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Versus

AMARCORD Sarajevo prigioniera dell’inferno, colloquio con Arif Mesihovic

Sventola il drappo della morte

Porto Recanati, palazzo Volpini.

1993 . Il terrore sotto le bombe in una via di Sarajevo (foto Mario Boccia)

1993 . Il terrore sotto le bombe in una via di Sarajevo (foto Mario Boccia)

“Tutti i giorni sono terribili”. Cadaveri su cadaveri. Razorenje i klanje: distruzione e morte. Non si può capire se non si è là. È Sarajevo. Arif Mesihovic ha gli occhi azzurri e il volto dolce, per niente in armonia con le storie che racconta. Da protagonista, perché le ha inseguite una dietro l’altra, con l’occhio della telecamera della tv bosniaca, tra i sibili e gli scoppi delle granate, a un passo dai corpi straziati, dentro l’urlo del bambino sbattuto contro il muro dal proiettile del kalashnikov serbo. Un testimone dell’inferno, fuoco e carne massacrata, fumo delle case bruciate; odore acre di sangue umano abbandonato sulla strada, in mezzo a rifiuti e macerie: “Nessuno di voi qui in Italia può fidarsi delle cifre che leggete stampate. Sono sempre inferiori alla realtà. Ah, sì; e non potete immaginare di quanto”. La solidarietà è morta, la tolleranza è come acqua sulla pietra dura delle montagne del Ravan, impassibili spettatrici della tragedia: “Sulla mia città sventola il drappo della disperazione senza domani”….. Ogni giorno muoiono da sei a dieci persone, ci sono da 15 a 20 feriti gravi che non si sa dove portare: “Si muore, in più, di fame e di freddo nel buio di Sarajevo”. E non viene luce dall’Europa.

(Corriere Adriatico del 27 dicembre 1993 – l.p.).

 

Tre giorni dopo, sempre al Porto, incontro Vehid Gulic, 52 anni, fino a tre mesi prima redattore capo della tv bosniaca, giornalista tra i più noti in patria. Siamo in un bar, due caffè appena ingollati e gomiti poggiati sul tavolo che divide due mondi. Lì Vehid mi ha raccontato le sue

Storie dall’inferno

La telecamera portatile a tracolla e la sua casa in una valigia. È diretto in Norvegia dove racconterà dal piccolo schermo la vita che si fa a Sarajevo, se vita si può chiamare. E dove sono rifugiati i suoi figli. La moglie, invece, non si muoverà più dalla terra natia: una bomba serba l’ha uccisa, lei insegnante elementare, insieme a otto bambini della scuola di Posino Polje… “Il peggio di tutto – dice – è che non si vede la fine di un’aggressione tra le più terribili della storia. Da quando sono cominciati i colloqui di Ginevra, sul solo quartiere di Posino Polje sono cadute 75 mila granate di grosso calibro. La sede della TV, che è lì vicino, è continuamente bombardata. Tentano di spegnere persino le nostre parole, ma non ce la faranno, almeno finché vivrà uno di noi … Eppure vengo da una città servita dai filobus prima di Londra e Mosca, dove la molteplicità etnica, culturale, religiosa, ha da sempre rappresentato un esempio per il mondo”. Sarajevo in ginocchio, ma non ancora sconfitta: “Un giorno sarò anch’io, forse, bersaglio della morte. Per voi sarà difficile capire, allora, perché ci tengo tanto a ritornare laggiù. È che in Bosnia continuano a nascere e crescere bambini, fioriscono amori, si fanno matrimoni. Nonostante tutto”. Un messaggio per gli italiani? “Apprezziamo quello che fate. Vi preghiamo di continuare, prendendo coscienza che quel che succede da noi non è una semplice guerra etnico-religiosa. È uno sterminio voluto dal nazional-fascismo della ex Jugoslavia bolscevica. Un’aggressione barbara contro la civiltà e la verità” [1].

(Corriere Adriatico del 30 dicembre 1993 – l. p.).

[1] 30 dicembre ’93.

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