. È stato nel consiglio di amministrazione ai tempi del blitz da cui, dice, è partita la valanga. Cambiò tutto un giorno di maggio del 2009. Il consiglio si riunì e sfiduciò il presidente Elio Faralli, 87 anni, confermato solo un mese prima: otto a sette, con il voto decisivo di un consigliere che aveva affidamenti monstre dalla stessa banca e poi fece crac. E arrivò Giuseppe Fornasari, una vecchia volpe democristiana sottosegretario con Andreotti. «Si raccontò», ricorda Soldini, «che la banca passava dalla massoneria all’Opus Dei. Erano fesserie. La verità è che aveva già perso identità locale. Troppi consiglieri non erano di Arezzo e i finanziamenti andavano ad aziende di fuori».

Fesserie? Può darsi. Ma il travaso bianco ai vertici è un fatto, e non si è fermato lì. Bianco, Fornasari. Bianco, il vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre del ministro delle riforme Maria Elena Boschi ed espressione della bianca Coldiretti. E bianco pure il cattolico Lorenzo Rosi, presidente dopo Fornasari. Quanto ai finanziamenti dati fuori, era storia già vecchia.

Fino agli anni Ottanta l’identificazione fra banca e città era totale. Da ogni punto di vista. Alla filiale di Castiglion Fibocchi c’era il conto «Primavera» sul quale affluivano i soldi della loggia P2 di Licio Gelli. «Un aretino illustre», l’ha definito senza infingimenti il sindaco Alessandro Ghinelli quando qualche giorno fa è morto. Un decesso che ha chiuso un’epoca inquietante, con qualche sollievo ipocrita. Quelli che contano hanno riempito di telegrammi la famiglia ma hanno disertato la camera ardente. Con le sole eccezioni dell’ex patron dell’Arezzo Calcio Piero Mancini e di Antonio Moretti, imparentato con i Lebole dell’azienda tessile che il Venerabile fece comprare all’Eni.

Soprattutto, la popolare era la banca dell’oro, nota per il «prestito d’uso». Anziché i soldi, prestava alle imprese l’oro mettendole al riparo dai saliscendi delle quotazioni. C’erano un tempo più di duemila aziende, con trentacinquemila addetti. Un numero impressionante, pari al 10 per cento di tutti gli abitanti della provincia. «La crisi ci ha massacrato. Siamo rimasti in 1.200, con 13 mila addetti. E anche il rapporto con l’Etruria è cambiato: tante altre banche oggi fanno il prestito d’uso…», confessa la presidente degli orafi toscani di Confindustria Giordana Giordini. Ma la crisi ha massacrato anche il tessile e il mobile, con altri riflessi pesanti, al di là delle malversazioni, su una banca sempre meno aretina.

Anche perché, dopo il 1988, in seguito alla fusione con la popolare dell’Alto Lazio, il baricentro si era spostato inevitabilmente più a Sud. Soldini colloca il momento della svolta «intorno al 2005 o al 2006». Anni cruciali. Gli anni della fine della giunta di centrodestra di Luigi Lucherini e dell’arrivo di Giuseppe Fanfani: nipote di Amintore Fanfani, «cavallo di razza» della Dc, pittore per diletto come lo zio. E democristiano a quattro ruote motrici. Consigliere comunale, quindi alla Provincia, segretario provinciale del partito e parlamentare margheritino. Perfino presidente di una Usl, lui che di mestiere fa l’avvocato. Poi sindaco. Nel 2006 vuole tornare alla Camera ma viene trombato. Siccome però si è candidato anche al Comune dove il sindaco di centrodestra Luigi Lucherini è stato spazzato via da un’accusa di abuso d’ufficio, eccolo primo cittadino. Quattro anni dopo il suo partito, nel frattempo diventato Pd, gli propone un posto al Csm. Ma lui rifiuta, sostenendo che è «un dovere istituzionale» restare lì. Nel 2014 però cambia idea: quando passa di nuovo il treno del Csm molla Arezzo e ci salta sopra. Professando: «È l’incarico più importante della mia vita». La ciliegina su una torta condita da una dichiarazione di fedeltà a Renzi.

Amintore Fanfani ad Arezzo fece passare l’Autostrada del Sole, nientemeno. Del nipote, invece, gli aretini più maligni rammentano un tuffo nella fontana della stazione quando l’Italia vinse i Mondiali di calcio del 2006. Nonché una piazza intitolata allo zio. Oltre ai manager di Banca Etruria patrocinati dallo studio legale Fanfani.

Tutto qui? La prova che il suo decennio non è stato indimenticabile si è avuta sei mesi fa, quando Ghinelli, figlio di un ex segretario missino, ha stracciato alle comunali il renzianissimo e cattolico Matteo Bracciali. Una sconfitta bruciante per un Pd che qui ha vestito integralmente i panni della vecchia Dc. Insieme forse agli antichi vizi. Così non poteva mancare, come il capogruppo di Fratelli d’Italia in Comune Francesco Macrì, chi attribuisce la responsabilità del crac a quei «sistemi di potere contigui alla politica». Ha ragione? Chissà. Certo questo è un film già visto tante volte, con attori forse soltanto un po’ più giovani…

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